Rigore è quando arbitro fischia? Il vero errore di Oliver e l'umanità dello sfogo di Buffon. Del Piero non ha bisogno di essere difeso: basta con la memoria corta

Nasce a Bari il 23.02.1988 e di lì in poi vaga. Laurea in giurisprudenza, titolo di avvocato e dottorato di ricerca: tutto nel cassetto, per scrivere di calcio. Su TuttoMercatoWeb.com
 di Ivan Cardia Twitter:   articolo letto 19964 volte
Rigore è quando arbitro fischia? Il vero errore di Oliver e l'umanità dello sfogo di Buffon. Del Piero non ha bisogno di essere difeso: basta con la memoria corta

Rigore è quando arbitro fischia. Quanto sarebbe più semplice la vita, se fossimo tutti Boskov. Dato che non lo siamo, e in Italia non lo siamo mai stati, discutiamo da una settimana su una decisione arbitrale di cui effettivamente si può discutere, e su tutto il clamore che da essa ne è derivato. Era rigore? Probabilmente sì. Il malcapitato arbitro Oliver poteva scegliere diversamente, o semplicemente gestire meglio la situazione? Sicuramente sì. Buffon ha sbagliato a dire quello che ha detto? Non è questo il punto. 

Sulla decisione del fischietto britannico si può ragionare per settimane, senza giungere ad alcun punto. Sull’impiego della VAR, anche: non mi piace per molti aspetti, ma ormai guardare una partita senza questa tecnologia è come tentare di vedere nel 2018 un film muto e in bianco e nero. In un altro momento della partita, sarebbe stata accettata a cuore molto più leggero. Nel finale, brucia ancora, e a questo arriveremo.

Nel frattempo, Buffon. Il capitano ha detto, in maniera cruda e per sua stessa ammissione “ineducata”, quello che pensava lì per lì. Dando il la a diversi tormentoni social, fomentando discussioni da bar o peggio da osteria. Ieri ha parlato a Le Iene, e qualcuno ha addirittura invocato la necessità di un contraddittorio più ampio. Questo per far intendere a che punto sia caduta la discussione. Chi intervista un calciatore ha bisogno di un contraddittorio, come se quest’ultimo fosse un colpevole. O dovesse rispondere a qualcos’altro che non alla propria coscienza delle parole che dice. Non siamo alla frutta: abbiamo finito il terzo giro di ammazzacaffè.

Buffon ha detto quello che ha detto. C’è chi condivide, e chi. Lui, da parte sua, non è mai stato un santo, non ha mai preteso di esserlo, e come tutti gli esseri umani ha diritto a sentire e raccontare le proprie emozioni. Ha diritto alla propria incoerenza, specie nel momento più complicato. Ha diritto a dire qualcosa di scomodo, di giusto o perfino di sbagliato. Non è arrivato dove è arrivato facendo o dicendo quello che altri gli hanno consigliato, o imposto. Si può essere d’accordo, si può dissentire. Pontificare su cosa dovesse dire, o pretendere che torni su quelle parole, è semplicemente farsi i fatti degli altri. A tal punto che ormai Buffon, il quale avrà ripensato ad alcune cose, o almeno al modo in cui le ha dette, non è più neanche libero di tornare sui propri passi. Sarebbe come tradire chi in quel risentimento ci si è identificato, chi quella sera ha sofferto, anche a distanza. Buffon, in buona sostanza, è libero di dire o non dire quello che crede. Non rappresenta nessuno se non sé stesso e il club per cui è tesserato. L’indignazione che si è sollevata sarebbe molto più utile in altri contesti.

Il vero errore di Oliver, tornando al calcio e non alle chiacchiere, non è stato neanche il rigore concesso per un tocco abbastanza leggero (ma pur sempre tocco) di Benatia su Vazquez. Sono quei tre minuti di recupero, su cui l’unico a soffermarsi mi pare sia stato Allegri. Tre minuti con una sola sostituzione nel secondo tempo: senza senso. Dovremo farcene una ragione, noi, Buffon, e anche il fischietto inglese. Che, piaccia o non piaccia, si è comunque reso protagonista nell’impresa di qualcun altro, consegnandola agli annali dei se e dei ma, quelli di cui la storia non è piena.

Brucia ancora, l’eliminazione di Madrid. Peggio di Cardiff, per molti aspetti. Per come è arrivata, frettolosa e senza possibilità di replica. Per come si è sviluppata: nelle due partite la Juventus ha dimostrato ancora una volta di poter avere ragione del Real Madrid. Ha scontato i suoi errori nella gara di andata, e quelli di qualcun altro nella gara di ritorno. Brucia ancora, e resta un settimo scudetto sempre più vicino ma che sa di contentino. Andatelo a spiegare ad altri tifosi, il fascino di una competizione europea maledetta. A Napoli ci hanno rinunciato in partenza, e male gli ha detto: l’Europa toglie energie fisiche ma dà forza mentale, è anche questo il segreto dei sette anni d’oro bianconero. 

Il settimo scudetto, che non è neanche giusto definire contentino, ma un po’ ci assomiglia, è dietro l’angolo. Forse è stato, o risulterà, decisivo lo scontro diretto dell’andata, più di quello del ritorno. Allo stadium la Juve potrà accontentarsi di un pareggio, e la serata gloriosa del San Paolo rimarrà quella decisiva per un duello che, meno dell’anno scorso, è rimasto solo potenziale. Settimo scudetto, e poi? Il futuro è una terra straniera. Allegri e la società hanno da sciogliere qualche dubbio; il rinnovamento è tutto da decidere. Ne parleremo, nelle prossime puntate.

Ancora più paradossale della difesa di Buffon, o dell’analisi delle sue parole, fatta contro eventuali assalti esterni, è quella delle parole e della storia di Alessandro Del Piero. Bastano i suoi trascorsi a difenderlo, non ha bisogno di altre arringhe. Eppure, il tifoso del 2018 ha la memoria corta. Del Piero può diventare a seconda dei casi quello che ha attaccato Buffon, quello che non ha difeso la Juve nel periodo di Calciopoli, persino quello che gioisce nel vedere la Juve fuori dalla Champions. Con il massimo rispetto per le opinioni di tutti, siamo alla negazione della propria identità, e della propria storia. Del Piero non ha attaccato Buffon: ha detto che certe cose non le avrebbe dette, e chi ha vissuto Del Piero sa che è così, perché era semplicemente fatto così. Del Piero è quello che si è ripreso la Juve in silenzio dopo che il ginocchio ha fatto crac, è quello che ha passato una stagione senza sbagliare un rigore perché era così che poteva aiutare, è quello che è stato in silenzio quando finiva in panchina, è quello che agli sberleffi di Cufré rispondeva con un sorriso sardonico. Era fatto così, è fatto così. Non aveva bisogno di difendere Calciopoli a parole: lo ha fatto scendendo in Serie B, lui fresco di un Mondiale. Come Buffon. Mettere uno contro l’altro due monumenti della storia bianconera vuol dire farle un torto. Vuol dire non sapere da dove si viene, e quindi non poter immaginare dove si potrebbe andare. Del Piero, come Buffon, non ha bisogno di difesa alcuna: si difende, come sempre, con i fatti. Ma, si sa, nell’era dei social e delle lauree prese all’università della vita, ognuno si sente libero di dire quello che vuole. Anche quando non sa di cosa sta parlando.