Gli eroi in bianconero: Carlo PAROLA

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
20.09.2019 10:30 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
Gli eroi in bianconero: Carlo PAROLA

La prima passione di Carlo Parola fu la bicicletta; suo padre (scomparso prematuramente per una crisi cardiaca) ne costruì una per il figliolo, un autentico gioiello di tecnica e leggerezza. Parola abitava vicino al Motovelodromo ed imparò a solo otto anni a tenersi in equilibrio sulle curve in cemento ed a provare qualche sprint. Nell’intervallo tra una prova di velocità ed una di mezzofondo, Carletto inforcava la sua bicicletta ed inanellava tre o quattro giri in piena velocità, tra gli applausi della folla divertita e stupita.

Dalla pista alla strada il passo fu breve ed in una corsa Torino-Bardonecchia e ritorno, in due tappe, fece cose strepitose, classificandosi primo nella tappa con arrivo a Bardonecchia, terzo in quella con arrivo a Torino, e secondo in classifica generale.

Racconta: «Andavo veramente forte in salita, peccato che non fossi altrettanto bravo in discesa. Ma a rendermi prudente era stata una brutta caduta, piombando a valle da Pino Torinese, con serie conseguenze, la frattura di un braccio. Fu il calcio che spuntò nei miei orizzonti qualche anno dopo la morte di mio padre. Abitavo a Cuneo, dove non c’era il Velodromo, ma dove esisteva il campo sportivo: e fu là che presi confidenza con la sfera di cuoio e mi convertii a quello che giudico ancora oggi il più bel gioco del mondo. Quando tornai a Torino, insieme ad alcuni amici appassionati, fondai una squadretta che, dal nome del corso adiacente al prato sul quale si giocava, venne chiamata Brianza. Avevo appena dieci anni, ma ricordo che in quella compagine feci di tutto, dal difensore al centravanti, dal mediano all’ala e persino il portiere. La nostra squadretta non tardò a farsi un proprio nome ed ebbe anche i suoi tifosi che, domenicalmente, la seguivano, spingendosi in audaci trasferte magari fino a “Porta Susa”».

La prima vera squadra in cui giocò Carlo Parola fu il Vanchiglia, nel 1935; Parola aveva notevoli qualità e non poteva non essere notato anche dai numerosi osservatori dei grandi club, fra i quali la Juventus. Carletto si trasferì alla squadra del Dopolavoro Fiat e di qui alla Juventus, dopo che Umberto Caligaris aveva portato ai dirigenti juventini referenze molto positive sul conto del giovane centromediano. Caligaris era l’allenatore della Juventus ed uno dei problemi più grossi era la sostituzione di Luisito Monti, che aveva lasciato il club bianconero. Berto provò Varglien II, un talento calcistico molto adattabile a qualsiasi ruolo, ma la soluzione non soddisfò molto l’allenatore, anche se la Juventus concluse il campionato 1939-40 al terzo posto, dietro al Bologna ed all’Ambrosiana campione.

Carletto Parola, per interessamento di Sandro Zambelli, venne trasferito dal Fiat alla Juventus; quello che sarebbe diventato uno dei più grandi terzini centrali sistemisti del mondo, un classico nel suo ruolo, giocava mezzala, se non addirittura centravanti. Poi le necessità di squadra lo arretrarono in seconda linea, ruolo nel quale esordì in campionato, il 3 dicembre 1939. Quella domenica la Juventus ospitava il Novara e Caligaris decise di far debuttare Carletto, diventato ormai il suo pupillo. Parola giocò una buona partita, scatenando gli applausi a scena aperta dei tifosi bianconeri e l’entusiasmo dei propri tifosi personali, la cosiddetta “Banda della Brianza”, che tentò addirittura di invadere il campo per festeggiare il giocatore.

Il triste giorno della morte di Caligaris, Parola provò un dolore incredibile; non aveva perso solo l’allenatore, ma un secondo padre. Viri Rosetta non se la sentì di raccogliere l’eredità del suo grande amico scomparso ed allenatore diventò Felice Borel, l’ineguagliabile centrattacco della Juventus del quinquennio. I rapporti tra Farfallino e Parola non furono perfetti, perlomeno all’inizio; il primo era un assertore convinto del sistema, il difensore, invece, era fedele al metodo e le differenze tattiche tra i due moduli di gioco erano fondamentali per il ruolo del centromediano. Carletto, da persona intelligente quale era, non ci mise molto tempo a capire i concetti basilari del sistema, adattandosi al nuovo modo di giocare.

Carlo Parola va considerato come uno dei più grandi stopper del calcio europeo moderno; la classe e l’intelligenza del giocatore non potevano di certo sfuggire a Vittorio Pozzo che schierò il bianconero nella Nazionale giovanile, contro l’Ungheria. Lo stopper titolare di quella formazione era Todeschini, ma Pozzo convocò ugualmente Parola e gli affidò la maglia numero quattro. La partita venne giocata a Torino il 6 aprile 1942 e furono gli azzurrini ad imporsi con il risultato di 3-0. Il 6 gennaio 1943, in occasione di un successivo incontro con la Nazionale giovanile croata, Pozzo schierò Parola nel suo ruolo naturale.

Il salto nella Nazionale maggiore avvenne a Zurigo, la prima gara dopo la fine della guerra, contro la Nazionale elvetica. Pozzo scelse il blocco del Torino, ad eccezione di Sentimenti IV° in porta, Parola stopper, Biavati all’ala destra e Piola centravanti. La partita terminò con l’inconsueto risultato di 4-4.

La sua fama internazionale di Parola aumentò notevolmente qualche anno dopo quando si volle organizzare il match del secolo, il 10 maggio 1947 a Glasgow tra la Gran Bretagna e la rappresentativa d’Europa. A rappresentare il calcio europeo vennero mandati in campo: Da Rui (Francia), Peterson (Danimarca), Steffen (Svizzera), Carey (Eire), Parola (Italia), Ludl (Cecoslovacchia), Lambrechts (Belgio), Gren (Svezia), Nordhal (Svezia), Wilkes (Olanda), Præst (Danimarca). Il “Resto d’Europa” fu sconfitto per 4-1, ma i giudizi dei critici di tutto il mondo furono unanimi nel complimentarsi con Parola per l’ottima partita. Dal giorno, Carletto, si meritò l’appellativo di “Carletto l’Europeo”.

«Per me fu un grande onore e cosi penso, per il calcio italiano. Le altre nazioni europee indugiavano nel riprendere i contatti con noi: la guerra aveva lasciato il segno anche nello sport. I selezionatori mi videro all’opera a San Siro nella mia seconda prova in azzurro. L’11 novembre 1945 a Zurigo avevo esordito contro la Svizzera: il 1° dicembre dell’anno successivo Pozzo mi confermò contro l’Austria che battemmo per 3-2 (con la Svizzera avevamo fatto 4-4). Io giocai abbastanza bene, feci una delle mie rovesciate, ma in quell’occasione ci fu una grandissima partita da parte di Maroso che avrebbe meritato di giocare nella selezione europea. Scelsero soltanto me cosi partii tutto solo per la Olanda. Ci allenammo a Rotterdam, dove conobbi Wilkes, asso del calcio locale, eppoi Nordhal, Præst e così via dicendo. Il 7 maggio giocammo a Glasgow in uno scenario indimenticabile. Gli stadi sudamericani dovevamo ancora scoprirli e quelli italiani erano piuttosto piccoli: Glasgow, invece, conteneva 150.000 spettatori, una cosa impressionante, cosi come restò indimenticabile quella partita contro i campioni britannici. Ricordo che nello stesso anno, la Juventus andò a giocare in Svezia contro una squadra di cui non ricordo il nome. Ricordo bene, invece, il nome di un’ala sinistra che ci fece impazzire: si chiamava Liedholm, era giovanissimo, due anni dopo sarebbe venuto in Italia assieme ad altri fuoriclasse del suo paese. “Però”, commentammo alla fine dell’incontro “quell’ala non stonerebbe in Italia”. Più avanti ci fu l’invasione straniera, arrivarono in tanti, anche per la Juventus. Nordahl fu ingaggiato dalla Juventus, se non che venne poi smistato al Milan in cambio di Ploeger. Peccato, perché i nostri due scudetti potevano essere con lui almeno cinque. Perché fu Nordhal successivamente ad indicare alla sua società i nomi di Liedholm e di Gren ed a farli venire in Italia dopo avere constatato di persona che nel nostro paese si stava bene. Pensate se quei tre fossero finiti alla Juventus: un attacco composto da Boniperti, Gren, Nordhal, Liedholm e Præst avrebbe fatto almeno 150 goal!»

In Italia, invece, gli fu affibbiato il soprannome di Nuccio Gauloises riferito alla marca di sigarette che solitamente fumava, ma la consacrazione definitiva avvenne quando la famiglia Panini decise di utilizzare una fotografia di Carletto che effettua in perfetto stile una rovesciata, come simbolo del proprio album di figurine. Per tutti i bambini italiani, Parola diventò “quello della rovesciata”.

Appesi gli scarpini al chiodo, un uomo tanto competente e tanto esperto di calcio decise continuare il suo rapporto con la Juventus, in qualità di tecnico. Parola diventò per la prima volta allenatore (con Cesarini direttore tecnico) nel campionato 1959-60 e venne riconfermato per due stagioni successive (1960-61 e 1961-62) prima con Gren e poi da solo. Carlo tornò poi alla Juventus all’inizio del campionato 1974-75 conquistando lo scudetto e concludendo al secondo posto la stagione successiva.