LIVE - BUFFON: "Quando perdo mi girano ancora le pa**e. Mi prenderò un anno sabbatico dopo il ritiro. Godo poco per le vittorie. Continuo a giocare perché...."

02.07.2020 15:00 di Giovanni Spinazzola Twitter:    Vedi letture
© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport
LIVE - BUFFON: "Quando perdo mi girano ancora le pa**e. Mi prenderò un anno sabbatico dopo il ritiro. Godo poco per le vittorie. Continuo a giocare perché...."

15:30 - Buffon termina la diretta.

Come ti vedi da grande? Ti vedi ancora nel mondo del calcio? 

"Non ci ho pensato; ho veramente il focus su quello che sto facendo e non potrebbe essere altrimenti. Se regalassi energie ad altre cose farei più fatica e non me lo posso permettere. Quando smetterò mi prenderò un anno sabbatico ma di formazione in cui potrò dedicarmi a me stesso insieme alla mia famiglia e chiudere dei cassetti. Finire l'ultimo anno di quinta, considerato come i miei genitori mi stiano rompendo le scatole da trent'anni. Ed è un discorso giusto, perché - essendo genitore - potrò poi intervenire con i miei figli se un giorno decidessero di smettere con la scuola. Vorrei imparare molto bene l'inglese perché l'ho dimenticato imparando benino il francese. Le cose che mi fanno stare bene sono tre: avere un buon rapporto con mia moglie e la mia famiglia; fare bene il mio lavoro ed imparare qualcosa. E' come se annaffiassi una piantina che cresce, lo sento dentro. Si deve cercare di stare bene senza fare del male agli altri". 

Non esiste una ricetta per vincere ma ne esiste una per perdere.

"E' la verità. Ma non nello sport, in tutti i settori. Un'altra cosa importante che ho visto nel corso della mia carriera. Ho cercato di mettere un occhio sui miei compagni ed ho cercato di migliorarli in modo costruttivo. E' importante farsi volere bene, essendo trasparente con tutti; i compagni che hai, poi, vengono ad aiutarti con il cuore. Sono percezioni che senti e ti aiutano. In uno sport di squadra ci sarà sempre un momento in cui avrai bisogno degli altri. Se non ti comporti in modo giusto, non ti verranno ad aiutare".  

C'è una qualità che un giovane deve avere per fare il calciatore ad alti livelli?

"Sicuramente deve partire da basi e doti che Madre Natura ti deve dare. Però non può bastare quello, sennò il mondo sarebbe pieno di atleti di livello. Il voler migliorare se stessi ed il non mettersi limiti - e non è un discorso presuntuoso - dev'essere alla base. Io a 40 anni sogno, perché so che è l'unico modo per continuare ad evadere e sentirmi leggero. Si deve però sognare con i piedi per terra. Incominciare a crearsi un percorso di lavoro per migliorare i propri limiti".

"L'autocritica è il modo migliore per poter migliorare; cercare alibi è il modo migliore per affondare, invece".  

La formazione è molto importante. Quanto conta allenamento continuo, mentale e fisico?

"Il cervello si può allenare, come si deve soprattutto alla mia età allenare il fisico in maniera continua. Penso che performo al meglio nel momento in cui mi sento attivato con la testa. Nel momento in cui sento di avere le emozioni giuste, io so che performerò alla grande. Mi capitava a 20 anni, a 30 e se continuerò a giocare, anche a 60. E' chiaro che alla mia età non posso stressare troppo il fisico. Faccio allenamenti quotidiani, perché mi aiutano a stare elastici. Il lockdown pensavo mi spaccasse le ossa in due. Ed invece dopo una settimana ero pronto a delle risposte importanti. E lì ho capito quanto incida la testa".

Come si aiutano i giocatori più giovani e come si impara dai compagni con più esperienza?

"Penso che per aiutare i giovani, soprattutto chi fa una scelta come la mia, restando in uno spogliatoio con ragazzi più giovani di te anche di 20 anni, è normale che non ti puoi aspettare che facciano un passo verso di te se non quello del rispetto. Devi essere bravo - in questo caso io - a trovare la chiave giusta per creare una empatia ed un dialogo con loro. Credo sia il modo migliore per instaurare un rapporto con loro efficace. Dopo questo, gli fai vedere quello che sei, un uomo adulto ma che ti piace divertirti; l'esempio, poi, lo dai sul campo, in determinate situazioni anche comportamentali. A quel punto assumi il vero rispetto che ti danno nel momento in cui alzi un dito quando qualcosa non va. Far sentire di essere sintonizzati sulla stessa lunghezza d'onda ma stimolarli al contempo". 

"Personalità ed esperienza ti permettono di percepire l'aria nello spogliatoio in alcuni momenti; al di là che il pensiero possa essere giusto in determinate situazioni, l'obiettivo deve diventare il remare tutti dalla stessa parte. A quel punto si parla e si interviene nei confronti anche della persona specifica. Spesso in uno spogliatoio si tende a condizionarci a vicenda". 

Se non avessi fatto il calciatore, chi saresti oggi?

"Penso sarei la medesima persona. Devo dire che ho avuto l'intuito ed una certa educazione per rispettare il mondo che mi ha dato l'opportunità di diventare chi sono senza stravolgere la mia indole ed il mio carattere. Cosa avrei fatto? Penso che avrei seguito l'esempio dei miei genitori che son diventati professori di educazione fisica. Questa era la strada che mi interessava, sempre vicino allo sport". 

Come riesci a reagire nei momenti difficili ed agli errori in campo? 

"Per ciò che esula dall'errore di campo, la mia risorsa principale è quella percentuale che da giovane era altissima - ora un po' più risicata - di follia che contraddistingue tutti gli uomini e me in particolare. Non ho paura di osare quando c'è negatività. Mi dò degli aut aut molto forti; sono esigente con me stesso. Non ho paura di questa sfida estrema. Spesso e volentieri vado alla ricerca di ciò perché è quello che mi fa rendere al meglio. Per l'errore in una singola partita, invece, è un qualcosa che mi disturba più ora rispetto a quand'ero ragazzo. Mi disturba perché quando commetto uno sbaglio, sono talmente autocritico con me stesso che sembro l'alunno che non riesce a prendere 30 all'esame. E per questo mi girano le p***e".  

"Io che sono autocritico, sul 70% dei gol incassati, penso sempre di aver potuto fare di più".

"In 12-13 anni di vittorie ho goduto poco delle vittorie e sofferto delle sconfitte. Quando sei abituato a vincere, godi poco dei successi. Quando entri in quell'ottica lì, hanno poco sapore le vittorie e l'unica cosa che ti rimane è la frustrazione per le sconfitte. Devo far pace su quest'aspetto perché sennò rischio di non smettere mai". 

Come vivi queste tappe?

"Ho vissuto varie tappe della mia carriera. Ti smuove l'adrenalina inizialmente ed il poter dire 'ce l'ho fatta'. Quando sono diventato un numero 1 questa passione è diventata un lavoro e obbligo verso me stesso e gli altri di non sfigurare rimanendo sempre al top. La parte ludica per 15/20 anni l'ho un po' persa e messa da parte. Negli ultimi due-tre anni ho ritrovato questo piacere di allenarmi di nuovo e rigiocare. E' come se da vecchio stessi rivivendo ciò che abbia trascorso da giovane. La verità è che continuo a giocare perché mi sento bene e sono competitivo e poi perché so di poter migliorare. Quando uno ha davanti margini di miglioramento, ha quel fuoco che non ti fa sentire appagato".

Quando hai capito che il calcio era la tua vita?

"Penso sia stata una scelta naturale dettata dall'istinto e da ciò che muoveva il calcio dentro di me. Aggregazione con gli altri, per entrare in sintonia anche con gli altri bimbi, giocare a calcio e l'unione che ti dava questa palla era qualcosa di incredibile. 

Buffon: "Sto bene. Ho fatto un piccolo riposino; sono un po' ingolfato in tema di loquacità ma ho preso un bel caffè e sono pronto. 

15:01 - Amici ed amiche buongiorno e benvenuti alla diretta Instagram con Randstadt Italia in cui, come ospite, è presente Gigi Buffon, numero 1 della Juve.

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