Parola d'ordine: "continuità". Qualcuno ha preso troppo alla lettera Carnevali

Parola d'ordine: "continuità". Qualcuno ha preso troppo alla lettera CarnevaliTuttoJuve.com
Oggi alle 00:08Firme Bianconere
di Vincenzo Marangio
Le dichiarazioni dell'ad nel pre partita mostrano la strada da seguire. In campo però si vede il solito scollamento e bassa qualità tecnica degli interpreti.

Carnevali è stato chiaro: "Dobbiamo cercare di ricostruire, dare continuità, e non cambiare ogni momento, altrimenti si riparte sempre da zero". Eccola la linea dettata dalla dirigenza della Juventus, fiducia in Spalletti, e non a tempo, fiducia con la consapevolezza che "la panchina scotta" ma inteso come tempo da concedere ancora al tecnico non tempo da togliergli. Rimandato, ancora una volta, dunque, il Conte-bis che intanto respinge le illazioni di presunti accordi con condizioni dettate e se ne sta lì, in attesa di una chiamata da chi sentirà il bisogno di lui. Non arriveranno tante chiamate da Torino, non adesso, Carnevali è uno abituato a dire le cose come stanno, anche a costo di essere brutale, ma difficilmente sii affida alle classiche bugie bianche. 

Avanti con Spalletti, dunque, e la decisione, per certi versi, ha un senso. Cambiare da Allegri a Motta, passando per Tudor fino ad arrivare a Spalletti non solo non ha portato risultati, ma ha creato ancora più confusione alzando i costi di operazioni di mercato quasi sempre fallimentari. Luciano da Certaldo è un uomo tutto d'un pezzo, difficile che possa fare un passo indietro, soprattutto dopo la delusione Nazionale che voleva "lavarsi" via dalla pelle subito con la Juventus. Ma, ad oggi, l'operazione è clamorosamente fallita. Un impatto vincente, una manciata di partite giocate bene, poi i punti buttati via e la clamorosa uscita dalla zona Champions. Un'estate a riprogrammare, un Comolli cacciato per accontentarlo, un mercato non del tutto soddisfacente e, ad oggi, la delusione si ripete. L'umiliazione interna patita contro la Lazio ha lo stesso sapore di quello contro l'Atalanta sotto la guida di Motta, con quella insopportabile sensazione di aver cambiato senza davvero cambiare. Un giro a vuoto, l'ennesimo. Ma cambiare ancora una volta spingerebbe la Juventus nella "sindrome Manchester United": esonero ad ottobre, buon impatto del nuovo allenatore e nuovo esonero un anno dopo. Il tutto spendendo, male, una marea di soldi.

La fiducia è arrivata un attimo prima del fischio d'inizio tra Juventus-Rennes, eppure non ha avuto l'effetto di una scossa da defribillatore per far ripartire il cuore di una squadra poco partecipe fino ad ora. Si parte forte, magari si passa in vantaggio, ma poi al primo tiro arriva il gol, al secondo il raddoppio e devi sperare non arrivi il terzo. Nel mezzo cambi tattici, girandola di esperimenti di formazione, poca qualità tecnica, zero leader, fascia di capitano che ha il tragico effetto di spegnere sinapsi, cuore e muscoli di chi la indossa. Un peso che si somma a peso. Insostenibile. Bremer sta facendo rimpiangere addirittura Locatelli che, come capitano, non è certo uno che si fa sentire in campo e dall'arbitro quando ci sono decisioni sbagliate. 

Tecnicamente il lvello non incoraggerebbe nessun allenatore ad abbracciarsi questa croce: manca un centrocampista di qualità, Luiz è più un Hombre "orizzontal" che vertical, tanti buoni propositi, anche un discreto impegno ma pochissime luci accesi. E seppure accendesse la luce troverebbe il vuoto: Kolo Muani che vaga per il campo con il solo Waltemade, ultimo arrivato, ad intrepretare uno spirito molto simile a quello Juve. Fiammate, psicosi da risultato negativo, impeto frenetico e disordinato che fruttano un pareggio deleterio per la classifica anche in Europa League.

Va bene la continuità, ma pare che qualcuno l'abbia presa troppo alla lettera.