ESCLUSIVA TJ - Sergej Alejnikov: "Io, la Juve e il sistema sovietico. Vinsi al primo anno ma fui costretto ad andarmene. Il calcio di oggi è malato, bisogna fare qualcosa"

05.04.2012 14:30 di Gaetano Mocciaro  articolo letto 12409 volte
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
ESCLUSIVA TJ - Sergej Alejnikov: "Io, la Juve e il sistema sovietico. Vinsi al primo anno ma fui costretto ad andarmene. Il calcio di oggi è malato, bisogna fare qualcosa"

In esclusiva per TuttoJuve.com l'ex centrocampista bianconero Sergej Alejnikov apre i cassetti della memoria raccontando la sua esperienza alla Juve e le vicissitudini che lo portarono al trasferimento a Torino prima e a Lecce poi, facendo un paragone col calcio dell'epoca e quello attuale.

Sergej Alejnikov, innanzitutto cosa sta facendo adesso?

“Alleno il Kras, squadra di Eccellenza del Friuli Venezia-Giulia. È un ritorno, il mio, dopo esservi arrivato quattro anni fa e quest’anno in squadra c’è anche mio figlio Artur, classe 1991, che gioca un po’ come giocavo io anche se con caratteristiche più offensive”.

Come è arrivato ad allenare il Kras?

“Come nella vita molte cose avvengono casualmente. Quando facevo il corso master a Coverciano ho conosciuto il presidente del Kras e abbiamo parlato un po’. Abbiamo deciso di provare a lavorare insieme, questo 4 anni fa. La Società era giovane e io come allenatore pure, essendo freschissimo di Coverciano. Comunque l’impatto fu positivo e siamo rimasti amici anche quando il rapporto è terminato. Poi ci siamo risentiti e quest’anno eccomi di nuovo al timone della squadra”.

Lei è stato uno dei primissimi sovietici a lasciare il proprio paese per giocare all’estero. Era così difficile per voi pionieri avventurarsi un una nuova realtà?

“Il discorso secondo me va spostato non tanto sul fatto che eravamo i primi a giocare fuori, perché se guardi bene anche oggi gente come Pavlyuchenko o Arshavin è tornata indietro dopo essere stata in Inghilterra. È una questione di carattere.  Io ad esempio giocavo nella nazionale sovietica da 8 anni e ho avuto possibilità di viaggiare e vedere i paesi. Eravamo spesso a Coverciano, stavamo in ritiro e in qualche modo avevo già conosciuto l’Italia. Perciò non ho mai avuto problemi di ambientamento.  non ho avuto problemi e non li ho mai avuti”.

Non tutti sanno che in realtà in Italia non l’ha portata la Juventus ma un’altra Società

“Esatto, è stato il Genoa a portarmi in Italia. All’epoca il professor Scoglio mi voleva nella sua squadra, sono arrivato a Genova per cominciare a discutere il contratto. Mentre aspettavamo i dirigenti per chiudere è intervenuta la Juve. E la storia è cambiata”.

Insomma, un tradimento nei confronti del Genoa

“Non direi, perché hanno fatto tutto i dirigenti della mia ex squadra, la Dinamo Minsk. Anche se la situazione era ben più complessa, perché in Unione Sovietica la situazione era particolare”.

Cioè?

“In pratica la Dinamo Minsk, come tutte le squadre denominate Dinamo erano sotto il ministero dell’interno, perciò qualsiasi cosa doveva passare da Mosca. Non c’erano le squadre professionistiche e io stesso ero dipendente del ministero dell’interno. Erano loro a decidere, mi hanno detto: domani si chiude il mercato, firma qui. E io ho firmato”.

Era il 1989. Un anno alla Juve che ha portato una vittoria in Coppa Italia e Coppa Uefa. Insomma, non male

“In realtà è andata male. Ho saputo che avevo firmato un contratto di tre anni, poi seppi che dopo un anno se la Juve non mi voleva più c’era una clausola nella quale doveva pagare un indennizzo. In ogni caso non era certo la mia intenzione, dopo aver vinto due trofei al primo anno, di andarmene. Per quale motivo avrei dovuto? Anche Zoff fu mandato via dopo quello che aveva fatto. Dico io: vinci due coppe e anziché rinforzarti mandi via quasi tutti?”.

Cosa successe?

“Io posso parlare per me. Non sapevo niente del fatto che sarei andato a fine stagione al Lecce. Mi gestiva una società di Padova che controllava i cartellini dei giocatori che erano all’epoca alla Dinamo e li piazzava dove voleva. Io come molti altri sovietici non avendo mai avuto un contratto prima d’ora non sapevamo come funzionasse, non conoscevamo i nostri diritti”.

Parlando di calcio giocato che ricordi le ha lasciato l’esperienza alla Juve?

“Come il primo amore. Nel bene o nel male ti resta nel cuore. Ho trovato persone squisite, su tutti Gaetano Scirea che mi stette vicino durante i miei primi giorni. È stato importantissimo nell’aiutarmi a inserirmi nella squadra. Ho conosciuto la moglie e il figlio che ogni tanto sento ancora”.

A differenza sua il connazionale Zavarov non si ambientò. Perché?

“Non voglio entrare troppo nello specifico, certamente il problema è stato di tipo caratteriale. E poi i giornalisti sono in grado diportare un giocatore tanto in alto quanto in basso”.

In che senso?

“Nel senso che se vedono un giocatore che finito l’allenamento scappa subito a casa e lo fa una volta, lasciano passare. Poi, lo rifà la seconda, la terza, la quarta e allora cominciano a ricamarci su. Il punto è che bisogna distinguere l’uomo dal calciatore e come calciatore su Zavarov penso non ci sia molto su cui discutere”.

Forse le aspettative su di lui erano alte, per questo ha suscitato clamore

“Vero anche questo, ma d’altronde doveva sostituire un mito come Michel Platini ed era una cosa davvero difficile”.

Lei l’ha più sentito?

“Pochissime volte, da quando ha lasciato la Francia, che è stata la sua tappa successiva all’Italia, è tornato in Ucraina. Mi capita di rivederlo per qualche partita di beneficienza. Il rapporto fra noi è molto buono e adesso so che si occupa dell’organizzazione degli Europei del 2012”.

Meglio Torino o Lecce?

“Dal punto di vista calcistico passando dalla Juve al Lecce ci ho rimesso ma dal punto di vista umano nel Salento mi sono trovato benissimo, è un posto stupendo”.

È più tornato a Torino? Possiamo definirla italiano, ormai

“Quando mi capita vengo spesso alla Juve, anche perché c’è mio figlio. Più che italiano sono cosmopolita. Oltre all’Italia ho visto altri paesi, come il Giappone, dove vi ho giocato 4 anni, o la Svezia. Mi spiace solo non essere stato negli Stati Uniti”.

Rispetto ai sui tempi che differenze trova nel calcio?

“Vedo un calcio malato. Purtroppo prevalgono i soldi, gli interessi.  E poi non per caso succedono casini, come quello delle scommesse. Ai miei tempi allo stadio vedevi tante persone, genitori con i figli, un’atmosfera diversa. Ora c’è paura ad andare allo stadio e si guarda la partita in tv”.

Il nuovo stadio della Juve ha dato una spinta importante nel riportare la gente allo stadio

“Ed è questa la cosa più importante. Se poi arriva anche il business non c’è niente di male. Ma l’importante, per il bene del calcio, è che si riempiano di nuovo gli stadi”.