Paratici racconta: "Così abbiamo scovato Pogba e Vidal, Agnelli era un visionario. Fernando Torres..."
Il direttore sportivo della Fiorentina Fabio Paratici è intervenuto dal palco di Solomeo durante il “Global Launch of the 100’s” dell’European Golden Boy, analizzando lo stato del calcio italiano e le differenze con la Premier League.
Come vede il calcio italiano?
“Bisogna dividere due cose: il livello del campionato ed il livello dei calciatori. Il livello del campionato italiano è stato depauperato, è sceso di livello. Perché i migliori calciatori non ci toccano più, ora i migliori vengono acquistati dalle squadre di Premier. Così come i migliori della Serie A, che deve creare sempre nuovi giocatori forti. E’ un campionato di passaggio, come 15 anni fa lo erano i campionati olandesi o portoghesi. Continuo comunque a credere che i calciatori italiani siano bravi, ma forse il campionato italiano non è la piattaforma ideale per allenarli al meglio, per farli performare. Poi si può aprire tutta una serie di discorsi sul settore giovanile…”.
Come si esce da questa situazione?
“Una via d’uscita c’è sempre. Io sono ottimista perché abbiamo un prodotto, se poi lo lavoriamo male perché non riusciamo a valorizzarlo al meglio è un problema nostro. Noi partiamo da un bel prodotto di base, poi dobbiamo migliorare. Io sono arrabbiato anche con me stesso perché faccio parte di questo sistema, è una nostra responsabilità come dirigenti e come settore calcio fare meglio di come stiamo facendo”.
Cosa si potrebbe prendere dal campionato inglese?
“La Premier ha creato un prodotto incredibile. A me hanno impressionato i criteri d’ingresso: un allenatore magari porta 5 collaboratori, ma non tutti hanno i punti necdessari per entrare in Premier. Essendoci questi paletti devi avere gente preparata, gente con esperienza. Per questo hai i migliori match analyst, i migliori preparatori… Il punto d’ingresso è molto stretto, e questo è importante. E poi anche sulle proprietà, vengono fatte due diligence serie in questo senso”.
Più stupito dalla mancata qualificazione dell’Italia o le italiane subito fuori?
“Per me la non qualificazione per 3 mondiali della Nazionale è un mistero e un delitto calcistico, un dramma. Le squadre che escono dalle coppe non sono un termomentro sufficiente per dire che il calcio italiano è in crisi”.
I colpi Pogba e Vidal della sua prima Juventus e l’utilizzo dei dati?
“C’è un sistema e un metodo di selezione, ogni club ha un sistema di scouting che fa selezione. Poi sono stato molto attento, ho studiato i dati, ho dovuto seguire un po’ questo modello in Inghilterra. Aiutano, ma resta il fatto che non ci sarà mai nessun algoritmo o dato che possa raccontare la personalità, il coraggio, la personalità… Giocare davanti a 5000 persone o 100 mila è diverso, questo i dati non te lo dicono. Resta l’istinto e la sensibilità della persona che sceglie. Non tutti i calciatori vanno bene per la stessa squadra. La riunione tipica ai tempi di quella Juventus durava tutto il giorno, il problema è che i litigi che si creavano venivano smaltiti in diversi mesi. C’erano persone di grande personalità che esprimevano le proprie idee in modo risoluto, le discussioni c’erano. Aver avuto persone di diversi paesi, di diverse culture, ci ha migliorato molto come persone e come club. Abbiamo cambiato anche la metodologia di lavoro del settore giovanile. Ricordo una riunione in cui dovevamo fare un elenco di giocatori alla Vidal o Pogba: io misi Lampard e Gerrard, gli spagnoli mi dissero Cazorla… Per dire che ci hanno aperto la testa, il calcio non è solo uno e devi essere aperto per capire”.
Cosa era quella Juventus?
“Per noi la Juventus è stata una grande scuola, con Andrea Agnelli che era un visionario da ogni punto di vista. E lo stesso Marotta che è stato un grande insegnante per tutti. Così abbiamo potuto rubargli il mestiere, tutto il gruppo aveva voglia di imparare e migliorare”.
Quante telefonate di mercato al giorno riceve?
“Un allenatore una volta mi disse che per mettere a posto la confusione che faccio in un giorno, me ne servirebbero due. Quindi capii che dovevo darmi una calmata”.
Un giorno seguivate Fernando Torres alla Juventus, poi decise di non prenderlo perché dopo una cena “non vedeva più il calcio nei suoi occhi”. Come si fa a vederlo?
“Quelli che fanno calcio a un certo livello lo sanno, lo vedono. Si capisce se c’è ancora il fuoco dentro o se è sazio. Io dico sempre che un giocatore si sente, non si vede. Quello che te lo fa percepire è la cosa importante, così come il conoscerlo. Preferisco andarci a cena una volte e magari guardare 3 partite in meno, perché capisci il background, il modo di pensare. Ogni dettaglio è importante per darti il là nell’ultima spinta dell’investimento. Quando incontrai Tevez, dopo 5 minuti ero convinto. Le sensazioni erano chiare. Percepivi la voglia, era un campione in tutto e te lo faceva percepire”.
Direttore: Claudio Zuliani
Responsabile testata: Francesco Cherchi
Editore: TMW NETWORK s.r.l. - P.I. 02210300519
Iscritto al Registro Operatori di Comunicazione al n. 26208

