Ricordate quel giorno? AJAX-JUVENTUS

La rivisitazione di alcune partite giocate dalla Juventus; storie di vittorie e di sconfitte per riassaporare e rivivere antiche emozioni
10.04.2019 10:28 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Ricordate quel giorno? AJAX-JUVENTUS

11 dicembre 1974 – De Meer Stadion di Amsterdam
 AJAX-JUVENTUS 2-1
Ajax: Schrijvers; Blankenburg e Suurbier; Dusbaba, Krol (dal 57’ Van Santen) e A. Mühren (dall’80’ Kok); Haan, Geels, G. Mühren, Mulder e Steffenhagen. Allenatore: Kraay.
Juventus: Zoff; Gentile e Longobucco; Furino, Morini e Scirea; Damiani (dall’81’ Cuccureddu), Causio, Altafini, Capello (dall’89’ Viola) e Bettega. Allenatore: Parola.
Arbitro: Vigliani (Francia).
Reti: Blankenburg al 25’, Damiani su rigore al 66’, G. Mühren al 90’.

GIOVANNI ARPINO, “LA STAMPA”

La Juventus ce l’ha fatta. La «onorevole sconfitta» che le permette di passare il turno in Coppa Uefa ed accedere ai quarti di finale non incrina, dal punto di vista della aritmetica, la prova dei bianconeri, che hanno ottenuto il passaggio con una chiara dimostrazione di che cosa è ancora possibile al famoso e vituperato «catenaccio all’italiana». Malgrado la prova opaca di Altafini, che nei primi trenta secondi ha dovuto incassare due solenni botte capaci di disamorarlo subito, malgrado le incertezze del suo «libero», la squadra torinese è riuscita a produrre un volume di gioco che legittima sia il risultato acquisito a Torino durante l’«andata», sia il virtuale pareggio di questa sera: diciamo pareggio, perché il gol segnato al 90’ dagli ajaci è apparso più che altro una zampata alla «spera in Dio» e non un’azione – tra le tante – condotte dai biancorossi di Amsterdam.

È un destino, queste squadre olandesi riescono a cavarsela comunque, magari con inutili vittorie, ma danno del filo da torcere ai nostri giocatori. Se il vecchio zio José avesse dialogato meglio con uno splendido Bettega e con un Furino o un Causio che portavano importanti palloni nella metà campo avversaria, la Juventus sarebbe uscita dallo Stadio Olimpico di Amsterdam con ben altro risultato. Possiamo dire tranquillamente che tra l’andata ed il ritorno la squadra bianconera si è letteralmente «mangiata» una mezza dozzina di gol: tre potevano essere quelli messi a segno a Torino, almeno due quelli che dovevano entrare nella porta olandese qui ad Amsterdam. Naturalmente hanno pesato sul comportamento dei bianconeri la temperatura boreale e la umidità, attraversata da vampate di pioggia, che caratterizzano questo periodo in Olanda. Tuttavia, il gioco della squadra torinese faceva sperare addirittura in una vittoria.

L’Ajax di oggi vive soltanto di ricordi: privo del principe Cruyff, autentico genio, la squadra olandese balbetta un football caotico, aggressivo quanto cieco, anche se crea occasioni non riesce a realizzarle. La difesa torinese, malgrado le ripetute incertezze di alcuni suoi uomini, ha fatto perno su uno Zoff in grado di opporsi con magnifici interventi alle puntate avversarie. In centrocampo ha operato un filtro molto intelligente di fronte alle manovre avversarie. È mancata in avanti la «punta di diamante» di Altafini, rabbrividente per il gelo e — ripetiamo — ammansito dagli interventi iniziali dei truci difensori olandesi.

Il passaggio ai «quarti» è naturalmente dì estrema importanza per la squadra bianconera, ultima rimasta — come emblema e come sostanza — a rappresentare il calcio nazionale. Dal football olandese si può imparare molto: però una sua «lezion picciola» anche la Juve stasera, perdente di misura e per pura casualità, è riuscita ad impartirla.

GINO FRANCHETTI, “LA GAZZETTA DELLO SPORT”

Boniperti, che aveva tanto sofferto per tutta la partita, alla fine scappa ad abbracciare il collega Van Praag, finalmente con la felicità del vincitore: non era stata la stessa cosa due anni fa a Belgrado.

«Nell’intervallo mi mangiavo le dita perché la Juventus faceva gioco, ma io sapevo che accorreva un gol. Come avevo sperato, il gol è venuto, grazie a quella reazione magnifica che la mostra squadra ha saputo opporre alla prima rete olandese. Mi sembra che senza Cruijff anche agli olandesi possa capitare di non riuscire a vincere».

Carlo Parola quasi non entra neppure negli spogliatoi con i suoi giocatori. All’interno lo spazio è poco, c’è il fumo delle docce, questa è appunto l’occasione per restare di fuori, nel corridoio, ad esternare la sua gioia ai giornalisti.

«Sarebbe stato meglio chiudere con l’1-1 – osserva – questa è l’unico nota negativa della serata; anche se non ha compromesso la nostra qualificazione, ci ha rovinato il finale della partita. Ma la cosa importante è come ha reagito la squadra quando si è trovata in svantaggio. Io ero sicuro che avrebbe saputo recuperare, perché ha subito cercato il pari. Anzi, avrebbe meritato di ottenere il pareggio già prima dell’intervallo. Sono contento di tutti. Credo in questa Juve e l’ho sempre detto. L’Ajax ci ha messo in difficoltà soltanto all’inizio, quando ci ha schiacciato nella nostra area; io avrei voluto cambiare le marcature dei due terzini, ma non ci sono riuscito proprio perché c’era un po’ di caos. Ad ogni modo, se noi all’inizio non abbiamo convinto, il merito è stato dell’Ajax; poi loro sono calati. A proposito dei miei giocatori, importantissimi gli inserimenti di Scirea all’attacco, che hanno dato respiro a tutta la squadra».

Quando si entra dai giocatori, ci invitano ad assaggiare le loro tartine. Sarebbe pronta una festicciola, ma non hanno il tempo di dedicarvisi. C’è Damiani sulla porta:

«Questa volta nel battere il calcio di rigore ero più tranquillo che in occasione della partita con la Roma, semplicemente perché era il secondo. È vero, non ho mai calciato un rigore in vita mia; ma negli allenamenti ci siamo accorti che non sbagliavo mai e così sono diventato rigorista. Nell’esecuzione di questa sera mi sono fermato perché da dietro un olandese mi ha tirato sul pallone una zolla di terra. Pensavo di calciare alla destra del portiere come faccio di solito, ma ho visto che si muoveva e ho tirato dall’altra parte; mi è andata bene».

Krol è stato messo in difficoltà anche questa volta...

«Sì, ma questa volta non stava bene, ho visto che aveva dei fastidi all’inguine. La partita per noi poteva anche essere più facile, se fossimo andati prima in vantaggio».

Che cosa è successo in occasione del primo gol olandese?

«Gerrie Mühren ha calciato la punizione, il tiro è stato deviato dalla barriera ed io ero vicino a Blankenburg; lui era in vantaggio sulla palla, ma l’ha sbucciata, io ho cercato di arrivarci con la gamba, ma la palla è rimasta lì e Blankenburg ha potuto metterla in rete».

«Quel pallone era leggerissimo – dice Morini – e con il vento capire la sua traiettoria era impossibile. Noi ad ogni modo non abbiamo mai perso la testa e abbiamo giocato sempre al calcio».

«Più o meno gli attaccanti dell’Ajax – osserva Zoff – si sono comportati come pensavo. Anche l’ultimo tiro, quello del due a uno, era una grossa cosa. Non ci importa niente di aver battuto gli olandesi, quel che conta era superare il turno; in fondo mi sembra che i mondiali li abbiano vinti i tedeschi... Ad ogni modo è chiaro che il nostro successo dovrebbe far del bene un po’ a tutto il calcio italiano».

Zoff spiega ancora che, in occasione del primo gol olandese, nella sua uscita è stato sbilanciato proprio dall’errore di Blankenburg al suo primo contatto con la palla. Intanto Furino indica nel suo esame della gara uno degli uomini-chiave in Bettega.

«Abbiamo dato la dimostrazione della forza di questa squadra. Da quattro anni è fra le più criticate, ma può anche perdere e tuttavia in campo fa sempre la sua parte. Qualcosa di buono anche noi possiamo esprimerlo in campo internazionale. Questa Coppa è lunga e siamo andati avanti, benché avessimo a che fare con le grandi tradizioni dell’Ajax. Io sapevo che anche stavolta, comunque potesse andare, avremmo fatto bella figura. Penso che la carta vincente sia stato Bettega, nella sua nuova posizione, anche se in tutte e due le partite devo dire che abbiamo sbagliato molto nell’ultimo passaggio».

«Io non avevo compiti particolari – chiarisce Bettega – semplicemente dovevo fare da trait-d’union fra Altafini o Damiani e il resto della squadra. Mi pare di essere riuscito ad organizzare il contropiede con diversi uno-due in velocità. Mi sono trovato bene e penso che diventerà il mio ruolo. Per ora no, comunque, mi piace ancora giocare di punta. C’è un po’ di amarezza in noi per quel gol venuto alla fine, quando si pensava che la partita fosse terminata. Ad ogni modo tutti ci davano per sconfitti e l’aver passato il turno è una grossa soddisfazione».

Accanto a lui c’è Altafini, che in qualche occasione si è incaricato di sbagliare quello che Bettega aveva costruito.

«Io vorrei far notare – dice – che Scirea è un grosso libero. Avremmo dovuto segnare tre gol, non uno».

«Sull’uno a zero noi ci siamo chiusi per paura di prendere il secondo gol – dice Causio –. La nostra forza è stata quella: li abbiamo aggrediti e li abbiamo presi di sorpresa. Certo non si aspettavano una tale decisione sull’uomo da parte nostra. Quando ho provocato il calcio di rigore, non ho visto chi abbia fermato la palla, ne avevo tre o quattro davanti. Se guardiamo bene, forse di occasioni da gol ne abbiamo create più noi di loro. Certo, se loro fossero riusciti a raddoppiare, per noi sarebbe diventato molto difficile rimediare la situazione. Ma abbiamo giocato come se fossimo in casa nostra».