Juventus, quanta qualità: ma la lezione di Maifredi invita alla prudenza per tutti, caro Spalletti

Juventus, quanta qualità: ma la lezione di Maifredi invita alla prudenza per tutti, caro SpallettiTuttoJuve.com
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di Massimo Pavan
La nuova Juventus abbonda di talento, ma la storia di Maifredi insegna: Baggio, Hässler e Schillaci non bastarono. Spalletti deve costruire una squadra.

La Juventus costruita per Luciano Spalletti presenta un tasso tecnico che non si vedeva da tempo a Torino. Yildiz, Conceição, Zhegrova, Boga, Alajbegovic, Kolo Muani e David offrono fantasia, dribbling, velocità e soluzioni differenti negli ultimi metri. A centrocampo non mancano giocatori capaci di trattare il pallone, da Douglas Luiz a Koopmeiners, passando per Locatelli.

Le amichevoli estive hanno già mostrato triangolazioni rapide, improvvise verticalizzazioni e una maggiore predisposizione alla giocata offensiva. La sensazione è che la Juventus possa tornare a divertire e divertirsi, liberandosi di quella prevedibilità che ne aveva condizionato diverse fasi delle stagioni precedenti.

Il talento, però, non garantisce automaticamente il successo. La storia bianconera offre un precedente troppo importante per essere ignorato: la Juventus affidata a Gigi Maifredi nella stagione 1990-91. Una formazione ricca di campioni e giocatori spettacolari, ma incapace di trasformare le proprie qualità individuali in una squadra equilibrata.

Yildiz guida una Juventus ricca di fantasia

Il centro del nuovo progetto è Kenan Yildiz. Il numero 10 ha tecnica, personalità e capacità di incidere partendo da posizioni differenti. Può ricevere sulla sinistra, avvicinarsi al centravanti oppure muoversi tra le linee. Contro il Palermo ha segnato, ma Spalletti ne ha apprezzato soprattutto la disponibilità al sacrificio.

Accanto al turco esistono molte combinazioni possibili. Conceição è un acceleratore naturale: riceve largo, punta l’avversario e crea superiorità numerica. Zhegrova possiede un mancino capace di produrre assist e conclusioni improvvise. Boga porta strappi e conduzioni, mentre Alajbegovic aggiunge imprevedibilità, inserimenti e un talento ancora da modellare.

Kolo Muani garantisce profondità e mobilità. David offre istinto realizzativo e capacità di attaccare l’area. Anche Milik, tornato al gol contro il Palermo, può diventare una risorsa grazie alla protezione del pallone e alla qualità tecnica.

Spalletti dispone dunque di un attacco nel quale quasi ogni giocatore può inventare qualcosa. È una ricchezza evidente, ma anche un problema da gestire: tanti calciatori amano ricevere il pallone, muoversi verso il centro e partecipare alla rifinitura. Serviranno distanze corrette e compiti precisi per evitare sovrapposizioni.

Il precedente della Juventus di Maifredi

Nell’estate del 1990 la Juventus sembrava avere costruito una squadra destinata allo spettacolo. Dal mercato arrivarono Roberto Baggio e Thomas Hässler, due dei giocatori tecnicamente più raffinati dell’epoca.

In attacco c’erano anche Salvatore Schillaci, reduce dalle notti magiche del Mondiale italiano, Pierluigi Casiraghi e Paolo Di Canio. Il reparto offensivo presentava talento, potenza, fantasia e numerose possibilità.

La società scelse Maifredi, reduce dal calcio brillante proposto con il Bologna, per aprire un ciclo nuovo e più moderno. L’idea era superare il tradizionale pragmatismo juventino e costruire una squadra offensiva, aggressiva e spettacolare.

Le premesse non furono rispettate. La Juventus terminò il campionato al settimo posto, non vinse trofei e rimase fuori dalle competizioni europee per la stagione successiva. La qualità individuale non riuscì a compensare gli squilibri tattici, la fragilità difensiva e l’assenza di un’identità condivisa.

Baggio realizzò giocate e gol straordinari, ma la squadra non trovò mai continuità. Hässler faticò a inserirsi nel sistema, mentre la coesistenza tra tanti attaccanti non produsse automaticamente un gioco efficace.

Quel fallimento rimane uno dei moniti più significativi della storia juventina: una collezione di talenti può entusiasmare, ma non necessariamente vincere.

Spalletti deve distribuire compiti e responsabilità

La nuova Juventus corre un rischio simile se confonde il talento con l’equilibrio. Schierare contemporaneamente molti giocatori tecnici può aumentare la pericolosità, ma anche indebolire le coperture e allungare la squadra.

Contro il Palermo, Yildiz ha dovuto rincorrere il terzino avversario perché Alajbegovic attaccava frequentemente una posizione centrale. Quel sacrificio è stato apprezzato da Spalletti proprio perché dimostra la disponibilità del singolo a lavorare per il collettivo.

È questo il passaggio decisivo. Conceição deve puntare l’uomo, ma anche scegliere quando liberarsi del pallone. Gli attaccanti devono segnare, ma partecipare alla pressione. I trequartisti devono occupare gli spazi senza concentrarsi tutti nella stessa zona. I centrocampisti devono costruire, ma anche proteggere la difesa.

La qualità può funzionare soltanto se inserita in un sistema di compensazioni. Ogni libertà concessa a un giocatore deve essere accompagnata dal movimento di un compagno.

Douglas Luiz, il simbolo dell’equilibrio da trovare

Il caso Douglas Luiz riassume bene il dilemma di Spalletti. Il brasiliano possiede visione, facilità di passaggio e capacità di verticalizzare. Può aumentare sensibilmente il livello tecnico del centrocampo, ma deve migliorare nella copertura del campo.

Accanto a un mediano difensivo può avere maggiore libertà. In coppia con un giocatore offensivo, invece, rischia di lasciare troppo spazio nelle transizioni. Spalletti dovrà scegliere le combinazioni non soltanto in base alla qualità individuale, ma alle caratteristiche complementari.

Lo stesso discorso riguarda Koopmeiners, Locatelli e McKennie. Il centrocampo deve mettere ordine tra la fantasia dell’attacco e le esigenze della difesa. Senza questo collegamento, la Juventus rischierebbe di spezzarsi in due tronconi.

Essere belli non basta

La nuova Juventus può diventare una squadra divertente, Possiede giocatori capaci di accendere le partite e cambiare il risultato con una giocata individuale, Dopo anni di calcio spesso prudente, è comprensibile che i tifosi siano attratti da questa abbondanza di talento. La memoria di Maifredi impone però cautela. Anche quella squadra prometteva gol, spettacolo e modernità. Finì invece per perdere equilibrio, sicurezza e risultati.

Spalletti deve evitare che la Juventus diventi soltanto bella sulla carta. Servono organizzazione, disciplina, disponibilità alla corsa e capacità di attraversare i momenti difficili senza perdere le distanze.

La sfida è diventare squadra

Il talento rappresenta il punto di partenza, non quello di arrivo. La Juventus potrà sfruttarlo soltanto se ogni giocatore accetterà di rinunciare a qualcosa per aiutare il compagno.

Yildiz dovrà continuare a sacrificarsi, Conceição dovrà trasformare i dribbling in occasioni concrete, Kolo Muani e David se rimarrà, dovranno lavorare anche senza pallone. Douglas Luiz dovrà unire qualità e attenzione difensiva. Persino chi partirà dalla panchina dovrà sentirsi parte del progetto.

La lezione del 1990-91 è semplice: Baggio, Hässler, Schillaci, Casiraghi e Di Canio non bastarono perché la Juventus non riuscì a diventare un organismo unico.

Spalletti ha oggi una rosa con un altissimo potenziale tecnico, il suo compito più importante non sarà aggiungere altra fantasia, ma darle una struttura. Perché i campioni possono vincere una partita; soltanto una squadra può vincere una stagione.