Il caso Rocchi, la credibilità perduta e la crisi di un sistema da estirpare alla radice. Il silenzio assordante di Gravina. "Var introdotto per fermare la Juve", ma ora è tutto il calcio a ribellarsi

Il caso Rocchi, la credibilità perduta e la crisi di un sistema da estirpare alla radice. Il silenzio assordante di Gravina. "Var introdotto per fermare la Juve", ma ora è tutto il calcio a ribellarsi
Oggi alle 08:05Il punto
di Luigi Schiffo

Premessa necessaria: l’aggressione fisica che costringe una persona a uscire dallo stadio scortato dalle forze dell’ordine non è mai accettabile e quindi quanto accaduto al designatore arbitrale Gianluca Rocchi a Carrara in occasione di Carrarese-Catanzaro è esecrabile senza se e senza ma.
Errore da non commettere: fermarsi con lo stigmatizzare l’accaduto.

Gianluca Rocchi è designatore arbitrale dal  3 luglio 2021, quindi questa è la sua quinta stagione nella cabina di regia degli arbitri italiani. Essendo un ruolo anche “politico” (nel senso proprio del termine, senza connotazioni negative, ovvero di attività che riguarda la vita di una certa comunità, che in questo caso è rappresentata da giocatori, allenatori, società e milioni di tifosi) un ricambio periodico è sempre necessario e i cinque anni sono un periodo solitamente ritenuto congruo. Il suo predecessore Rizzoli è stato in carica quattro anni, prima di lui Rosetti (ora designatore Uefa) un anno, quattro anni Braschi, Collina (oggi capo degli arbitri della FIFA) tre anni, sei anni la coppia Bergamo-Pairetto finita poi nell’occhio del ciclone per Farsopoli. Insomma si arriva necessariamente a un momento in cui è necessario un cambio, perché è un compito logorante e che richiede una rete di relazioni che nel tempo tendono a consolidarsi, polarizzarsi e cristallizzarsi, a discapito della credibilità.

E il punto sta proprio qui: a discapito della credibilità. Ritornando a quanto accaduto a Carrara, non certo una piazza nota per intemperanze, tanto più in tribuna e non in curva, probabilmente siamo di fronte ad un segnale da non sottovalutare perché si sta passando dalle contestazioni delle società agli animi dei tifosi. E qui la questione si fa decisamente meno controllabile.



 Più volte su queste colonne abbiamo sottolineato come i tifosi bianconeri abbiano ormai perso fiducia nella classe arbitrale, nell’uso del VAR, nella FIGC e nei tribunali sportivi. Il manifesto del dissenso sono i sonori fischi che travolgono l’inno della Serie A ad ogni partita allo Stadium. Il “dov’è Rocchi” di Max Allegri nella finale di Roma, le parole di Tudor dopo Verona, quelle di Chiellini e Comolli (evento più unico che raro) a San Siro sono il segnale che questa fiducia è venuta meno anche tra i protagonisti. Ma finché era una questione legata solo al mondo Juventus, c’era buona gioco a dire come sempre: “vittimisti, complottisti, proprio voi che avete sempre rubato, ecc…”. Inutile sottolineare che fatti enormi come la “sparizione di Candreva” o l’espulsione di Kalulu a San Siro non abbiano uguali in nessun’altra piazza. Inutile invitare a leggere le tabelle che riportano il saldo di interventi a favore e contro del VAR, oppure le classifiche delle espulsioni, dei rigori e quant’altro. Inutile far notare che ben tre voci del mondo del calcio, e cioè Massimo Mauro, Ivan Zazzaroni e Italo Cucci hanno detto la stessa cosa: “Il VAR è stato introdotto per cercare di fermare la Juve”.

Ora però il malumore sta dilagando e salendo di tono tra i protagonisti (allenatori, dirigenti) come tra i tifosi, molti dei quali (juventini e milanisti in particolare, che comunque non sono pochi…) non avevano ritenuto opportune alcune immagini del designatore a San Siro con auricolare e braccialetto dell’Inter o in convegni pubblici seduto al tavolo di fianco a Marotta. E nel “sentimento popolare” c’è sempre più la sensazione che ci sia qualcosa che non va dietro al fatto che episodi analoghi vengano valutati in maniera opposta, con l’aggravante della possibilità di analizzarli da parte del Var.

E personalmente non escludo che nei fischi di Lecce e Como a Bastoni ci sia il dissenso non solo per quanto fatto dal giocatore, ma anche per la sua impunità: e quindi probabilmente sono anche fischi al sistema.

Qualche settimana fa Rocchi disse: “Se qualcuno non crede alla buona fede mi dimetto domattina”. Forse è arrivato il momento di mettere in pratica il proposito, perché al di là del discorso sulla buona fede, in gioco c’è la credibilità: lo dicono i fatti di Carrara, come i fischi all’inno della Lega Serie A, come le proteste di Lazio, Napoli, Milan, Juventus e probabilmente altre che dimentico, come il clima che si respira sui social.
E siccome quello del designatore è un ruolo politico (nel senso sopra ricordato), proprio la politica sportiva dovrebbe sentirsi altrettanto chiamata in causa, dal presidente federale Gravina (il cui silenzio è assordante) in giù.
Insomma, forse è arrivato il momento che un sistema che si è creato negli ultimi vent’anni venga messo in discussione alla radice, perché senza credibilità a perdere è tutto il calcio italiano.