Var azzerato, decide solo l’arbitro

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di Fabio Moretti
La nuova linea arbitrale limita gli interventi del Var e restituisce centralità al direttore di gara. Ma ridurre le review non può significare ignorare gli errori.

Il calcio italiano ha scelto di restituire centralità all’arbitro. Meno interruzioni, meno interventi del Var e un ricorso all’On field review limitato soltanto agli errori realmente evidenti. La linea indicata da Daniele Orsato e Domenico Messina è chiara: il direttore di gara deve avere il coraggio di decidere e la tecnologia non può trasformare ogni contatto in un processo.

L’obiettivo è condivisibile. Il calcio non è una sequenza di fotogrammi e il Var non può diventare uno strumento utilizzato per cercare un’infrazione invisibile a velocità normale. Tuttavia, il rischio è quello di passare da un eccesso all’altro: prima si contestavano le continue revisioni, adesso la tecnologia sembra quasi scomparsa.

Nelle prime 18 partite di Serie A non si è registrata neppure una review al monitor. Un dato che può essere interpretato come il successo degli arbitri oppure come il risultato di una precisa scelta politica. Gli episodi contestati, infatti, non sono mancati.

Più gioco e meno perdite di tempo

I primi risultati del nuovo corso sono positivi sul piano della continuità. Il tempo effettivo medio della prima giornata è salito a 58 minuti e 17 secondi, rispetto ai 54 minuti e 20 secondi registrati all’inizio dello scorso campionato.

Si gioca quindi quasi quattro minuti in più. Gli allenatori hanno apprezzato e anche i comportamenti dei calciatori sembrano essere cambiati: meno simulazioni, meno permanenza a terra e una ripresa dell’azione generalmente più rapida.

La volontà di ridurre le interruzioni nasce anche dalle indicazioni dell’Uefa. Roberto Rosetti ha sintetizzato il concetto con una frase significativa: «È calcio e non PlayStation».

Il principio è corretto. Non tutti i contatti rappresentano un fallo e non ogni decisione dubbia deve produrre una revisione di diversi minuti. Il problema nasce quando la ricerca della fluidità finisce per prevalere sull’esigenza di correggere un errore.

Diciotto partite senza una review

In Serie A il monitor è rimasto completamente inutilizzato nelle prime due giornate. Alla prima si sono registrati soltanto alcuni silent check, mentre nessun arbitro è stato invitato a rivedere un episodio.

La stessa situazione si è ripetuta nelle gare già disputate del secondo turno. In totale, dunque, 18 partite e zero On field review.

Il confronto con la stagione precedente evidenzia la differenza. Alla prima giornata del 2025-26 non erano state effettuate revisioni, ma nel turno successivo gli arbitri erano stati richiamati quattro volte: in Inter-Udinese per il tocco di braccio di Dumfries, due volte in Lecce-Milan per annullare altrettanti gol rossoneri e durante Pisa-Roma.

In questa stagione l’unico arbitro andato al monitor è stato Di Loreto in Verona-Ascoli, partita di Serie B. Nel massimo campionato, invece, il video è rimasto spento.

Alajbegovic-Keita: giusto non dare rigore

Tra gli episodi maggiormente discussi c’è il contatto tra Alajbegovic e Keita durante Juventus-Parma. Il centrocampista emiliano entra nell’area bianconera e cerca il contatto allargando la gamba verso il giovane juventino.

Alajbegovic ha il piede appoggiato a terra, ma non compie un intervento imprudente né va intenzionalmente alla ricerca dell’avversario. È Keita a modificare la propria corsa per creare il contatto.

La decisione di non assegnare il rigore è corretta e altrettanto corretta appare la scelta del Var di non intervenire. Non esistono gli estremi per un chiaro ed evidente errore e il contatto non è sufficiente per trasformare l’azione in un calcio di rigore.

Spalletti lo ha spiegato chiaramente dopo la partita: «Quello di Keita non è rigore, è lui che allarga la gamba. Quando si parla di contatto si ritorna lì: cos’è un contatto? Un impatto è un impatto, sennò è un contatto. È Keita che allarga il piede, cerca l’intervento di Alajbegovic. In un minuto l’hanno liquidata al Var, com’è giusto che sia».

In questo caso la nuova linea ha funzionato: decisione rapida, nessuna revisione inutile e gioco ripreso senza trasformare un normale duello in un caso nazionale. Ne parla Gazzetta.

Non tutti gli episodi sono uguali

Il problema è che non tutte le situazioni contestate nelle prime giornate appaiono altrettanto semplici. Il contatto tra De Bruyne e Vasquez, l’intervento di Dragusin su Monterisi e alcuni episodi relativi a Vlasic hanno alimentato discussioni.

Nel caso di Dragusin, per esempio, il Var non sarebbe potuto intervenire perché mancavano gli estremi del chiaro ed evidente errore. L’eventuale rigore avrebbe dovuto essere assegnato direttamente dall’arbitro di campo.

È proprio qui che emerge il limite strutturale del nuovo orientamento. Se si restituisce maggiore potere al direttore di gara, bisogna accettare che alcune valutazioni restino soggettive e che gli eventuali errori non vengano corretti.

Il Var non può sostituire l’arbitro, ma neppure essere ridotto a una presenza puramente simbolica. Se esiste un errore evidente, la tecnologia deve intervenire indipendentemente dalla volontà generale di diminuire le review.

Nel caso Alajbegovic-Keita ha fatto bene a rimanere silente. Il rigore non c’era e la decisione dell’arbitro era corretta. In altri episodi, però, la scelta di non intervenire dovrà essere spiegata e valutata con la stessa trasparenza.

La nuova direzione può rendere il calcio più veloce e naturale. Ma non bisogna confondere la centralità dell’arbitro con la sua infallibilità. Gli errori restano errori anche quando il monitor rimane spento.