Roberto Sorrentino: "Spalletti? Impresa sfiorata, serve Osimhen. Vi racconto la mia Juve con Maifredi e il Trap"
A tutto Juve, tra presente e passato. A 24 ore dalla mancata impresa in Champions contro il Galatasaray, mister Roberto Sorrentino analizza la gara di ritorno dello Stadium contro i turchi, parlando dell'atteggiamento della squadra e delle scelte di Spalletti. E rievoca il proprio passato, tra campo e panchina bianconera, dalla stagione con Maifredi fino agli anni con Trapattoni.
Mister, buonasera. Immagino non le sia sfuggita la partita di ieri.
"Ho visto la gara e credo che alla Juve non sia mancato nulla. Rimontare il Galatasaray, campione di Turchia, restare in dieci per 45 minuti e avere anche due occasioni per chiudere sul 4-0 è qualcosa di straordinario. L'eliminazione brucia e ha un peso economico importante, ma la Juventus ne esce rafforzata mentalmente".
Rafforzata nonostante l'eliminazione?
"Sì, la Juve arrivava da tre sconfitte consecutive (Inter, Galatasaray e Como, ndr). In una situazione del genere era facile crollare, invece la squadra ha reagito. Ho rivisto lo spirito della grande Juventus. Con uno o due innesti offensivi di qualità, questa squadra può tornare ai vertici italiani ed europei".
Quindi, secondo lei, il problema è in attacco?
"Davanti manca qualcosa. La difesa regge, Spalletti ha sempre avuto squadre solide. Il mercato di riparazione non ha dato l'impatto sperato. E quando manca peso offensivo, la squadra fatica a concretizzare".
Insomma, manca uno come Osimhen.
"Esatto, Osimhen sposta gli equilibri. La sua esultanza, al gol di ieri, mi è sembrata un po' troppo contenuta. Al di là del suo affetto per Spalletti, che ha avuto al Napoli, probabilmente il giocatore sa che la Juventus lo stia seguendo seriamente. La società proverà a prenderlo. Nel calcio a volte basta un campione vero più di tre giocatori normali".
Capitolo portieri. La scelta di schierare Perin al posto di Di Gregorio le è piaciuta?
"Sì, non si tratta di bocciare il titolare, ma di gestire un momento delicato. Quando un portiere riceve critiche l'aspetto mentale conta parecchio. Prendiamo Di Gregorio: in questo momento il ragazzo aveva bisogno di un turno di riposo per ricaricare le batterie. Anche a me fece bene la panchina a Bologna, quando soffrivo la preparazione estiva. Mi permise di recuperare fisicamente e mentalmente e tornare più concentrato. Quell'esperienza mi servì a capire quanto fosse importante gestire i portieri con attenzione".
Si riferisce al Bologna di Maifredi, che poi lei seguì proprio alla Juve diventando preparatore dei portieri dal 1990 al '94.
"A Bologna da portiere, con Maifredi, aiutavo Cusin a capire come guidare un reparto. Poi smisi di giocare e Maifredi mi portò alla Juventus. Ero solo preparatore, ma con il tempo divenni quasi un suo vice. Dopo l'addio di Maifredi, l'anno seguente tornò Trapattoni con Brio come secondo. Il Trap mi chiese di ampliare le responsabilità: fu l'inizio del mio percorso da allenatore".
Quella Juventus con Maifredi partì bene, nel '90, e poi si spense a metà stagione. A distanza di più di 35 anni, cosa ricorda in particolare di quell'annata?
"A Bologna il calcio di Maifredi portò risultati, ma alla Juventus servivano vittorie immediate. Partimmo bene, perdemmo poi con la Samp di Vialli e Mancini che poi vinse il campionato. E l'eliminazione col Barcellona in Coppa delle Coppe segnò per noi un momento delicato che minò l'intero progetto".
Tacconi non era d'accordo con la difesa a zona pura di Maifredi, è così?
"Sì, Tacconi faticò ad adattarsi alla difesa a zona, come molti portieri di quel periodo. Con il tempo, il ruolo dell'estremo difensore è cambiato. Oggi il portiere deve saper giocare anche con i piedi".
Cosa che sa fare molto bene Di Gregorio. In merito, secondo lei l'ex Monza è un portiere da Juventus?
"Bella domanda. Di Gregorio ha 28 anni. Chiaramente non è più un giovanissimo, ma ha ancora margini di miglioramento. Parare nella Juventus, però, è diverso che farlo a Monza. Spesso nella porta bianconera arriva un solo tiro e quel tiro va parato. Se non lo fai, vieni subito messo in discussione. La pressione a Torino è enorme. Soprattutto oggi rispetto al passato, quando un errore era compensato dai gol dei grandi attaccanti presenti in squadra".
Infine il Var, cosa pensa dello strumento, oggi, a nove anni dalla sua introduzione e alla luce delle recenti polemiche?
"Il Var è uno strumento utile, ma va limitato e soprattutto regolamentato meglio. Rivedere più volte un'azione al rallentatore altera la percezione reale. Serve uniformità di utilizzo, per non interrompere il ritmo della gara per aiutare arbitri e favorire lo spettacolo".
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