La finale mai finita

La finale mai finitaTuttoJuve.com
lunedì 5 giugno 2017, 17:00Primo piano
di Marco Di Corcia

Mi sarebbe piaciuto commentare un evento sportivo, riportare le emozioni di una serata condivisa con moltissimi altri sostenitori di fede bianconera, raccontare le emozioni scaturite dalle centinaia di bandiere e dalle decine di cori di una piazza riunita per acclamare la propria squadra. E, turandomi il naso, mi sarebbe persino piaciuto analizzare i perché di una tale sconfitta, l'ennesima rabbia di non essere riusciti a piazzare quella coppa nella nostra bacheca. Purtroppo non posso.

Sono arrivato in Piazza San Carlo in compagnia di un amico, Michele, verso le 18 pieno di entusiasmo ed ansia al momento stesso. Lo spettacolo era affascinante: una piazza intera piena di bandiere e di tifosi provenienti da tutte le parti di Italia. Condividevamo la nostra passione con perfetti sconosciuti, ma era come se li conoscessi da una vita: scherzavamo, cantavamo, gioivamo e soffrivamo insieme. Passavamo il tempo cercando di trovare il pertugio perfetto che ci consentisse di vedere al meglio quella partita, il tutto inveendo contro qualche stoccafisso alto 190 cm che disturbava la nostra visuale. A pochi metri da noi, intanto, passava un uomo con un carrello che smerciava birre e bottigliette d'acqua. "Ma come fa questo ad essere entrato con le bottigliette di vetro se c'è la polizia all'ingresso della piazza che te le ritira?" chiedo a qualcuno di fianco a me. Il quesito, tuttavia, viene messo quasi subito in secondo piano. La partita è l'unica nostra preoccupazione. E finalmente inizia, ma purtroppo non finisce.

La mia finale di Champions League è finita qualche minuto dopo il secondo gol di Cristiano Ronaldo. Mentre stavo ancora tentando di digerire il boccone amaro inghiottito dopo aver subito il 3-1 sento un rumore sordo, come se provenisse dal sottosuolo. Lo sguardo, nel giro di pochi istanti, volge improvvisamente dallo schermo alle persone che mi ritrovo di fronte. Una fiumana di persone in preda all'isteria sta per travolgermi. Non riesco ancora a capacitarmi di come sia riuscito a rimanere in piedi. Davanti a me una spinta sovraumana causata da migliaia di persone che spingevano, dietro di me qualcuno mi stava tirando la maglietta. "Dobbiamo uscire da qui subito!" dicevo a Michele, "Ma come facciamo ad uscire, è impossibile!" mi risponde. Mi giro verso l'uscita e noto che tre persone davanti a me sono inciampate e vengono calpestate. Qualche metro piu' a destra vedo la faccia di un uomo sdraiato per terra completamente avvolto di corpi. Riesco a vedere la sua faccia incorniciata tra le gambe di due o tre persone. Nello stesso mucchio c'era un ragazzo la cui gamba era rimasta travolta dal peso delle persone. Abbiamo cercato di tirarlo fuori, ma dopo qualche secondo abbiamo mollato la presa a causa della spinta proveniente da dietro. Sono uscito da Piazza San Carlo in uno stato di inerzia, sospinto solamente dalla forza delle persone che tentavano disperatamente di recarsi verso l'uscita. A causa di questa pressione, le barriere in plexy glass che separavano la piazza dai portici sono debordate, cosi' come le le transenne di metallo, travolgendo altre persone. 

Non so ancora come, ma sono fuori. La prima cosa che faccio è chiamare Michele e rassicurarmi che stia bene. Ci diamo un punto di incontro e dopo aver appeso la cornetta mi dirigo nuovamente verso la Piazza per cercare di aiutare qualcuno, ma non so cosa fare. Vedo persone che piangono, ragazze e ragazzi feriti, gente scalza, soccorritori che medicano dei tifosi. Chiedo alle persone che incontro per strada di dirmi cosa è successo secondo loro: chi mi dà una versione (bomba), chi me ne dà un'altra (transenna), ma tutto ciò serve a confondermi maggiormente. Mi si avvicina un ragazzo romano frastornato che mi dice "ho perso le scarpe, sono ferito". Con la poca lucidità che mi rimane cerco di tranquillizzarlo e di accompagnarlo verso un posto piu' riparato tentando di evitare i frammenti di vetro sulla strada. 

All'improvviso, mi giro ancora verso la piazza e vedo un altro principio di fuga collettiva. Entrambi iniziamo a correre all'impazzata, ma lo perdo di vista velocemente. Ognuno percorre una strada diversa: chi resta sul corso principale, chi si rifugia negli alberghi, chi entra nelle corti condominiali. Io fuggo, non so dove, ma fuggo. Per la testa mi passa di tutto: "La seconda fuga deve essere causata da qualcuno di armato" penso. E infatti in giro sento che qualcuno aveva una pistola, ma mi rendo conto che non si tratta della verità perché altri, invece, fornivano altre versioni. Mi ritrovo solo, non so dove sono finito. Per le strade ci sono persone ferite, spaesate e non sanno cosa fare. La sirena dell'ambulanza diventa il sottofondo della serata.

Ho ritrovato Michele 40 minuti dopo l'inizio di questa isteria di massa alla Stazione di Porta Nuova. Solamente una volta saliti sul tram abbiamo saputo il risultato finale. In altre condizioni la sconfitta mi avrebbe provocato tremenda delusione, ma consentitemi di dirvi che del triplete non me ne importava piu' nulla. Questa vicenda, comunque, non mi farà mai perdere l'amore che ho verso questi colori e la passione con cui seguo la Juventus da una vita. Ma di certo, per me, questa finale rimane solo un risultato statistico.