Gli eroi in bianconero: Zlatan IBRAHIMOVIC

La rivisitazione di alcune partite giocate dalla Juventus; storie di vittorie e di sconfitte per riassaporare e rivivere antiche emozioni
03.10.2022 10:24 di Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Zlatan IBRAHIMOVIC
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«Mia madre ha lavorato come donna delle pulizie; tanto e duro, come può fare solo una che ha una personalità molto forte. Mio padre fa il manutentore di uno stabile ed ha un orgoglio smisurato; non puoi aiutarlo in niente, non te lo permette. Deve essere per questo che un sacco di volte, anche da ragazzo, mi sono sentito dire “Zlatan Ibrahimović, tu non ascolti”. È vero; mi piace fare le cose da solo. Ma il tempo mi sta aiutando a capire che a volte si ha bisogno anche degli altri. Anche in campo. Il campo dove sono diventato calciatore è stato quello di un parco di Rosengard, il ghetto di Malmö. Pochi svedesi, molti stranieri: neri, arabi, musulmani, orientali. Ci si conosceva tutti, ci si aiutava tutti e soprattutto si giocava tutti i giorni, ma proprio tutti; i ragazzi arrivavano anche dagli altri parchi lì intorno e ognuno portava una cosa nuova, inventata oppure vista alla televisione. Un colpo, un tiro particolare, una finta. I miei maestri di strada sono stati due: Goran, un macedone, e Gagge, un bulgaro che toccava la palla come un brasiliano, aveva un anno più di me e giocò assieme a me nella Primavera del Malmö. Mi hanno spiegato un sacco di trucchi, mi hanno insegnato il piacere di far fare certe cose al pallone, di toccarlo in un certo modo».
Nonostante porti il 47 di scarpe e la poderosa stazza è capace di giocate di grande agilità e di grande classe, che valgono, da sole, il prezzo del biglietto. In possesso di un ottimo tiro, agisce sovente da punta di movimento per consentire ai compagni di squadra di inserirsi in fase offensiva.
Non è fortissimo di testa e, spesso, eccede in intemperanze, dovuto al carattere abbastanza focoso, che gli costano parecchi cartellini gialli; ma, tutto sommato, si rivela uno dei più forti attaccanti del mondo: «Per me provare un colpo di tacco è una cosa naturale. Dipende dalle situazioni, certo; ma se posso farlo, perché non farlo? Io non gioco per prendere in giro chi mi sta di fronte; semplicemente, a volte è la soluzione più rapida, più comoda. Prendete quel gol che feci all’Italia, nell’Europeo del 2004; se avessi dovuto fermare la palla, girarmi e tirare, Buffon l’avrebbe parata e anche facilmente. Così, usando il tacco, ho messo tutte quelle cose in un colpo solo e Buffon non l’ha parato. Mi fa ridere chi ancora oggi dice che quel gol mi era venuto così, per caso, che non l’avevo fatto apposta; sapevo cosa facevo, certo che lo sapevo».
La prima stagione in bianconero è strabiliante. Segna subito, alla prima giornata, contro il Brescia; è un errore clamoroso del portiere bresciano, ma fare gol all’esordio non è da tutti. Realizza anche nella partita successiva, contro il Palermo; si ripete contro il Chievo, la Reggina, l’Inter, la Lazio, il Parma, il Livorno e l’Udinese. Sembra che non riesca a smettere di segnare; realizza una doppietta a Firenze e una tripletta contro il Lecce di Zeman.
Purtroppo, il suo pessimo carattere gli gioca, spesso, dei cattivi scherzi. Nella partita casalinga contro l’Inter, è scoperto dalle telecamere mentre colpisce Cordoba a palla lontana; la prova TV è inflessibile e Ibra è squalificato per tre giornate, l’ultima delle quali nello scontro scudetto contro il Milan. Termina il vittorioso campionato con una rete di testa, contro il Parma, nella partita che, praticamente, consegna il titolo alla Juventus. Incredibilmente, in Coppa dei Campioni non realizza nemmeno una rete, nonostante le 10 presenze. Comunque sia, totalizza 46 presenze e 16 realizzazioni.
Nel campionato italiano è sempre difficile confermarsi e Ibra non sfugge a questa regola: le presenze saranno 40, mentre le reti solamente 10. Ma è tutta la Juventus a non brillare, nonostante arrivi lo scudetto numero 29; nella partita casalinga contro l’Arsenal, che costa l’eliminazione dalla Coppa Campioni, la squadra è contestata furiosamente e nemmeno Zlatan è risparmiato. Anzi, è messo sul banco degli imputati, accusato di scarso impegno; Ibra non la prende bene e, nell’ultima partita casalinga contro il Palermo, dopo aver realizzato la rete del 2-0, mostra le orecchie al pubblico, in atto di sfida.
Nell’estate del 2006, decide di non seguire la Juventus in Serie B e si trasferisce all’Inter, insieme a Patrick Vieira. Termina così, in modo poco glorioso, l’avventura di Zlatan con la maglia bianconera.
«Per vincere il Pallone d’Oro, un giorno, dovrò lavorare ancora tanto. Non dico che non mi piacerebbe, perché un premio così è una prova, vuol dire che sei forte. Dico che non ci penso troppo e, soprattutto, che non ne voglio parlare troppo. Il mio idolo è sempre stato Muhammad Ali, perché era perfetto nel suo saper fare quello che prometteva; se diceva che avrebbe buttato giù un avversario in quattro riprese, dopo quattro riprese quello era per terra. Nessuno ha mai potuto dire che Mohammed Ali era uno che parlava e basta. Ecco, un giorno vorrei che si potesse dire la stessa cosa di Zlatan Ibrahimović. E per questo prometto quello che posso; al massimo, come succedeva a volte con Cannavaro, di fare due tunnel ai difensori avversari e un gol. E di giocare sempre il mio calcio: perché se non giocassi così, non sarei Ibrahimović».