Gli eroi in bianconero: PAULO SOUSA

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
07.09.2021 10:24 di Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: PAULO SOUSA
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© foto di Uefa/Image Sport

Nell’estate del 1994, quando la grande rivoluzione lippiana è agli albori, Paulo Sousa diventa bianconero. La Juventus parte con qualche timore, poiché la squadra è nuova per oltre metà, ma con gente come Paulo Sousa le paure passano presto. Mancava alla Juventus un tipo alla Rijkaard, un interditore capace di proporsi e soprattutto fare la spola tra difesa e attacco, come dicevano i cronisti del calcio che fu. Paulo è modernissimo nella concezione del gioco, ma incarna questo prototipo antico e sempre valido. La Juventus, che vince con le stoccate di Vialli e Ravanelli e incanta con le prime prodezze del giovanissimo Del Piero, ha nel portoghese il cuore pulsante.
«Il mio gioco è fatto di parecchie cose, – dice Paulo dopo pochi mesi in bianconero – sono molto portato al recupero del pallone e al rilancio immediato. Ma in questa fase, non mi limito solo a far girare la palla. Cerco invece di verticalizzare, di cercare il compagno meglio piazzato o mi inserisco e mi propongo io stesso, per spingere, sostenere le punte. Finché non sono stato nel pieno possesso dei miei mezzi atletici, ho dovuto limitare la mia azione. Appena ho recuperato la piena condizione, ho cominciato a giocare alla mia maniera, cercando di dare alla squadra quello che il tecnico si aspetta da me. L’ho detto più volte: in Italia, alla Juventus, sono venuto per fare un salto di qualità e per vincere qualcosa. E ora che sto bene penso proprio di riuscirci».
Una stagione da incorniciare, il lusitano ha una continuità di rendimento impressionante. Gioca 26 partite saltando per infortunio qualche gara, ma facendo sempre fortemente sentire il timbro della sua presenza. Più propenso a far segnare i compagni che a cercare avventure in proprio, Paulo Sousa trova però, in modo estemporaneo quanto meritatissimo, la gloria del gol proprio nell’occasione più importante: è l’8 gennaio 1995, quando la Juventus capolista rende visita alla sua inseguitrice più accreditata, il Parma. Sono i ducali a portarsi in vantaggio con l’ex Dino Baggio; passano pochi minuti e un tiro di Paulo Sousa, sorprendendo Giovanni Galli, si infila nell’angolo alto più lontano. È il gol che lancia la rimonta bianconera, che culminerà in una netta vittoria. E quando, il 21 maggio, sempre contro il Parma secondo in classifica, si materializza anche per la matematica il primo scudetto degli anni ‘90, sono in tanti a dire e a scrivere che uno degli artefici massimi della conquista è proprio Paulo Sousa. Brillante anche nella sfortunata galoppata in Coppa Uefa persa nella doppia finale, ancora contro il Parma, il portoghese incornicia il suo primo anno bianconero mettendo la firma anche sulla conquista della Coppa Italia, battendo nuovamente la compagine allenata da Nevio Scala.
«Ho sempre saputo che correre è importante, perché in campo c’è una palla sola ed io voglio starle vicino. Però non bisogna correre a vuoto, tutto deve seguire un disegno. Tutti danno grande importanza all’ultimo passaggio, perché spesso il gol nasce in quel momento. Ma io credo sia decisivo soprattutto il primo. Non bisogna aver paura di rischiare: all’inizio sbagliavo molto e mi criticavano, però il mio modo di giocare è questo, dovevo solo trovare l’intesa col resto della squadra. Ho sempre amato Falçao, forse è vero che il mio tipo di gioco lo ricorda ma ognuno è se stesso. Non è vero che il regista appartiene al calcio del passato: anche oggi serve chi organizza. La differenza rispetto alle altre epoche è la velocità, tutto deve procedere in millesimi di secondo».
La stagione successiva Paulo non riesce a garantire che un rendimento incostante, a causa di un infortunio al ginocchio e delle marcature asfissianti alle quali è sottoposto. Fa comunque salire a 29 le sue presenze in campionato e riesce a mettere la firma nella conquista più attesa e prestigiosa: Coppa dei Campioni. Prima del trionfo di Roma, c’è una partita chiave, la semifinale di ritorno a Nantes, in cui il lusitano è l’assoluto protagonista di una delle più strepitose azioni dell’intera stagione: conquistata palla nella sua metà campo, parte in contropiede infilando gli avversari come birilli e presentandosi per la conclusione vincente davanti al portiere francese. Un gol stupendo che sancisce la qualificazione bianconera per la finalissima.
È anche l’ultima perla del biennio bianconero. Il portoghese parte da Torino, destinazione Dortmund. «Io volevo restare alla Juve – confessa ad Angelo Caroli su “La Stampa” – ma Lippi non mi vedeva inserito nella squadra che è stata costruita grazie ai tanti arrivi. E, a quel punto, ha spinto per la mia cessione. Lascio a Torino tanti buoni ricordi, Per le persone per bene contano parecchio. Mi mancheranno certi luoghi, certi amici, certe atmosfere. E mi mancherà la Juve, la sua storia, il suo ideale. I tifosi sapevano di poter contare su uno che li trascinava con entusiasmo, con voglia di vincere e professionalità. Non li ho delusi, parlano i fatti. E insieme abbiamo vinto tutto. Il primo anno è stato stupendo. Ho mantenuto le premesse e le promesse, confermando il mio valore. Nel secondo anno sono spuntati i problemi, nonostante il successo in Champions League. Abbiamo sbagliato in molti. Io non dovevo dimostrarmi troppo generoso. E c’è chi ha approfittato della mia voglia di rendermi utile. Nessuno mi ha mai obbligato a scendere in campo, ma qualcuno mi ripeteva: “Per favore Paulo, anche con una gamba sola, vedi se puoi darci una mano”. L’Europeo ha dimostrato che, quando sto bene, non temo rivali. E ho servito chi credeva che io avessi tanti problemi».