Marotta: "Superlega grido di allarme. Prima il calcio era romantico. Oggi l'aspetto economico conta più di quello sportivo"

Marotta: "Superlega grido di allarme. Prima il calcio era romantico. Oggi l'aspetto economico conta più di quello sportivo"TuttoJuve.com
mercoledì 16 novembre 2022, 19:20Altre notizie
di Benedetta Demichelis

L'amministratore delegato dell'Inter Beppe Marotta ha parlato a margine della presentazione del libro di Marco Bellinazzo "Le nuove guerre del calcio". Ecco le sue parole riportate da TMW: "La prima riflessione da fare è che cosa è una squadra di calcio? È un fenomeno sportivo, ma anche sociale, di forte aggregazione. È sicuramente un fenomeno di business: questo processo evolutivo ha portato oggi a un'esasperazione, abbiamo perso l'essenza, il core business, del calcio. È un gioco, io in questi quarant'anni ho l'ho accompagnato in un cambiamento radicale: siamo passati da un'epoca in cui per descrivere un gol serviva una raccolta di poesie di Saba e siamo arrivati a un racconto in cui la gioia del gol viene subito soffocata dal VAR, che è uno strumento indispensabile ma dimostra questi grandi cambiamenti. Il mio calcio è iniziato quando c'erano pioggia e fango, la segatura sui campi, i tacchetti fissi e non mobili come oggi. E poi è cambiato il modello economico, siamo passati da un calcio fatto di mecenatismo, in cui l'imprenditore locale sentiva forte anche la rivalità cittadina, penso al derby Moratti-Berlusconi, a un sistema in cui le proprietà sono straniere.

Io ricordo le prime riunioni di lega, in un'atmosfera conviviale e senza litigiosità perché non c'erano soldi da dividere: si parlava di tematiche di carattere regolamentare. Oggi siamo davanti a un fenomeno che tocca svariati campi: il compito del presidente di Lega è veramente difficile, mettere insieme venti teste non è facile. Governare il calcio è complicato, siamo davanti a un fenomeno che è romantico e legato a vicende popolari, ma anche a vicende di business. Una società è una global entertainment company: quando c'era il mecenatismo il risultato sportivo veniva prima dell'equilibrio di bilancio. Il presidente chiamava il ragioniere, che gli chiedeva di staccare l'assegno. Oggi i titoli aziendali sono infiniti e bisogna pensare prima all'equilibrio economico-sportivo, poi a quello sportivo". 

"La Superlega è partita in modo embrionale, con parecchie squadre della Premier che si sono sfilate subito. Non è altro che un grido di allarme, oggi con tre società rimaste, relativamente a concetti chiari: ricerca di sostenibilità, anzitutto. Ma anche competitività, in uno scenario europeo dove i modelli diversi dalla Premier sono in difficoltà, fatta eccezione per quello tedesco che ha delle regole molto particolari quanto alla proprietà: nel territorio c'è un connubio forte tra popolazione e società di calcio. Sono fenomeni che reggono ancora, mentre Italia, Spagna e Francia sono in grande difficoltà. Ma tutto ruota attorno allo spettacolo: se è scadente, non si va a vedere, vale nel calcio come nel cinema o nel teatro. Si paga il biglietto se c'è un coinvolgimento emotivo: la fede verso la squadra è un dogma, il vero tifoso ti segue anche se vai in C, ma la maggior parte dei tifosi sono quelli di seconda fascia, cioè quelli che vogliono essere coinvolti nello spettacolo. Dobbiamo cercare sostenibilità e un modello organizzativo in cui possono esserci anche degli investimenti stranieri, che sono necessari. Ma se i fondi arrivano è perché portano cassa: vuol dire che noi oggi non ne abbiamo".

Però i tifosi vogliono vincere.

"Ma dobbiamo ricordare cosa è la squadra di calcio. È un'azienda privata a interesse pubblico. Nessun cliente pressa le fabbriche di bottiglie d'acqua o di biscotti: nel calcio siamo soggetti a processi ogni domenica. E portano a due situazioni: negli anni '80 e '90 tantissime proprietà sono andate verso il dissesto, perché pressati dai tifosi non riuscivano a reggere e hanno venduto gran parte del loro patrimonio per tenere il passo. Oggi se prendiamo cento tifosi e gli chiediamo se vogliono una squadra virtuosa ma quinta-sesta o una vincente ma con grandi problemi di bilancio, 90 su 100 direbbero la seconda".

Però Milan e Napoli dimostrano che si possono coniugare le due cose.

"Questo fa parte di un processo culturale, al quale non siamo pronti. Non abbiamo la cultura della sconfitta: per noi è un dramma, all'estero non è così. Non a caso in Italia hanno vinto negli ultimi anni le squadre coi fatturati più alti".