Avv. Sandulli: "Il VAR va riscritto. Calciopoli? Fu giusto mandare la Juve in B ma non serviva riassegnare quei titoli"
ntervenuto a Radio Bianconera, Piero Sandulli – professore, avvocato ed ex presidente della Corte Sportiva d’Appello FIGC – ha affrontato il tema che sta agitando il mondo arbitrale italiano, partendo dal ruolo del VAR: “Mi auguro che non succeda nulla, ma una cosa è certa: le regole del VAR vanno riscritte. Il VAR è un consulente tecnico d’ufficio, un ausiliare dell’arbitro, che resta il primo giudice sportivo. Deve aiutare, non sostituire”.
Sandulli ha poi sottolineato le attuali ambiguità: “Il problema è che oggi il tema è poco chiaro: alcuni arbitri si comportano in un modo, altri in un altro. Sarebbe sempre opportuno che l’arbitro andasse al video e valutasse anche in base a ciò che ha percepito in campo, ad esempio sull’intensità di un fallo. Può anche confermare la propria idea: il VAR non deve imporsi”.
Sul caso legato a Rocchi, invita alla prudenza: “Serve certezza delle regole affinché nessuno sia favorito. Ma su questa vicenda è giusto attendere le carte: siamo ancora in fase di accertamento. Il calcio non ha bisogno di un altro processo mediatico. Se Chinè ha archiviato, va bene, ma potrebbero essere emersi elementi nuovi: la magistratura ordinaria ha poteri diversi rispetto a quella sportiva. È possibile che certi fatti emergano solo dopo. Sulle presunte designazioni pilotate non ho elementi: mi auguro sia tutto un equivoco”.
Infine, un passaggio su Calciopoli: “La Cassazione ha confermato quanto sostenuto dai giudici sportivi. Nel calcio, come in ogni ambito, lealtà e probità sono fondamentali: si punisce anche il tentativo di alterare la regolarità. I giudici decidono sulle carte che ricevono, e l’Inter non era tra quelle. Se poi interviene la prescrizione è un altro discorso. Le intercettazioni pubblicate da L’Espresso non erano negli atti processuali: non sta a me dire perché”.
Sulla Juventus: “Fu giusto mandarla in B, ma non era necessario assegnare quei titoli. Quanto al tema plusvalenze, il nodo è anche strutturale: le società sportive non dovrebbero essere quotate in Borsa, perché non hanno asset sufficienti a garantire. Serve uno status specifico. Nel merito delle sentenze non entro, ma è chiaro che chi è quotato è sottoposto a controlli diversi rispetto agli altri”.
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