L'analisi di Porrini: "Buon segnale di ricominciare tutti insieme, ma per la vittoria serve un cambio di mentalità. Vi dico le differenze tra la mia Juve e questa..."
La redazione di TuttoJuve.com ha contattato telefonicamente, in esclusiva, l'ex difensore bianconero campione d'Europa e Intercontinentale nel 1996, Sergio Porrini, per parlare dell'attualità in casa Juventus e non solo:
Doveva essere una settimana decisiva dal punto di vista dirigenziale, invece si sta andando verso la riconferma degli attuali quadri. Scelta corretta a tuo avviso?
"Non mi aspettavo decisioni drastiche nell'immediato, per cui non sono stupito. Per me è un buon segnale quello di ricominciare tutti insieme. Le decisioni vanno prese con molta calma, non con l'istinto e la foga dettata dal risultato che non è stato appagante. Bisogna ripartire da Luciano Spalletti".
Le decisioni drastiche potrebbero essere prese a livello di calciatori, magari sei o sette di loro potrebbero salutare nel corso dell'estate. Ti aspetti questa rivoluzione?
"Questo sicuramente, poi è vero che bisogna spendere tanti soldi per cercare di creare una squadra forte. Indipendentemente dai dirigenti, per tornare a vincere è necessario andare a prendere sul mercato quei giocatori di spessore e leadership che oggi non hai. Altrimenti rimani intrappolato sempre nello stesso loop: vendi e compri dei giocatori mediocri che non hanno personalità. La maglia della Juventus pesa sempre, per questo devi individuare quelli in grado di avvertire e abituati a lavorare sotto pressione. Nelle altre squadre puoi sbagliare 15 match all'anno, qui no".
Dei nomi che si leggono sui giornali, da Alisson a Kim fino ad arrivare a Kolo Muani... Tu per chi faresti follie?
"Questi che citi sono degli ottimi giocatori in un contesto già rodato, ma non mi svenerei per prenderli. Kim ad esempio si è perso al di fuori di Napoli, Kolo Muani arriva da una stagione deludente dal Tottenham. Io andrei a lavorare sul centrocampo, servono due nomi di qualità e spessore".
Che ne pensi di Andy Robertson, accostato proprio negli ultimi giorni?
"E' un ottimo giocatore, ma arriverebbe ormai a fine carriera. Bisogna sempre chiedersi il perché i club li lasciano andare via a zero così facilmente, di sicuro in Italia vivrebbe una seconda giovinezza. Questa è una riflessione che faccio, anche perché i giocatori davvero forti non sono in vendita e per prenderli devi spendere tanti soldi. L'ideale sarebbe scoprirli prima i giovani talenti, attraverso un gran lavoro di scouting. Bisogna ripartire da lì".
Provo a fare un'altra riflessione anche io. E' vero che ci vogliono quei giocatori che sanno avvertire il peso della maglia, altrimenti deludono come Koopmeiners, però andare a scovare il nuovo Nico Paz e lanciarlo subito titolare potrebbe avere l'effetto opposto in Italia. Non pensi che dopo le prime prestazioni negative, un giocatore che andrebbe aspettato verrebbe invece massacrato da stampa e tifosi?
"Purtroppo la mentalità retrograda che abbiamo noi è questa, in effetti ci sono stati anche in passato dei calciatori massacrati da noi e che all'estero hanno fatto benissimo. Ricordiamoci di Bergkamp, Roberto Carlos o Henry che fece male nella stessa Juventus. Non abbiamo mai tempo di aspettarli e questo purtroppo è un grandissimo errore, non c'è pazienza ed è più facile per i club di seconda fascia valorizzare questi giovani talenti".
Cosa servirà alla Juve per tornare al successo?
"Ci vorrà pazienza per tornare al successo, anche se capisco che da parte dei tifosi e della dirigenza non ce ne sarà. La Juventus del ciclo precedente al mio arrivava da nove anni di insuccessi in campionato, aveva vinto due Coppe Uefa e qualche trofeo nazionale. Ma con la calma, la fiducia e dei nuovi volti, la Juve riuscì a ripartire e a vincere tutto nel mio periodo. Ora però c'è da dire che il calcio è differente da quello dei miei tempi, basta un piazzamento in Champions per risanare il bilancio. Da fuori vedi che provano a costruire squadre per vincere, ma quasi quasi si accontentano di arrivare tra le prime quattro per guadagnare dei soldi. La mentalità di esser felici del quarto posto non mi appartiene, purtroppo questo sport in Italia è stato rovinato dal denaro nel momento di peggior qualità tecnica. Troppe parole, ma non cambia nulla. Bisogna ripartire dai settori giovanili".
Prima citavi le vittorie in Coppa Uefa con Zoff e Trapattoni, pensi che l'Europa League può essere una buona base da cui ripartire per provare a sbloccarsi al di fuori dell'Italia?
"Potrebbe essere un'occasione sicuramente, perché l'Europa League è una competizione un po' più alla portata di molte squadre. La cosa fondamentale sarà quella di tornare ad essere competitivi e ad assaporare il gusto della vittoria, ma prima di tutto ci vorrà un cambio di mentalità. Secondo me i calciatori di oggi hanno davvero tutto, lo dico perché di recente sono stato alla Continassa e ho visto in che strutture spettacolari si allenano. Ho l'impressione che manchi l'umiltà e la voglia di portare sul campo quella rabbia e quella cattiveria agonistica che avevamo noi di cercare le vittorie, qui invece la sensazione avuta nel primo tempo con la Fiorentina è stata quella di vedere una squadra senza consapevolezza e che non sapeva per quale obiettivo stava lottando".
Fughiamo un dubbio, ma la rabbia di cui parli è data dall'allenatore o dai giocatori stessi?
"E' data da quello che tu hai dentro, perché l'allenatore o il dirigente non può tirarti fuori nulla. Quelle poi sono le caratteristiche che devono essere ricercate nei giocatori, tipo il Milan quando andò a prendere Rino Gattuso che sudava la maglia per tutti i 90'. Lui aveva una rabbia e una cattiveria agonistica per raggiungere il risultato che era al di sopra di altri calciatori. E non servono dati o numeri per identificarli, bisogna tornare a vedere i ragazzi con i propri occhi e parlarci".
La scorsa settimana sei stato alla Continassa per la reunion della vittoria in Champions del 1996. Ci puoi dire come è stato rivedere i tuoi ex compagni dopo tanto tempo?
"E' stato bellissimo, ci eravamo già visti a Viareggio pochi mesi prima per salutarci e ritrovarci insieme a mister Lippi. Alcuni non li rivedevo proprio da tanto tempo, ma è stato così bello che sembrava non esserci mai persi di vista. C'era lo stesso modo di stare insieme, di scherzare e questo mi ha fatto capire la differenza tra i gruppi di oggi e quelli di una volta. Guarda caso mancavano gli stranieri, a parte Antonio (Conte ndr) che sapevamo tutti essere impegnati con il Napoli in campionato e quindi non è potuto esserci. Questo gruppo di italiani solido che rideva, che aveva una parola di conforto per l'altro, che era sempre lì a dare la propria forza per aiutare il compagno. Abbiamo visto le strutture, fatto il giro nella sala dei trofei, ma non c'è stata interazione con la squadra".
Sbaglio o dalle foto circolate non abbiamo visto Luciano Moggi, Antonio Giraudo e Roberto Bettega?
"Non c'erano, lo posso confermare. Ma le motivazioni non le conosco e non ho proprio idea del perché non ci fossero".
Si ringrazia Sergio Porrini per la cortesia e la disponibilità dimostrata in occasione di questa intervista.
Direttore: Claudio Zuliani
Responsabile testata: Francesco Cherchi
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