E CHISSENEFREGA DI QUEI 200 MILIONI DI EURO...

I giorni delle udienze del processo di Napoli a Luciano Moggi, con l'ombra di una (possibile, probabile) riapertura del processo sportivo, raccontati attraverso le pagine della "Gazzetta dello Sport"
15.04.2010 20:00 di Thomas Bertacchini   vedi letture
E CHISSENEFREGA DI QUEI 200 MILIONI DI EURO...
© foto di Federico de Luca

"Juve 200 milioni per lo scudetto". Questo il titolo a nove colonne del quotidiano "La Gazzetta dello Sport" per la giornata odierna.
"Se la madre di tutte le intercettazioni è sterile" è l’editoriale comparso ieri, ad opera del (suo) direttore responsabile, Andrea Monti.
Come "aprire" il giorno dopo una pagina nuova, dopo averne "chiusa" una in quello precedente.
Basta con Calciopoli e le sue nuove scomode verità; basta con Luciano Moggi, con il processo penale che si tiene a Napoli e con le intercettazioni irrilevanti diventate "rilevanti"; basta con la "vecchia" Juventus. Quella che vinceva. Tanto. Troppo.
Spazio e visibilità alla "nuova": quella che con 200 milioni di euro spendibili in tre anni (grazie ad un altro "progetto") potrebbe consegnare a Benitez (diventato la prima scelta come allenatore del futuro) una rosa in grado di permettere alla Vecchia Signora di tornare a primeggiare in Italia. Ai primi cinque anni necessari (e non ancora del tutto trascorsi) per riavere una Juventus vincente, i tifosi dovrebbero aggiungerne (almeno) due. Ai milioni di euro già spesi ("sprecati", "bruciati", si scelga - a seconda delle preferenze - la definizione più adatta) se ne sommerebbero altri. In mano a chi? Per ora, alle stesse persone che li hanno gestiti dal 2006 ad oggi.

I sostenitori bianconeri devono imparare a guardare avanti, a purificarsi l’anima, a lasciar perdere un passato scomodo, fatto di trucchi (e telefonate) per vincere, di Cupole e combriccole. Bisogna trascurare i "non so, non ricordo" del tenente colonnello Auricchio, i suoi tentennamenti, il suo computer che non funziona più nel momento meno opportuno (magari durante un interrogatorio…). Non fosse altro che le indagini che avevano portato alla condanna sportiva della Juventus le aveva condotte lui.

Meglio seguire i dettami della "Gazzetta dello Sport", non tirando in ballo le altre squadre scampate al processo di quattro anni fa, ed evitando di fare il nome di Giacinto Facchetti. Anche se compare in moltissime intercettazioni ricavate dal consulente speciale di Luciano Moggi, Nicola Penta. Quello che oggi viene descritto, dallo stesso giornale, come uno dei capi della curva dello stadio Manuzzi di Cesena (in gioventù), "body guard" prima e "personal manager" poi del cantante Eros Ramazzotti. Quello che "avrebbe" minacciato e tentato di aggredire, in compagnia di Sebastiano Rossi (ex portiere del Milan), un conoscente, reo di averli presi in giro ad una festa. Denunciato, ha presentato una controquerela. Una vicenda torbida, lasciata a pagina 16 giusto per avvolgere con una cortina di fumo la figura di chi non ha capito con certezza chi pronunciò il nome "Collina" nel corso di una telefonata tra lo stesso Facchetti e Bergamo.

Ma è difficile prendere per "oro colato" tutto quello che viene scritto dal quotidiano rosa in questi giorni. Pur impegnandosi a fondo, è complicato non notare come sono stati un po’ troppo trascurati alcuni aspetti importanti che sono emersi lo scorso martedì dal processo di Napoli. Perché il problema non è "chi pronuncia chi": il fatto è che ci sono dimostrazioni che in molti si interessavano di griglie e grigliate; che non si può non sorridere ad ascoltare le parole di Auricchio quando si giustifica sulle telefonate non considerate rilevanti; che non si può non pensar male quando ci si accorge che chi era stato accusato di trovarsi a capo di una Cupola, non era neanche in grado di inserire un arbitro considerato “"amico" (su tre) nella griglia del sorteggio arbitrale per un Milan-Juventus decisivo per l’assegnazione dello scudetto. E via dicendo…

Certi treni nella vita passano una volta soltanto. Quello dell’ondata di giustizialismo che ha originato il terremoto calcistico del 2006 è passato. Chi doveva essere colpito, è stato affondato. Ma ricreare la stessa situazione quattro anni dopo, con l’entrata in scena di protagonisti diversi e in un ambito "esterno", come quello del tribunale di Napoli, è difficile. Se non impossibile. Non c’è la fretta del passato, ma c’è la calma di un processo che ha le sue scadenze, le sue udienze, i suoi tempi. E le sue regole.

E allora, con tutto il cuore: chissenefrega di quei 200 milioni di euro.
Ora che la "vera verità" sta venendo a galla, impazienti i tifosi juventini aspettano le udienze come fossero partite decisive per l’assegnazione di un titolo. Oppure, viste al contrario, per la revoca di qualcun altro. Nel momento in cui la giustizia sportiva dovrà decidere - anche lei al netto di ondate giustizialiste - nuove sanzioni per chi era scampato alla prima tornata. Senza che venga a mancare la stessa autorevolezza e durezza del passato.

Domani, di partite, ce ne sarà una vera: Inter-Juventus. I nerazzurri diventati secondi dopo il sorpasso della Roma di Claudio Ranieri contro la Juventus del "rombo" che non funziona, che non ha mai funzionato e che non funzionerà di nuovo. Visto che ci si trova a 5 giornate dalla fine del campionato e che per i miracoli, ormai, il tempo è quasi scaduto. A loro si chiede soltanto una prestazione di orgoglio. Quello che ha sempre contraddistinto chi indossa la maglia bianconera. Nell’attesa degli eventi futuri. Sportivi e non. In un calcio malato, polemico e isterico che rimpiange persone care che non ci sono più (ciao Raimondo) e che è arrivato a far sostenere ad un galantuomo come Massimo Moratti che il livello di intossicazione attuale, proveniente da certe critiche della stampa, è "un milione di volte" maggiore di quello presente negli anni sessanta. Quando alla guida della società nerazzurra c’era il padre Angelo.

No, Moratti, non è intossicazione: la sua è paura. Alla prossima udienza.