Comolli: “Non c’è bisogno di un aumento di capitale. Spalletti sarà coinvolto nelle scelte di mercato. Ultima cosa che voglio fare è scaricare la responsabilità su qualcuno. Su Vlahovic, Yildiz e Openda…”
Damien Comolli ha parlato ai media in un incontro che è servito per fare un bilancio della stagione che si è appena conclusa. TuttoJuve.com ha riportato le sue parole integralmente:
Inizia a parlare Damien Comolli:
"Per noi, per la Juventus e per la maggior parte dei nostri tifosi, questa stagione è stata una grande delusione. Non siamo riusciti a raggiungere i nostri obiettivi. A un certo punto avevamo la sensazione che gli obiettivi fossero ancora raggiungibili, ma alla fine non ci siamo riusciti. Ci sono molte ragioni. Alcune le avevamo previste, altre no. Sapevamo che ci sarebbero state difficoltà, ma non ci aspettavamo di trovarci in una situazione in cui non saremmo riusciti a vincere certe partite, senza mancare di rispetto agli avversari. Non siamo riusciti a vincere contro il Verona, non siamo riusciti a vincere contro la Fiorentina. Anzi, contro la Fiorentina abbiamo perso nettamente. Questo ci ha portati a pensare che non saremmo riusciti a finire tra le prime quattro. Ed è una grande delusione. Ovviamente mi assumo la responsabilità di tutto questo. Me ne assumo pienamente la responsabilità. È quello che ho detto ieri anche alla nostra area sportiva e al board. Dobbiamo fare molto meglio. Ringrazio i nostri tifosi, che sono stati incredibili per tutta la stagione. Speriamo di poter fare qualcosa di molto migliore in futuro. C'è un impatto emotivo e finanziario, ma prima di tutto emotivo. Questo è il nostro obiettivo: ottenere risultati molto migliori. La frustrazione nasce dal fatto che pensavamo di avere la possibilità di arrivare dove volevamo, ma ci siamo fermati prima. Ed è ancora più frustrante perché, dopo la partita contro la Fiorentina, eravamo in una situazione in cui tutto era nelle nostre mani. Avevamo il controllo. Poi abbiamo perso quella partita e tutto è cambiato. Questa è la grande frustrazione: eravamo vicini, molto vicini, ma abbiamo fallito. E quando sei vicino e fallisci significa che qualcosa non ha funzionato, o che più cose non hanno funzionato. Non cercherò scuse. Questa è la delusione. Ciò che è ancora più frustrante è che, come gruppo dirigente, sia dal punto di vista sportivo sia dal punto di vista aziendale, abbiamo fatto molti cambiamenti positivi. Abbiamo portato nuove idee, nuove metodologie, nuovi modi di pensare. Dal punto di vista sportivo, insieme a Giorgio, François, Marco e a tutte le persone coinvolte, abbiamo lavorato su tanti aspetti. Abbiamo aggiornato l'area performance, l'area medica e l'area legata alla preparazione. Abbiamo ridotto in maniera significativa il numero degli infortuni rispetto agli anni precedenti. Abbiamo ristrutturato anche il settore giovanile, con un lavoro che riteniamo molto importante per il futuro. Dal punto di vista aziendale abbiamo costruito una squadra nella quale credo fortemente. Tutto questo, però, deve essere confermato e certificato dai risultati sul campo. E questo è quello che ci è mancato. Il lavoro di base fatto in questa stagione rappresenta una base per il futuro, ma allo stesso tempo non possiamo nasconderci dietro questo: sul campo abbiamo fallito. Non parlo solo per me. Se sentite Luciano dire che non dorme, vi dico che probabilmente nessuno di noi ha dormito davvero nelle ultime due o tre settimane. È un dolore vero, quasi fisico. Mi sveglio con un dolore fisico, con un peso addosso per non essere riuscito a portare la squadra dove avremmo dovuto portarla. Non avevo mai provato una sensazione simile nella mia carriera. È il dolore di non essere riusciti a dare ai nostri tifosi quello che meritavano. Siamo tutti nella stessa situazione: io, Giorgio, François, Marco. È una frustrazione enorme. Detto questo, credo fortemente in tutto ciò che abbiamo messo in piedi questa stagione: nei processi, nelle persone nuove, nel progetto. Credo anche che dobbiamo essere coerenti e continuare sulla strada che abbiamo scelto. Prima della partita con il Torino alcuni colleghi mi chiedevano quale fosse il piano A o il piano B. Ma non esiste un vero piano A o un vero piano B. Esiste un piano: riportare la Juventus al successo, costruire una squadra che possa competere al livello più alto e per tutti i trofei. Questo non cambia. La nostra ambizione non cambia. Dobbiamo forse affrontare le cose in modo diverso, dobbiamo adattarci un po', ma il pensiero, il progetto e l'ambizione restano gli stessi: mettere la squadra nelle condizioni di vincere. Questo è molto importante che lo capiscano tutti, soprattutto i nostri tifosi. Non abbasseremo le nostre ambizioni perché non giocheremo la Champions League per una stagione. Continueremo a seguire le nostre ambizioni e il nostro piano. Potremo fare alcuni aggiustamenti, ma l'obiettivo finale resta lo stesso".
Ha parlato di aggiustamenti all'interno di un progetto che non cambia nella sua finalità. In questi giorni ha parlato con la proprietà, con John Elkann? Che tipo di argomenti avete affrontato rispetto alla situazione che si è venuta a creare? Quali possono essere questi aggiustamenti?
"Il giorno dopo la partita contro la Fiorentina mi è stato chiesto che cosa avremmo fatto se non avessimo centrato la qualificazione alla Champions League. Ho spiegato qual era il progetto e quello che avevamo in mente. Ho spiegato anche che avrei presentato a Luciano il piano nel caso in cui non fossimo arrivati in Champions League. Mi è stato detto che la frustrazione era comprensibile e che il progetto veniva capito. Siamo totalmente allineati sugli aggiustamenti che dobbiamo fare e sul progetto. Per me non è eccezionale parlare con John Elkann, perché lo faccio regolarmente. L'ho fatto anche dopo la partita contro la Fiorentina. È difficile entrare nei dettagli, ma in termini di aggiustamenti forse dovremo vendere un po' di più rispetto a quello che avevamo previsto. Non sarà una rivoluzione. Parlo di un giocatore in più, non di nomi specifici, ma di necessità finanziarie per far funzionare il progetto. Quando ho presentato il progetto, sia a Luciano sia a John, la risposta è stata che aveva senso e che dovevamo andare avanti. Questo non significa che il progetto venga indebolito. Il calcio cambia e noi dobbiamo adattarci, ma vogliamo costruire una squadra molto competitiva per la prossima stagione. Vogliamo costruire una squadra che ci permetta di competere. Se dovremo vendere un giocatore, quel giocatore sarà sostituito da un altro dello stesso livello o di un livello superiore. Il nostro obiettivo è sempre questo: se qualcuno parte, deve arrivare qualcuno almeno dello stesso livello. Non si tratta di vendere e indebolire la squadra. Si tratta eventualmente di vendere per ragioni contabili, continuando però a rendere la squadra più forte. Siamo convinti di poterlo fare".
Ha mai pensato di poter vivere la stessa situazione che sta vivendo o ha vissuto il Milan? E, più in generale, quando deve essere giudicato il lavoro di chi occupa un ruolo come il suo? Dopo un anno, dopo due anni, dopo un triennio?
"Non posso commentare quello che succede in altri club. Non so cosa stia succedendo al Milan e non so perché abbiano preso determinate decisioni. È molto difficile giudicare dall'esterno. Spesso mi frustra quando le persone commentano ciò che accade all'interno di un club senza avere tutte le informazioni. Io non so cosa stia succedendo al Milan, quindi non posso dire se una situazione sia comparabile con un'altra. Per quanto riguarda la seconda domanda, da direttore sportivo ho sempre pensato che un ciclo di tre anni fosse un buon ciclo nel calcio. Per esempio, mi piace valutare lo sviluppo di un settore su un arco di tre anni. Come amministratore delegato, presidente o dirigente apicale, penso che tre-cinque anni siano il periodo giusto per vedere i frutti del lavoro, per strutturare, pensare e sviluppare strategie".
Non le chiedevo un confronto sui risultati o sulle decisioni del Milan. Le chiedevo se lei abbia mai pensato che la proprietà potesse prendere una decisione simile nei suoi confronti...
"No. La risposta breve è no. Abbiamo sempre lavorato attraverso un dialogo costante e regolare. Abbiamo condiviso i nostri piani con l'azionista di maggioranza e il confronto è continuo. Quindi la risposta è no".
Spalletti ha detto che senza i ricavi della Champions League bisogna essere doppiamente bravi per costruire una squadra competitiva. Qual è la difficoltà? C'è anche il settlement agreement con la UEFA. Quest'anno dovrete fare player trading, vendere per poter comprare? E dopo il bilancio al 30 giugno può essere necessaria una ricapitalizzazione della società?
"Non c'è bisogno di un aumento di capitale al 30 giugno. Va ricordato che noi chiudiamo i conti al 30 settembre, non al 30 giugno. Quindi non c'è necessità di un aumento di capitale. Per quanto riguarda la UEFA, nei nostri documenti finanziari abbiamo annunciato che stiamo negoziando un accordo. Abbiamo un dialogo aperto con la UEFA e una decisione arriverà entro il 30 giugno. La discussione è iniziata da alcune settimane e continuerà fino alla fine di giugno. Il funzionamento è questo: se entreremo in un accordo, ci saranno due conseguenze. La prima è una sanzione economica di base, una parte incondizionata e una parte condizionata. Se firmeremo l'accordo nelle prossime settimane, dovremo pagare una sanzione. Poi c'è un secondo livello, legato alle possibili sanzioni sportive. Per rispondere alla vostra domanda, si guarda alla lista A UEFA che viene presentata a inizio settembre. Se un giocatore esce, deve essere sostituito da un giocatore che abbia un costo compatibile. Quando parlo di costo, intendo il costo complessivo annuo del giocatore: ammortamento più salario. Non solo il cartellino e non solo lo stipendio. Per esempio: se il giocatore A costa 5 milioni all'anno, 2,5 milioni di ammortamento e 2,5 milioni di salario, e quel giocatore parte, allora il giocatore B che entra deve costare al massimo una cifra simile. Se costa 4,999 milioni, va bene. Questo è il modo in cui funziona. L'accordo con la UEFA si basa sulle stagioni 2022-23, 2023-24 e 2024-25. In questa stagione abbiamo avuto solo 21 giocatori in lista A a causa delle regole sui giocatori formati nel club e nella federazione, oltre ai giocatori in lista B. Si guardano i costi in entrata e in uscita. Non voglio però entrare troppo nel dettaglio sui numeri dei giocatori".
In queste settimane e in questi mesi sono circolate molte informazioni sulle difficoltà del rapporto tra lei e Spalletti. Vorrei capire fino a dove arrivano queste difficoltà, se nel vostro rapporto è cambiato qualcosa e se qualcosa deve cambiare perché possa andare meglio. Inoltre, Spalletti ha spesso detto di voler incidere sulla campagna acquisti e sulla scelta dei giocatori.
"Ci sono quattro domande dentro una sola domanda, quindi provo a rispondere con ordine. Prima di tutto, sono sorpreso da tutte queste informazioni, perché molte sono false. Il mio rapporto con Luciano è sempre stato lo stesso: buono, con una comunicazione buona e costante. Ci incontriamo regolarmente, sia uno a uno sia con lo staff, nel suo ufficio o in altri contesti. È una collaborazione continua. Per quanto riguarda il mercato, da quando Luciano è arrivato abbiamo sempre condiviso piani, nomi e strategia. I giocatori arrivati a gennaio e quelli partiti a gennaio sono stati decisi in totale accordo. Le decisioni sono state prese insieme. Anche per la prossima stagione, Luciano ha parlato con i giocatori che vorremmo, nei limiti di ciò che è consentito dalle regole. È pienamente coinvolto e siamo in totale accordo su quello che stiamo facendo. Nella pianificazione della rosa, che Marco sta portando avanti, Luciano è coinvolto costantemente. Marco parla con Luciano molto più di me, ovviamente, perché Marco è il direttore sportivo. Hanno incontri e conversazioni regolari, e tutto ciò che Marco fa tiene conto del modo in cui Luciano vuole far giocare la squadra. Abbiamo lavorato insieme per sette mesi. Prima non ci conoscevamo. Noi abbiamo scelto Luciano. Io ho raccomandato all'area sportiva e all'azionista di maggioranza di scegliere Luciano perché ero convinto allora che fosse la persona giusta per guidare il club e la squadra. E sono ancora convinto al 100% che sia la persona giusta per guidare il club e la squadra in futuro. Per questo ho insistito molto per arrivare all'accordo e per esercitare l'opzione prevista nel contratto. All'epoca Marco non era ancora qui. La decisione di portare Luciano è stata presa dal board, da Giorgio e da me. Io ho presentato la raccomandazione all'azionista di maggioranza e ho spiegato le ragioni per cui pensavo che Luciano fosse la persona giusta. Per noi era importante dare continuità. Non volevamo aspettare la fine della stagione per decidere se esercitare o meno l'opzione presente nel contratto. Volevamo trovare un accordo di lungo periodo che superasse l'opzione unilaterale che avevamo. Detto questo, possiamo fare meglio? Ovviamente sì. Possiamo lavorare meglio? Ovviamente sì. Ma non si può chiedere a persone che si conoscono da sette mesi di lavorare già perfettamente insieme. Abbiamo giocato 54 partite in questa stagione. Luciano è arrivato e ha guidato la squadra in tante partite di campionato, Coppa Italia e Champions League. Abbiamo giocato ogni tre giorni. Abbiamo attraversato una finestra di mercato breve, quella di gennaio, e ora siamo davanti a una finestra di mercato molto più lunga, che richiede molta più pianificazione. Qui rientrano anche la domanda sugli aggiustamenti e quella sull'accordo di lungo periodo. Serve molto pensiero, molta programmazione e molta pianificazione. È qui che dobbiamo essere molto vicini e molto allineati: proprietà, management, area sportiva e Luciano sul piano tecnico. Finora tutto ciò che abbiamo mostrato a Luciano, ogni piano e ogni obiettivo, è stato condiviso in totale accordo. Potrebbe arrivare un momento in cui Luciano ci propone un giocatore e noi rispondiamo: "Guardate, sotto un settlement agreement con la UEFA non possiamo permettercelo". Oppure Marco può mostrare un giocatore a Luciano e Luciano può dire: "Non sono del tutto convinto". Ma quel momento finora non è arrivato. L'accordo non è ancora formalizzato ufficialmente, ma siamo molto vicini".
Si può fare meglio, in generale, nel commentare la stagione? Si può fare meglio anche sul mercato e anche nell'applicazione alla Juventus e al calcio italiano dell'altra parola ormai famosa in questi mesi, l'algoritmo? Si è parlato molto del rapporto con Spalletti e si è parlato molto anche dell'algoritmo di Comolli. Si può fare meglio nell'applicare questo metodo al calcio, al mercato italiano e alla Juventus? Qual è la sua visione sull'utilizzo dei dati?
"L'algoritmo, i dati e le analitiche sono un modo per filtrare più velocemente le caratteristiche dei giocatori. E, per questo motivo, è anche un modo più economico, perché ci permette di usare meno risorse e di arrivare prima a una selezione più precisa. Il punto non è che l'algoritmo decide da solo. Il punto è mettere davanti all'area tecnica nomi di giocatori che siano stati filtrati dai dati, approvati dallo scouting e valutati anche dal punto di vista della personalità. Dobbiamo pensare che quei giocatori abbiano la personalità per giocare nella Juventus. È un lavoro comune, che mette insieme tre fonti diverse: i dati, lo scouting e la valutazione umana. In modo interessante, Luciano questa settimana mi ha chiesto se esistesse un modo per analizzare scientificamente il comportamento dei giocatori. Gli ho risposto che esiste, perché alcuni club europei di grande successo stanno usando approcci scientifici per analizzare linguaggio del corpo, personalità e comportamenti dei giocatori. Luciano era molto interessato e mi ha chiesto di mostrargli questo tipo di lavoro. Dopo la partita di domenica, stavamo parlando proprio della personalità e del carattere dei giocatori. Credo che giocare qui sia qualcosa di speciale. Per questo, soprattutto in questa finestra di mercato, stiamo cercando giocatori con un certo tipo di carattere. Luciano parlava di personalità. Ci sono giocatori che giocano ogni pallone, che competono su ogni situazione. Penso, per esempio, a giocatori come Locatelli, McKennie e altri. Non significa che gli altri non lo facciano, ma magari lo fanno in modo diverso o non con la stessa continuità. È per questo che, in modo condiviso tra management e area tecnica, stiamo cercando quel tipo di profilo. È interessante anche che questo tipo di giocatori ti faccia domande. Quando parliamo con loro, chiedono: "Qual è la vostra ambizione? Come volete che giochi? Dove volete arrivare?". Vogliono risposte anche loro, e questa personalità ci piace".
Le chiedo se, nella vostra strategia di mercato, è previsto che aggrediate il mercato dei free agent. Sarà importante portare più giocatori, tra virgolette, a parametro zero?
"Se guardate quello che ha fatto il Real Madrid negli ultimi 10-15 anni, vedete che ha spesso puntato giocatori alla fine del contratto o vicini alla fine del contratto. Se lo fa uno dei club più grandi e ricchi del mondo, significa che per ogni club il mercato dei free agent è importante. In alcuni anni, come l'anno scorso, io e Giorgio siamo arrivati tardi e quindi quel mercato era diverso. Quest'anno può essere diverso. Sì, ci stiamo concentrando anche sul mercato dei free agent dal primo gennaio, perché le regole FIFA lo consentono. Ma questo non significa che prenderemo tanti giocatori a parametro zero. Ci concentriamo su giocatori specifici per posizioni specifiche. Se alcuni di loro sono free transfer, fantastico. Se per altri dovremo pagare, allora investiremo".
Yildiz resta alla Juve?
"Yildiz non si muove".
Nell'ottica del lavoro in comune con l'area sportiva, le è dispiaciuto che alcuni giocatori sui quali la società aveva investito molto, come Openda e Zhegrova, abbiano avuto poco spazio per mettersi in mostra e siano finiti un po' ai margini del progetto? Questo può rendere anche più difficile collocarli eventualmente sul mercato?
"Su Zhegrova, il club sapeva che poteva esserci frustrazione, ma abbiamo scelto di portarlo perché ha una capacità molto chiara: può creare qualcosa dal nulla. Può uscire da una situazione con il destro o con il sinistro, ha una qualità specifica che sia l'algoritmo sia lo scouting ci avevano mostrato. C'era un accordo chiaro con il giocatore, che conosceva il suo ruolo. Capisco la sua frustrazione. Mi ha detto: "Se avessi segnato quel gol, forse avrebbe cambiato la mia stagione e la mia carriera". Gli ho risposto: "Sì, è possibile, ma ora devi essere abbastanza forte mentalmente per reagire". Siamo felici del suo contributo e anche l'allenatore è felice del suo contributo. Il discorso su Openda è diverso. Dopo la partita contro il Monaco, intorno al 28 gennaio, in cui aveva iniziato dall'inizio, non ha mostrato molto. Qui torniamo al tema della personalità e della capacità di adattarsi. La lista dei club che volevano Openda la scorsa stagione, anche in Champions League, era molto lunga. So che è un giocatore che ha mercato. Abbiamo analizzato molto e abbiamo parlato con lui per capire che cosa non abbia funzionato. L'errore è nostro, perché probabilmente abbiamo portato un giocatore con caratteristiche che non erano del tutto adatte alla Juventus, oppure un giocatore che non era ancora pronto per giocare nella Juventus. Non sto cercando scuse, ma va ricordato anche che abbiamo fatto una scelta per un certo tipo di giocatore e per un certo tipo di allenatore, e poi abbiamo cambiato allenatore. Quando cambia l'allenatore, spesso alcuni giocatori si perdono o fanno più fatica. Questo è uno dei motivi per cui cambiare allenatore è molto costoso: non incide solo sulla guida tecnica, ma anche sul valore dei giocatori e sulla loro collocazione. Quando le cose non funzionano, bisogna essere onesti. Io voglio avere una relazione aperta con tutti voi. Non sto criticando l'allenatore e non sto criticando i giocatori: sto criticando noi stessi. Se qualcosa non ha funzionato, la responsabilità è probabilmente di tutti. Non ho niente da nascondere. Se non posso entrare nei dettagli, ve lo dico. Ma in questo caso dobbiamo mostrare onestà. Se abbiamo sbagliato, dobbiamo capire perché. Alla fine della stagione stiamo facendo una sorta di post mortem: guardiamo tutto, ciò che ha funzionato e ciò che non ha funzionato, dagli infortuni ai risultati, fino all'area aziendale. Vogliamo essere aperti e comunicare. L'ultima cosa che voglio fare è scaricare la responsabilità su qualcuno. Un giocatore probabilmente avrebbe potuto fare meglio, ma probabilmente anche noi abbiamo fatto qualcosa che non era giusto".
Qual è in questo momento, anche senza qualificazione in Champions League, la situazione con Dusan Vlahovic? In positivo o in negativo può cambiare radicalmente l'impostazione del vostro lavoro estivo, considerati anche i costi degli attaccanti. Quanto tempo c'è ancora? È fiducioso?
"Alla fine è tutto nelle mani del ragazzo. Il potere decisionale è nelle mani del ragazzo, non nelle nostre soltanto. Non so se vi ricordate, ma l'ho detto molte volte dopo l'ultima finestra di mercato: l'accordo morale che ho fatto con Dusan, faccia a faccia, era questo: ne parleremo alla fine della stagione. Qualunque cosa fosse successa durante la stagione, non si sarebbe trasferito a gennaio, non avremmo parlato di un nuovo contratto e avremmo affrontato tutto alla fine. Abbiamo avuto discussioni con lui e con suo padre, e ci stiamo preparando ad altre discussioni. Come andrà non lo so. Dusan e suo padre ci hanno detto: finiamo la stagione, vediamo dove saremo, Champions League o non Champions League, e poi parleremo. Se avremo buone notizie ve lo diremo. O magari lo saprete prima voi di me".
Il mercato sarà molto simile a quello descritto da Spalletti qualche giorno fa oppure ci sarà comunque un mercato di respiro ampio, nonostante l'assenza delle risorse Champions?
"Pensiamo di avere una base forte di giocatori e vogliamo proteggerla. Pensiamo che su quella base si possa costruire, aggiungendo giocatori con determinate caratteristiche in determinate posizioni. Vogliamo inserire giocatori che possano elevare la squadra dal punto di vista mentale, personale e caratteriale. I risultati sono stati analizzati e sono molto chiari, ma sappiamo anche di avere una base che può competere. Vogliamo completare quella base con giocatori che possano aumentare ulteriormente il livello competitivo. Aggiungendo un paio di giocatori con mentalità, approccio e caratteristiche diverse, possiamo elevare tutta la squadra e anche i giocatori che sono già qui".
La Juventus non è particolarmente abituata all'Europa League, anche se ci ha giocato nel 2023. Cambia qualcosa? Finora, parlando di Champions League, si parlava sempre dell'obiettivo ottavi di finale anche a livello di bilancio. Con l'Europa League cambia la prospettiva? La Juventus, guardando anche i ranking, non partira' necessariamente con la patente di favorita. Che riflessione fa?
"Andremo in quella competizione con ambizione. Le ultime due volte in cui la Juventus ha giocato l'Europa League è arrivata in semifinale. Abbiamo già guardato rapidamente la mappa europea per capire quali squadre potrebbero entrare nella competizione nella prossima stagione: club dei principali campionati, squadre portoghesi, greche, turche e così via. Sappiamo che tipo di competizione ci aspettera'. Ma un club che entra in una competizione deve essere ambizioso. E questo vale ancora di più per la Juventus, anche perché la storia recente, e anche quella meno recente, dice che nelle ultime partecipazioni siamo arrivati due volte in semifinale".
Per la prossima stagione, in campionato, la qualificazione alla Champions League sarà l'obiettivo minimo. Ma con gli aggiustamenti che farete sul mercato si può già tornare a usare la parola scudetto? Oppure la Juventus deve andare per gradi, anche seguendo il ragionamento che lei faceva sui tempi necessari per avere certe risposte?
"Il "quando" non può essere fissato in cinque anni, ma non posso dire che sarà l'anno prossimo o l'anno dopo. Non so cosa faranno gli altri club, non so che mercato faranno. Ci sono due nostri principali competitor che al momento non hanno ancora un allenatore. C'è tanto movimento, alcune cose le controlliamo e altre no. Per questo è davvero difficile rispondere in modo assoluto. Non è facile immaginare una situazione in cui il primo settembre andiamo davanti a tutti e diciamo: "Vogliamo vincere lo scudetto", perché ci sono ancora troppi pezzi del puzzle da sistemare. Sarebbe anche abbastanza arrogante. Quello che posso dire è che vogliamo riportare il successo al club nel futuro prevedibile. Sicuramente. Ma non posso garantire oggi che l'anno prossimo vinceremo lo scudetto. L'anno prossimo vogliamo vincere. Vogliamo essere in posizione per vincere. Non so se vinceremo o no, ma vogliamo vincere".
A proposito degli aggiustamenti, immagino che una strategia di mercato l'aveste già in mente prima della conclusione della stagione. Senza Champions League teme di dover cambiare qualcosa? C'è qualche giocatore che avevate in mente e che ora potrebbe non arrivare perché la Juventus non giocherà la Champions?
"È una situazione che stiamo cercando di controllare. È interessante, perché questa domanda me l'hanno fatta anche alcune persone dentro il club, oltre ai tifosi. In questo momento nessuno dei giocatori con cui avevamo parlato prima della fine della stagione ci ha detto che non verrà perché la Juventus non giocherà la Champions League. Abbiamo sentito molti giocatori e agenti dirci che vogliono giocare per la Juventus perché è la Juventus. Quando dico questo, intendo che ci sono molti motivi per voler giocare per la Juventus. Non voglio essere irresponsabile verso il club, ma diversi giocatori ci hanno detto che vogliono venire alla Juventus indipendentemente dalla Champions League. Nessuno dei giocatori con cui avevamo parlato ha cambiato idea il giorno dopo Torino o il giorno dopo Fiorentina perché il club non sarà in Champions".
La situazione di break-even era prevista per il 2026-27 o per il 2027-28?
"Pensiamo di essere in posizione per raggiungere il break-even, o essere molto vicini al break-even, nel 2026-27, anche considerando la mancata Champions League. Sicuramente pensiamo di arrivarci nel 2027-28. E non dimenticate una cosa: l'accordo che stiamo discutendo con la UEFA non ci lascia molta scelta. Anche se non volessimo, dobbiamo andare verso il break-even. Penso sia importante che la nostra comunità e i nostri tifosi capiscano il contesto. C'è stato un cambiamento delle regole UEFA qualche anno fa. Anche se avessimo un aumento di capitale da 200 o 300 milioni, non potremmo semplicemente spenderli sul mercato. È molto limitato ciò che un proprietario può immettere in un club che gioca competizioni europee. Questa è la realtà in cui dobbiamo vivere. Se vogliamo partecipare alle competizioni europee, dobbiamo rispettare le regole. Quindi non abbiamo scelta: dobbiamo andare verso il break-even".
Lei ha parlato degli algoritmi come di uno strumento che state utilizzando. Con il suo approccio, nel calcio italiano gli algoritmi sono ancora percepiti come una novità. Che cosa ha imparato lei dall'approccio del calcio italiano alla costruzione di una squadra? C'è qualcosa che aggiungera' al suo metodo, considerando che l'algoritmo non è totalizzante?
"Non penso che la lezione sia specifica del calcio italiano. Penso che sia molto specifica della Juventus. Servono tratti di personalità particolari per giocare nella Juventus, per vincere o competere nella Juventus. Se c'è una lezione di questa stagione, è questa. Continueremo a usare i dati per filtrare informazioni: dati tecnici, dati fisici, storico degli infortuni, valore degli infortuni, record disciplinari, caratteristiche del giocatore. Possiamo farlo manualmente in una settimana oppure possiamo farlo in modo più rapido con strumenti che ci rendono più efficaci. Ma dobbiamo prendere ancora di più in considerazione l'aspetto mentale. E questo non riguarda solo il calcio italiano: riguarda la Juventus e riguarda tutti i top club europei che hanno ambizioni altissime. Il Liverpool, per esempio, è totalmente data-driven. Ha usato un approccio fortemente basato sui dati, ha giocato finali importanti e ha vinto il campionato. Ma allora perché, usando lo stesso approccio, una squadra può vincere e un'altra può finire quinta? La differenza sta in quello che c'è tra le due orecchie, nel cuore, nella personalità, nel coraggio. Per me tutto parte da lì. Se la testa è giusta, se il cuore è giusto, se il carattere è giusto, allora il resto può funzionare".
C'è stata una mediazione da parte della proprietà nei confronti dei vertici? L'allenatore si è espresso in un certo modo nelle ultime conferenze, lei oggi ha chiarito alcuni aspetti, però dall'esterno sembra che ci sia stato bisogno di chiarire ruoli e posizioni. John Elkann è dovuto intervenire per mediare, avvicinare le parti, spiegare i concetti o farli spiegare a lei e all'allenatore?
"No. La risposta è no. Quello che John vuole è che lavoriamo bene, che lavoriamo meglio e che miglioriamo quello che stiamo facendo. Non penso che il suo ruolo sia quello di mediare tra l'allenatore e me, o tra l'allenatore e l'organizzazione del club. Penso che il suo ruolo sia dire: fate funzionare le cose e portate risultati. Se a un certo punto John ha dovuto dire a Luciano che lo considera la persona giusta per il lavoro e per il club, va bene. Come ho detto prima, io sono d'accordo. Ma noi siamo adulti, siamo persone responsabili. Dobbiamo risolvere le cose da soli e trovare il modo di farle funzionare. Capisco perfettamente l'aspettativa sui tempi. Come ho detto prima, abbiamo tifosi incredibili. La loro conoscenza del calcio è straordinaria: capiscono il calcio, lo vedono, sanno cosa significa la Juventus. È una cosa che rispetto profondamente. Le persone vengono allo stadio con i genitori, che a loro volta ci venivano con i propri genitori. Da Sivori a Kenan, negli ultimi 50 o 60 anni, hanno visto qualcosa di straordinario. Questa tifoseria conosce il calcio, sa riconoscere un buon giocatore, ha visto tanti trofei e tante leggende. Anche il fatto che le leggende del 1996 fossero qui la settimana scorsa è stato qualcosa di molto speciale per tutti noi. Quindi capisco le richieste dei tifosi, capisco cosa vogliono vedere e capisco che non vogliano aspettare tre, quattro o cinque anni. Quando ho parlato di tre-cinque anni non intendevo dire che la Juventus vincerà solo tra tre o cinque anni. Non era quella la domanda e non era quella la mia risposta. Ho detto che, secondo me, il ciclo giusto per valutare un amministratore delegato è tra i tre e i cinque anni. Ma durante quei tre anni, o qualunque sia il periodo, dobbiamo vincere. Capisco che i tifosi vogliano vedere il club tornare a vincere. Lo capisco perfettamente. E non penso che potrei sedermi davanti a voi tra tre o quattro anni se non avessimo vinto nulla. L'ambizione della Juventus e il ciclo manageriale sono due cose diverse. La Juventus gioca il prossimo anno per vincere. Poi, dal punto di vista manageriale, un amministratore delegato può essere valutato su un ciclo più lungo, ma questo non significa che la Juventus debba aspettare tre anni per provare a vincere".
Direttore: Claudio Zuliani
Responsabile testata: Francesco Cherchi
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