BLU NOTTE

 di Caterina Baffoni  articolo letto 4309 volte
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BLU NOTTE

E' davvero difficile trovare le giuste parole all'indomani di una disfatta come quella degli azzurri. Non ricordo una delusione così massiccia e amara, o magari un'Italia peggiore, così inadeguata ed inanimata tanto da doversi spegnere da sola. Sarà forse colpa della mia giovane età? Non credo, perché a ben vedere anche i nostri nonni ieri sera si sono messi le mani tra i capelli, increduli di quello che stavano vedendo davanti alle televisioni.

Eppure sarebbe davvero stupido e banale credere che la disfatta sia iniziata ieri sera. Tutto partì da quel 2006, quando si pensava che con l'esclusione della realtà juventina, finalmente si poteva dare la giusta svolta e magari apportare quel giusto e "sano cambiamento" al movimento calcistico italiano tanto sventolato e urlato ai quattro venti. Senza sapere, che la Juventus era l'unica realtà solida e ammirevole ed in grado, semmai, di avercelo portato quel mondiale. In patria.  È stata una notte al contrario. Nel senso che la figuraccia ha costretto gli azzurri a giocare contro natura, per l'ennesima volta, in un modulo che non ci è mai appartenuto o riuscito troppo bene. Mentre la Svezia ha potuto vestirsi dei panni italiani,  tra catenaccio e perdite di tempo, con quel portiere che non tratteneva nulla, ma prendeva tutto.

Ventura non ha fatto altro che rendere complicato e dannoso un passaggio che già sapeva di sconveniente. Il vero problema non è mai stato lui, siamo sinceri: un tecnico che nulla ha vinto in carriera, già era un campanello d'allarme bello e buono di per sè. Alquanto superficiale addossargli le colpe, semmai ha semplicemente allargato il diametro della sciagura sportiva e delle responsabilità con formazioni sbagliate e senza una vera identità o idea di gioco che giovasse ad un gruppo che non è mai apparso unito e affiatato., ed è quanto mai assurdo veder passeggiare nell'area tecnica un allenatore che sfonda tasche di pantaloni con smorfie e gesti di disappunto, anziché suonare la carica. Come fosse un carcerato nell'ora d'aria.

Il problema non è la mancata presenza di una squadra come l'Italia ad un mondiale, piuttosto la grave illusione di contare ancora qualcosa almeno nel mondo del calcio. L'unica "cosa" che davvero è in grado di unirci tutti, senza bandiere e nè colori. Ed è stato proprio lui, in lacrime copiose e cocenti, a disperarsi per quella mancata opportunità sociale che poteva davvero rilanciare un paese in termini di speranze e passioni. L’ultimo fuoriclasse di sempre, il numero uno dei numeri uno che probabilmente non rivedremo mai più tra i pali di una porta di calcio. Gianluigi Buffon, eterno capitano e simbolo di questo sport, ha quasi quarant’anni e le sue lacrime hanno raccontato più di quanto si potesse fare davanti ad una telecamera, perchè mentre rendeva onore ai vincitori, chiedeva scusa senza una recriminazione né un lamento, ma trasmetteva solo dolore per non aver potuto restituire un'ulteriore senso di appartenenza e di rivalsa ad un paese scarno ed anonimo, direzionato verso il baratro delle coscienze umane. Ammesso che in questo periodo storico ce ne siano ancora.

Tavecchio, il presidente delle figuracce immense, e che giustamente si congeda con la più umiliante di tutte. La giusta fine per un personaggio che sembra messo lì per caso. O peggio: per caos.

Ora occorre accantonare la presunzione di essere presenti sempre e comunque solo perchè si è "italiani" senza investire davvero in vivai o infrastrutture: elementi essenziali per rilanciare questo sport.

Pensiamo piuttosto nel non annegare nella facile retorica di turno, ma di tuffarci in un sano esame di coscienza dei maggiori vertici del movimento calcistico italiano che necessariamente devono far spazio ad altri personaggi vogliosi di cambiare rotta e, dopo aver toccato il fondo, capaci di dare la giusta e consapevole spinta per risalire in alto e respirare di nuovo, soprattutto per poter ridare colore e vivavità ad un azzurro che si è fatto decisamente blu. Blu notte.