TARDELLI E QUEL FALLO SU RIVERA CHE PASSO' ALLA STORIA...

13.10.2011 21:45 di  Thomas Bertacchini   vedi letture
TARDELLI E QUEL FALLO SU RIVERA CHE PASSO' ALLA STORIA...
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"Rivera è un grandissimo professionista soprattutto con la lingua; e mente. L’ho colpito in una zona alta del corpo senza cattivi propositi. Se avessi voluto spaccargli una gamba avrei mirato più in basso. Ed io, giuro, non avevo alcuna intenzione di arrecargli del male. Il mio è stato un fallo per foga, ma non cattivo. Io gioco, prendo botte e sto zitto; mi hanno sputato in faccia ed ora non sto qui a rivelare il nome dell’autore. Per quanto concerne la partita, la Juve è tornata quella di un tempo. Io credo di essere riuscito a rendermi utile, ma dovete giudicarmi voi".

Con queste parole Marco Tardelli commentò a caldo l’episodio che lo vide protagonista allo stadio "Comunale" di Torino il 5 novembre del 1978, allorquando si rese protagonista di una durissima entrata sul milanista Gianni Rivera trascorsi soltanto tre secondi dal fischio d’inizio della partita tra la sua Juventus e i rossoneri.

Campione d’Italia in carica da due stagioni consecutive, alla Vecchia Signora spettava il compito di frenare il cammino spedito del Diavolo in campionato: dopo cinque giornate - infatti - si trovava solo in testa alla classifica con nove punti (all’epoca ne venivano assegnati due per ogni vittoria), frutti di quattro successi ed un pareggio.

Dopo aver fornito nove elementi all’undici titolare della splendida nazionale azzurra di Enzo Bearzot che aveva appena disputato il mondiale di calcio svoltosi in Argentina (vinto, poi, dai padroni di casa), Madama faticò ad ingranare la marcia giusta nella successiva edizione della serie A. La migliore occasione per una pronta ripresa, quindi, le veniva fornita proprio dall’incontro con i (nuovi) primi della classe.

La voglia di lasciarsi alle spalle una partenza difficile trovò immediatamente la sua migliore espressione nella foga con la quale "Schizzo"  Tardelli si avventò su Rivera all’inizio della contesa. L’arbitro D’Elia tra i due cartellini a sua disposizione scelse quello giallo: ammonizione. Al centrocampista juventino venne così concessa la possibilità di continuare la partita, durante la quale - secondo le marcature scelte da Giovanni Trapattoni - seguì come un’ombra i passi del rossonero Alberto Bigon.

Un goal di Bettega dopo soli due minuti di gioco (nato da un’azione sviluppata dai bianconeri in seguito ad un calcio d’angolo) bastò alla Vecchia Signora per aggiudicarsi l’incontro ed accorciare la classifica.

A Gianni Rivera non rimase che la rabbia accumulata nel corso del pomeriggio torinese: "A San Siro abbiamo rispettato la Juventus con le regole del calcio. Qui invece è stato permesso ai bianconeri di usare una violenza che non ha nulla a che fare con l’agonismo. Oltretutto questa cattiveria non era giustificata. Se noi del Milan avessimo risposto, ci sarebbe scappato il morto. La verità è che negli ultimi tempi chi ha cercato di giocare sul serio ha trovato invariabilmente una resistenza assurda. Abbiamo perso ma ci siamo dimostrati più forti della Juventus sul piano dei nervi, questo moralmente ci premia come vincitori. L’uno a zero subito in questa maniera ci fa onore e non ci ridimensiona. Semmai ha dimostrato che la Juventus per vincere deve ricorrere a sistemi che non le fanno onore".

Che quella non sarebbe stata la sua giornata fortunata lo si capì anche dalla disposizione tattica di Madama sul rettangolo di gioco: assente per squalifica Morini, Trapattoni scelse di dirottare Claudio Gentile sulla linea mediana con il compito di guardare il "Golden boy" a vista. Gli altri accoppiamenti indovinati dall’allenatore juventino furono Cuccureddu-Chiodi e Furino-Novellino.

Con il suo consueto stile Nils Liedholm, il tecnico del Milan, non si scompose più di tanto nel commentare il fatto eclatante della domenica: "Entrare alle spalle di un avversario e scalciarlo, ieri come oggi, stando al regolamento, è un fallo che va punito con l’espulsione. Eravamo però all’inizio della partita e comprendo perché l’arbitro abbia soltanto  ammonito il giovane bianconero. Questi, ad ogni modo, ha dato un’interpretazione piuttosto personale e discutibile al termine pressing: il significato della parola è di affrontare l’avversario viso a viso, di contrastarlo per impedirgli di giocare o smistare la palla ma non vuol dire sicuramente mandarlo a gambe all’aria".

Per spiegare meglio il proprio pensiero, aggiunse: "Sarebbe necessario aver praticato in gioventù l’hockey su ghiaccio come ha fatto il sottoscritto. Vi assicuro che poi un calciatore si rivelerebbe temprato per qualsiasi tackle più o meno regolare".

Non tutti i mali, però, vengono per nuocere: secondo lo svedese i suoi giocatori avrebbero dovuto "capire che per vincere uno scudetto non occorre soltanto giocare per divertimento, ma è necessaria anche una dose di cattiveria".
La lezione fu utile: una volta imparata, a fine stagione per il Diavolo arrivò il tricolore. Il decimo, quello della stella.

L’episodio incriminato di quel lontano novembre del 1978 è stato recentemente (e nuovamente) commentato da Marco Tardelli (4 marzo 2011): "Sin da ragazzino era uno dei miei eroi (Rivera, ndr). Ho commesso una sciocchezza".
Un eroe, sì: incontrato qualche volta sul campo con addosso una maglietta diversa dalla sua…