Gli eroi in bianconero: Beniamino VIGNOLA

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
12.06.2021 10:28 di Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Beniamino VIGNOLA
TuttoJuve.com
© foto di Daniele Buffa/Image Sport

«Ad Avellino sono maturato ed ho acquisito esperienze in quello che è il mio ruolo specifico e, cioè, di centrocampista che ordina e inizia il gioco. Sono, in pratica, un regista in vecchio stile, se mi è concesso di usare ancora questo termine. Sono arrivato alla Juventus per giocare, questo è assodato, ma mi basterebbe lottare alla pari con gli altri per un posto da titolare».

GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1983
Dice Stefano Tacconi, l’erede di maglia del grande Dino e compagno d’avventura e di viaggio del veronese, che Beniamino Vignola ha tenuto in piedi, da solo, e per tre anni, la squadra chiamata Avellino, e che lo ha fatto dall’alto di una gran classe.
Dice ancora Tacconi, che ha lingua sciolta e concetti chiari quanto essenziali, che Vignola predilige il sinistro, ma che sa trattare benone la palla anche col destro, e che insomma migliore affare la Juve proprio non poteva combinare, aggiudicandosi le prestazioni dell’amico.
Ora, i fatti sono noti e lineari. La Juve, che già tiene Platini e Boniek, cioè il meglio del meglio, ad amministrare la zona nevralgica del campo, dove si inventa e si finalizza il gioco, ha fortemente voluto anche Beniamino Vignola, veronese di nascita e avellinese di gloria calcistica. Segno che di questo Vignola ritiene di avere massimamente bisogno, nonostante la tremebonda concorrenza dei succitati compari.
Il problema, semmai, è di stabilire se Vignola verrà buono subito o più tardi, magari in alternativa a qualcuno dei nuovi rodomonte. E parte proprio di qui la nostra chiacchierata con Beniamino, ragazzo estremamente a modo, con uno stile e una educazione d’altri tempi. 
– Beniamino, la domanda è scontata. Che cosa ti aspetti da questa squadra che è un po’ il punto di arrivo di tutti i ragazzi che scelgono il calcio come professione? Non ti spaventa di dover fare i conti con autentici fuoriclasse che fatalmente ti sottraggono spazio e opportunità per metterti in mostra?
«Premetto che alla Juve sono arrivato provando una gioia enorme. Credo che non sia solo un modo di dire il definire questa squadra, questa società, un punto di arrivo nella carriera di un calciatore. Certo, ho capito subito che avrei dovuto fare i conti con il meglio del meglio, nel mio ruolo. Avere sulla propria strada Platini significa che sei “chiuso”, che devi aspettare il tuo momento. Ma poi mi sono chiarito le idee, e ho capito che a fianco di questi “mostri” ci posso stare anch’io, che non c’è nessuna incompatibilità. In fondo, mi sono detto, se mi hanno preso non è certo per scaldare in pianta stabile la panchina».
– La Juve, acquistando Vignola, ha pensato al futuro: così è stato detto e scritto...
«Non so chi l’abbia detto: la cosa, da un lato mi fa piacere, ma dall’altro mi sta bene fino a un certo punto. Vignola è qui, adesso, e fa la sua parte. Segno che serve adesso, a prescindere dal futuro. Guarda, la cosa è semplice: la stagione è lunga, gli impegni sono tanti, tra campionato e coppe. In questa squadra c’è posto per tutti. Infatti, non ho ancora avuto modo di scaldarla troppo, la panchina».
– Qualcuno, nel passato più o meno recente, ti ha avvicinato, per caratteristiche tecniche, a Beccalossi e persino a Gianni Rivera: tu che ne dici?
«Credo che nel calcio questo genere di paragoni lasci il tempo che trova. Capisco la necessità di scrivere sempre qualcosa di nuovo, di stimolare la fantasia dei tifosi, e riconosco anche di avere qualche punto di affinità con i due campioni che hai citato, ma vado avanti per la mia strada, senza lasciarmi suggestionare. Vorrei essere soltanto... Vignola, con i suoi pregi e i suoi difetti, magari eliminando fin dove è possibile questi ultimi. La Juve, anche sotto questo aspetto, è una scuola ideale».
– Fuori del campo, che fai, come passi il tuo tempo libero?
«Ho una vita tranquilla e assolutamente normale. Studio, sono al terzo anno di Università, facoltà di Economia e Commercio, prima o poi mi laureerò, non c’è fretta. Quindi, passo parecchio tempo in casa, a studiare, o a leggere libri e giornali. Non mi dispiace neppure guardare la TV. Insomma, niente di particola re».
– A una prima occhiata, sembri il tipo giusto al posto giusto. Il tuo stile di vita si sposa molto bene col cosiddetto «stile Juventus». A proposito, che cos’è, per te, questo «stile» tanto chiacchierato (e invidiato)?
«Per me è stato, sin dal primo momento, trovare un ambiente particolare, perfetto, dove hai tutto da guadagnare a esprimerti al massimo, e dove esistono le condizioni per dare il massimo. E tutto esattamente come me lo aspettavo, e non posso che rallegrarmene. “Stile Juventus” secondo me, si riassume in tre parole: signorilità, eleganza, organizzazione».
– Torniamo a questioni tecniche. In Italia è raro trovare giocatori che concludono da lontano. Eppure, esistono molti buoni tiratori. Da che cosa dipende, e come mai tu sei un po’ una eccezione?
«Pochi tirano da lontano per paura di sbagliare. In effetti, c’è il rischio talvolta di mandare il pallone... in tribuna, e questo condiziona tanta gente. Personalmente, accetto spesso il rischio e cerco di sfruttare il tiro che mi ritrovo. Devo dire che, fin qui, mi è andata piuttosto bene».
Le domande e le risposte finiscono qui. Beniamino Vignola, che conosce e rispetta il valore del rodomonte, si candida in questa Juve per un ruolo niente affatto secondario. Rivive in maglia bianconera, con questo biondino dal faccino tosto e dal sinistro che incanta, la sobrietà di un compare irlandese che tutti ricordiamo molto bene, essendo impresse le sue gesta nella storia più recente della Signora. Alludiamo, si capisce, a Liam Brady.
Ora, Vignola è Vignola, non c’è dubbio, e i paragoni contano un fico secco. Ma vedendo giocare il ragazzo che ha illuminato per tre stagioni l’Avellino salta all’occhio l’affinità, fin la somiglianza fra i due. La Juve, scegliendo questo talento giovane e in piena esplosione, ha pensato al futuro arricchendo, e di molto, il proprio presente.

In bianconero vive il suo miglior momento nella seconda parte della stagione 1983-84 nella quale il fantasista, con i suoi gol, è decisivo nella favolosa accoppiata scudetto e Coppa delle Coppe. Da ricordare il gol su rigore all’ultimo minuto contro la Fiorentina o la doppietta al Comunale contro l’Udinese; soprattutto, resta nella memoria quel bellissimo gol al Porto, nella finale di Coppa delle Coppe. A Torino si ferma anche per la successiva stagione, caratterizzato dalla conquista della Coppa dei Campioni. Viene ceduto al Verona nell’estate 1985, per poi tornare alla Juventus l’anno successivo, ma il fuoco è ormai spento per cui lentamente, ma inesorabilmente, si chiude il sipario. Alla fine totalizza 127 presenze con 18 gol.