Gli eroi in bianconero: Riccardo CARAPELLESE

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
02.07.2022 10:19 di Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Riccardo CARAPELLESE
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Gli bastavano, quando era in vena, il suggerimento di un mediano, il lancio di un terzino, una qualsiasi situazione tattica favorevole, per farlo diventare un cavallo grigio della squadra, cioè un destriero di pelo insolito che gli scommettitori avveduti degli ippodromi non trascurano mai, pena le conseguenze amare della sorpresa. Sorprendente e inatteso era il modo con il quale Carappa era solito impostare la sua azione, prettamente individuale. Uncinava il cuoio con uno stop sicuro ed efficace; in un baleno valutava la situazione, misurava la distanza e contava gli avversari. La sua manovra non obbediva mai a regole fisse, a schemi didattici; nasceva, viveva e si concludeva al puro stato di invenzione e proprio per questo risultava irripetibile e imprevedibile.
Se qualcuno avesse avuto modo di seguire e marcare con il gesso sull’erba il percorso dell’azione di Carapellese, si sarebbe trovato una varietà di disegni, di tracciati e di ghirigori. Il tiro finale, per lo più irresistibile, anche se talora viziato dall’errore di mira, era la risultante di una miscela di serpentine e di guizzi, di andate e di ritorni, di rettilinei e di svolte, di imbrogli e di burle. La partita, per tutto il tempo della durata dell’azione di Carapellese, si arrestava e si bloccava, quasi estasiata a osservarla e diventava esclusivamente sua. Il potere di suggestione che Riccardo sapeva esercitare sui compagni e sulla folla era tale che il gol, quando arrivava, esplodeva in un grandissimo abbraccio e acclamazione.
Nella Juventus 1952-53 (l’unica in bianconero) Carapellese ebbe compagni illustri: Boniperti, Parola, Muccinelli, Mari, Corradi, Viola, John Hansen e Præst. Giocò all’ala sinistra e sulla fascia destra, ora al posto di Præst, ora con la maglia di Muccinelli; lo sperimentarono anche come centrattacco, sostituendo Vivolo. Si trovò tra i campioni in senso assoluto, ma non sfigurò mai; anzi, la presenza di tanti fuoriclasse lo esaltò al punto di risultare sempre tra i migliori in campo.
Terminata la carriera diventò allenatore dei ragazzi; lasciò a loro il ricordo di un uomo che amava stare insieme ai giovani, a insegnare come vivere questo sport, fuori e dentro il campo. Un maestro di vita, che amava dare senza chiedere.

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Come raccontare Carapelle se fuori dagli schemi di quegli anni rissosi e incredibili in cui giocava? Come poterlo configurare diversamente da un mattocchio capace di ergersi protagonista, come succedeva a Muccinelli ma ancora di più, per via di regole di vita più stringate perfino in quei giorni? Carapellese detto «Carappa». Oppure «La serpentina». Uno mette un disco datato novembre 1947 e lo fa girare. Il Paese di cui si parla non c’è più o forse non è mai esistito. Il Paese? Una repubblica; in cui regnano i pedatori detti ciclisti, Coppi che ha vinto il Giro d’Italia alla faccia di Bartali e di tutti i bartaliani e che è un tipo ossuto un po’ rancoroso, non si sa mai cosa pensa, ma pensa tanto e si vede; poi tutti gli altri, Ginettaccio, Ferdy Kubler, Luison Bobet, Giancarlo Astrua, Jean Robic, Geminiani, eccetera eccetera. Il ciclismo invade il Paese con i raggi delle ruote, l’Italia non ha più l’Istria, una parte dello Isonzo, è nato il territorio libero di Trieste. Pablo Picasso ha 66 anni, Manolete muore nell’Arena di Linares, da un anno Vittorio Emanuele III e sua moglie Elena sono in esilio in Egitto.
Ma com’è quest’Italia in cui si vive? La squadra del Torino domina il campionato di calcio, «Carappa» gioca nel Milan. Nel Torino è nato come un calciatore. Ha venticinque anni, un fisico più smilzo che magro, due piedi estremamente volitivi, ben nutriti di «muro». Il Torino lo aveva ceduto allo Spezia nel ‘42, giorni di guerra. Poi al Casale nel ‘44. Al Vigevano, torneo lombardo, nel ‘45. Al Como, subito dopo. Al Novara nel ‘46. Il Milan lo aveva accolto come uno dei suoi. «Carappa» è un dribblomane ma di più un coraggioso. Se la forza fisica lo tiene, viene avanti dribblando. Il suo dribbling è vibratile, barocco. Il Milan in cui gioca è una squadra nemmeno troppo robusta. È elegante. Nel derby del 2 novembre ha vinto per 3-2 con un primo tempo che le serpentine di «Carappa» hanno riscaldato. Rosetti, Cerri, Piccardi, Bonomi, Foglia, Tognon, Degano, Annovazzi, Puricelli, Raccis, Carapellese. L’Internazionale con Franzosi, Marchi, Campatelli, Fattori, Arezzi, Achilli, Fiumi, Nadini, Lorenzi, Fiorini, Zapirain. Nessuna delle due illustri società ha ritrovato la strada dopo gli sconquassi della guerra, ma il Milan ha qualcosa di più, un gioco più fiondante, un andare meno estroso. Ha la forza di Tognon, il lancio di Annovazzi, la tecnica del Raccis che si sfinisce giocando, la fantasia di Carapellese, barocca come la sua terra di Puglia.
Il Commissario Unico della Nazionale è Vittorio Pozzo. Bisognerebbe che si adattasse per primo lui ai tempi cambiati ma non si adatta. Egli ha fatto nell’anteguerra quello che ha voluto e come ha voluto. Ha fatto il giornalista mentre faceva il Commissario. Il 13 dicembre 1931 la Nazionale aveva battuto al campo di Corso Marsiglia a Torino stipato da oltre quarantamila persone – migliaia erano spiovute attorno al prato – l’Ungheria di Sarosi per 3-2. La vittoria era arrivata in extremis. «Uno degli azzurri – scrisse Pozzo – è venuto avanti e ha mollato un gran tiro che il portiere ungherese non è riuscito a intuire».
In sostanza, Pozzo non fa il nome appositamente dell’azzurro che ha deciso, con uno sprazzo personalissimo, la partita. Perché? Ma perché quest’azzurro è Cesarini detto «Ce’», gran mattoide, tipo anarchico, ragazzo che piatisce ma non zittisce, un ragazzotto riccioluto, quasi rosso, che gioca da solo ma non si tira mai indietro. Cesarini al 91°, quando già si credeva finita in pareggio la partita, con una gomitata gettava da parte un compagno e mollava questo tiro da posizione estremamente difficile che fruttava il gol e la nascita della così detta «zona Cesarini». Una cosa importante, ma per il momento non si coglie. Pozzo non vuole scrivere che c’è stata scorrettezza del marcatore. Il gol lo accetta a nome della squadra, ma si guarda bene nel suo lunghissimo servizio di citare il nome di Cesarini. E così andava il giornalismo di quei giorni, ci lamentiamo noi. Pozzo faceva la squadra, la disfaceva, ne faceva il critico non citando nemmeno il goleador. Giudichi il lettore.
9 novembre 1947: la Nazionale di Pozzo va a morire a Vienna. L’Austria le infligge, in una gara amichevole, la bontà di cinque pere. Ho piantata in testa la radiocronaca di Carosio a quel match. «Carapellese, serpentina, niente, niente da fare, oggi non gli riesce... Pomeriggio di nevischio e foschia, gran vento. La visibilità è scarsa. AI 23’ avanza Koerner, tiro, gol. Sentimenti IV si è fatto sorprendere. L’Austria raddoppia. Da lontano ancora da lontano. E triplica». Sentenza di Carosio: «Sentimenti IV non ci vede». Racconta Parola: «La Juventus si è preoccupata delle diagnosi giornalistiche a proposito del suo portiere. Tornati dall’Austria, ci ha portati tutti dall’oculista. È risultato che Sentimenti IV era tra quelli che ci vedevano meglio. Alcuni insospettabili sono risultati afflitti da miopia. Quanto a Sentimenti IV, a Napoli, la domenica successiva ha parato tutto. È finita 0-0 per merito suo e “La Gazzetta dello Sport” ha titolato: Sentimenti IV ferma il Napoli».
Ma andiamo insieme al «Wiener Stadion», Prater. Il meriggio nasce nel gelido vento, l’Austria di E.Bauer schiera Zeman, Pawuza, Happel, Brinek, Ocwirk, Joksch, Bichler, Hahnemann, Wagner, Stojaspal, Korner. Pozzo replica con questa Italia: Sentimenti IV della Juventus, Ballarin e Maroso del Torino, Malinverni del Modena, Parola della Juventus, Campatelli dell’Inter, Biavati del Bologna, Piola del Novara, Boniperti della Juventus, Mazzola del Torino, Carapellese del Milan. Due gli esordienti: Boniperti e Carapellese. Boniperti è apparso nella Juventus con uno stile sorridente. È abile nel goleare, è arguto nel vivere. È figlio di podestà novarese. Carapellese è Pugliese di Cerignola, è un semplice se mai ce ne furono. La Nazionale casca e stramazza ai piedi dell’Austria. Per Pozzo e per la stampa la colpa è di Sentimenti IV. Non ci vede. Ci rimette il posto. Per tornare in porta dovrà aspettare tre anni. Non fu colpa sua. Fu superficialità di Carosio. Fu giornalismo che anticipava quello degli Anni Sessanta e Settanta. Cerca un colpevole per spiegare tutto. Il colpevole poi c’era sì ma era quasi irraggiungibile. Era l’alpino Pozzo. Aveva mandato in campo un mosaico di squadra assurdamente concepita. Aveva improvvisato lui per primo. Lui per primo era stato castigato.
Carapellese è inamovibile. Il suo stile piace, il gioco arremba da posizioni mediane, va a cercare e snidare i terzini, li sorpassa in virtù della serpentina, inchioda i portieri col tiro sgattaiolante. Ma cosa è questa serpentina? E cosa ha «Carappa» da essere preferito al pur bravo tecnico e audace Ossola? Sedici partite in Nazionale e dieci gol. Dieci gol alla Carapellese. I gol che può segnare solo Carapellese. Perché solo lui? Prendiamo il 3-1 di Bari, nella sua terra, tra gli applausi e i baci dei pugliesi, nella fulgida vittoria di quel grande Torino sulla Cecoslovacchia, si incastona il gol razziante di «Carappa». Arriva alla ripresa, dopo il gol di Gabetto. È il gol stupendo e stupefacente del 3-0. A pochi spiccioli dalla fine Riha mitigherà la disfatta. Prendiamo soprattutto il 3-1 di Parigi, 4 aprile del 1948, «Stade de Colombes», Italia 3 Francia 1; è lui che al 31’ entra nella tana francese, snida Marche, lo scarta in velocità, spiana con una finta il portiere Domingo e insacca. Italia 1 Francia 0. È solo l’inizio. Bacigalupo, Ballarin, Eliani, Annovazzi, Rigamonti, Grezar, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Carapellese. La squadra si è assestata sul blocco del Torino. I tempi sono quelli che sono. Non sempre Pozzo è capito. La Francia è in un momento di calcio alluvionale. I suoi spiriti sono dispersi. La guerra non è passata ancora nel cuore della gente. La Nazionale di Francia è più sparpagliata che mai: Domingo, Grillon, Marche, Guissard, Jonquet, Prouff, Alpsteg, Heisserer, Baratte, Ben Barek, Vaast. È una nazionale... di colore, il nostro «Carappa» la sbaraglia.
Quanta Italia occorre per fare una Nazionale di calcio? Me lo chiedevo in quei giorni, ero adolescente e soffrivo nelle vene ogni sconfitta della Nazionale. Quello 0-4 con l’Inghilterra fu dolorosissimo. Ma perché Pozzo non riusciva più a fare la sua nazionale? Perché i giocatori non lo capivano più? Cosa era intervenuto a rendere inutile il suo impegno? Era cambiato il Paese. Nessuna dittatura era più possibile. I calciatori si sentivano professionisti prima che azzurri. Vi era tra essi però ancora il sopravvissuto come Carapellese detto «Carappa», di Cerignola in quel di Foggia, venuto su col calcio, innamorato della palla in modo disperato, barocco, glorioso di quell’amore. La palla, il gioco del calcio: tutto, per lui. Per lui come per tanti mocciosi meridionali, al punto da prendere il treno ancora ragazzi e andare a vivere soli, staccati da tutti, l’avventura pazzesca del calcio professionistico. Carappa era del Torino, che poi lo aveva scartato. Quei grandi lo trovavano meno grande. Ma il Torino andò a schiantarsi in una vampata sulla gelida Basilica di Superga e Novo lo fece tornare a casa. «Carappa» Tornò a Torino tremando. Li aveva nel cuore i suoi amici: Mazzola, Grezar, Ossola. Ma bisognava farsi forza, il Torino andava a ricostituirsi tra le lacrime di Ferruccio Novo; con grossi giocatori: Moro, Bersia, Cuscela, Depetrini, Nay, Macchi, Frizzi, Santos, Marchetto, Tubaro, Carapellese. L’allenatore era Bisogno. Campionato a venti, Bari e Venezia retrocedevano, Torino sesto. Non sarebbero tornati mai più quei giorni guerreggianti, con l’Italia in estasi per la maglia granata? Capocannoniere granata fu Beniamino Santos dal destro tonante con 27 gol, secondo dei granata ad andare più agevolmente in gol Carappa, con 14 in 35 partite.
Ancora la sua carriera era lunga. Avrebbe giocato con Giorgio Sarosi, lo splendido maestro, nella Juventus, infine nel Genoa. La sua fu la stagione dei grandi irripetibili portieri, inconcepibile, come succede oggi, un portiere terzino, un portiere marcantonio, tutti portieri che svolazzavano come colombi. Scherzi a parte, portieri come Franzosi, Moro, Sentimenti IV, Casari, Costagliola, Corghi, Masci, Griffanti, cito a memoria, ero ragazzo, come era dolce quel calcio cui Carapellese detto «Carappa» donava i suoi guizzi, le sue azioni palla al piede, attaccava la sua barocca serpentina. Carapellese fu il giocatore che dribblò i nostri affanni, i pensieri dell’orrido passato, la paura. Tornammo a vivere con quelli come lui. Era un’ala. Volava con noi.