Ruben, il figlio di Nené: "A dieci anni dalla sua morte, un viaggio tra aneddoti e lo stile Juventus che oggi non c'è più. E quell'autografo rifiutato da Platinì..."
I ricordi allungano la vita e rendono felici. Poche parole, ma estremamente intense. La chiacchierata con Ruben Olinto de Carvalho, storico "figlio di" (annotate bene questo virgolettato) Claudio, è stata un viaggio pieno di interessi e aneddoti su quello che è stato il ruolo di suo papà alla Juventus e sul suo vissuto. Facendo un piccolo passo indietro, Claudio Olinto de Carvalho, noto anche con lo pseudonimo di Nené, ha indossato la maglia della Signora nella stagione 1963/1964 e successivamente è stato allenatore delle giovanili e osservatore da fine anni '80 al 2000. La nostra redazione, a ricorrenza del decimo anno dalla sua scomparsa, ha intervistato Ruben per parlarne approfonditamente e non solo:
Dieci anni dalla scomparsa di Nené
Partiamo dalla fine, ovvero dagli ultimi avvenimenti. Ti sei sposato pochi giorni fa, è corretto?
"Sì, mi sono sposato qualche giorno fa e gli abbiamo dedicato il matrimonio. Per ricordarlo,il tavolo delle persone a lui più care aveva il suo nome e lo abbiamo disposto con le maglie della Juventus e di quella del Cagliari scudettato. Così le persone sono rimaste molto contente".
Chi è Ruben e chi era Claudio?
"Io vivo a Torino dal 1987, da quando mio padre tornò a lavorare per la Juventus. Fu richiamato da Boniperti per la panchina della Berretti, due anni dopo venne nominato come allenatore degli allievi nazionali e successivamente, a causa di un grossissimo problema ad una gamba, diventò osservatore per la prima squadra. Fu un incarico molto prestigioso, a cui fece seguito la responsabilità del settore giovanile della Juventus insieme a Furino e Sacco".
Sei cresciuto a pane e Juventus, insomma.
"Assolutamente, ho vissuto l'infanzia a Cagliari e l'adolescenza a Torino. Mio padre è rimasto legatissimo a tutte e due le squadre, nonostante nella Juventus avesse giocato soltanto un anno. C'era grande stima per lui da parte dei tifosi, ogni volta veniva invitato nei club ufficiali e ricordo le incredibili standing ovation per lui. Molto amato dai bambini e dai suoi ex calciatori, era ben voluto da tutti".
Da Paulo Sousa a Marchisio, i campioni conosciuti da Claudio
Lui faceva parte dell'ultima Juventus vincente in Europa, tanto per snocciolare un dato.
"Esatto, quello era il periodo in cui non si faceva mai vedere a casa (sorride ndr). Nella rosa campione d'Europa del 1996 era presente anche un giocatore supervisionato da mio padre, ovvero Paulo Sousa. Lui ne era innamorato, gli piaceva tanto. Ma poi non sapete quanti ragazzini ha fatto uscire dal settore giovanile, solo per citarvi alcuni suoi pupilli: Marchisio, Giovinco, De Ceglie, Sculli. A mio papà piaceva proprio allenare il bambino, la sua figura era importantissima perché per lui era molto importante l'educazione. Prima si doveva crescere come uomini, poi come calciatori. Era un uomo d'altri tempi, con dei principi che oggi non si vedono più in questo club. Purtroppo la Juventus attuale non è più quella di prima".
Era un uomo d'altri tempi in una società molto differente da quella attuale, più tecnologica e meno rispettosa.
"Faceva parte dello stile Juve, è stato proprio indottrinato da questi grandi uomini come Boniperti. L'ambiente Juventus era proprio diverso, questo bagaglio poi se lo era portato dietro anche a Cagliari. Per farvi capire, lui chiamava tutti 'signore' come forma di rispetto. Si sapeva comportare".
Quanti campioni ha conosciuto il tuo papà?
"Davvero tanti, non si possono contare sulle punte delle dita. A partire dall'esperienza di Cagliari, in cui lo ricordo accompagnarmi insieme ad altri bambini negli alberghi delle squadre per farmi firmare l'album delle figurine. Da bambino sapevo che fosse un calciatore, ma non immaginavo che la vittoria dello scudetto lo avesse reso grandissimo. Io vedevo i giocatori più forti degli anni '80 della Juventus, da Scirea a Cabrini e Gentile, e mio papà diceva di averli sfidati nei loro esordi. Scirea, ad esempio, ha esordito giocando proprio contro mio padre a Cagliari ed è morto il suo stesso giorno (3 settembre ndr). Io e Riccardo, suo figlio, ci mandiamo sempre un messaggino per commemorare quella data".
Una perdita quella di Gaetano che ha fatto piangere tutti gli sportivi e non nel mondo.
"E' vero, ero ragazzino ma ricordo ancora quei momenti. Mio padre lo vidi piangere due volte in vita mia: una riguardava la sconfitta del Brasile nel Mondiale dell'82 contro l'Italia, l'altra era la notizia della morte di Scirea. Lui all'epoca era ancora allenatore delle giovanili, faceva un po' la spola tra la casa di campagna e Villar Perosa. Una tragedia incredibile. La Juventus è stata molto vicina ai suoi cari, si è comportata come una vera famiglia".
Non tutti sanno che anche tu sei stato un giocatore della Juventus.
"Sì, ho giocato per quattro anni nella Juventus. Ero arrivato a giocare fino alla Berretti, poi purtroppo un brutto infortunio alla tibia e al perone mi fece alzare bandiera bianca. Non ho più giocato a undici, ho iniziato a praticare il calcio a 5 e iniziai a giocare in una squadra in cui c'erano tutti i 'figli di' Juventus e Torino: io, Scirea, Cuccureddu, i due fratelli Morini, Sala, Salvadori, Santin e molti altri. Il nostro scopo era di dire di esser bravi anche noi. Partimmo dalle serie minori e arrivammo fino all'A2. Un bel successo. Anche in memoria del nostro presidente Paolo Piccardo".
Gli aneddoti con Platinì
Non mi hai citato ancora Platinì... Scelta voluta?
"Ehm, con lui c'è un bruttissimo aneddoto".
Ah sì? Quale?
"Da bambino mi rifiutò l'autografo! Si vede che era stanco o arrabbiato, la situazione mi spaventò e mi misi a piangere. Finii in braccio a Gaetano Scirea, che stava mangiando e vide tutta la scena. Fu un momento indimenticabile".
C'è sempre il lieto fine, anche nei brutti aneddoti.
"E' vero, fu una cosa molto dolce. Mio padre mi disse più volte di non disturbare Gaetano che stava anche mangiando, ma lui con tutta la calma del mondo gli rispose di lasciarmi li tranquillo con lui".
E altri aneddoti? Chi arriva fin qui sarà curioso di saperne altre.
"Un altro aneddoto carino fu in occasione di Juventus-Centus al Delle Alpi, ricordo che Boniperti mi chiamò giù negli spogliatoi e di fianco c'era Platini. Michel mi guardò e mi disse: 'Questa cosa è incredibile, ancora oggi il presidente mi rompe le scatole perché grazie a me ha un tifoso della Juve in meno". E non so per quanto tempo gliel'ha continuato a dire. Io, da allora, solo Cagliari (ride ndr)".
Quindi con Platini non c'era un rapporto propriamente idilliaco, o sbaglio?
"Ma no, anche perché l'ultima volta in cui ebbi modo di vederlo ci salutammo con piacere. C'erano lui, Boniek e Paolo Rossi, si parlava di calcio e io ne sono un po' malato. Ricordo a memoria i risultati, i tabellini, le formazioni e anche i minuti dei gol. Questa cosa faceva ridere un po' tutti, c'era Platini piegato perché non si ricordava dei giocatori della Francia con cui aveva giocato".
Il rapporto con Vialli
Il giocatore che più gli piaceva?
"Mio padre stravedeva per Roberto Baggio, così come molti calciatori della Juventus. Aveva un bellissimo rapporto con Gianluca Vialli, lui mi regalava sempre due paia di scarpette: un paio per me, per l'altro voleva che gliele rendessi morbide. Altri due calciatori per cui stravedeva era Giuseppe Sculli, che considerava un fenomeno, e Rubens Pasino che era un calciatore delle giovanili bianconere che non ebbe grande successso. I ragazzi allenati li definiva come i suoi puledri, ma poi ricorderò sempre come grandi personalità del calcio come Baresi gli chiedevano sempre come stava. Ora, come con tanti altri ex calciatori, saranno li a ricordare sicuramente i bei tempi".
Si ringrazia Claudio Olinto de Carvalho per la gentilezza e la disponibilità dimostrata in occasione di questa intervista.
Direttore: Claudio Zuliani
Responsabile testata: Francesco Cherchi
Editore TMW NETWORK s.r.l.
P.I. 02210300519Iscritto al Registro Operatori di Comunicazione al n. 26208

