Giraudo riapre un caso!

Giraudo riapre un caso!TuttoJuve.com
© foto di Federico De Luca
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di Massimo Pavan
Antonio Giraudo torna a parlare di Calciopoli dopo vent’anni: accuse, processi e ferite ancora aperte alimentano la richiesta di verità e giustizia.

Vent’anni sono trascorsi, ma Calciopoli continua a dividere il calcio italiano. Le sentenze hanno concluso il loro percorso, mentre il dibattito storico, sportivo e mediatico non si è mai realmente chiuso. Le nuove dichiarazioni di Antonio Giraudo riaprono una ferita ancora profonda nel mondo juventino e riportano in primo piano una richiesta: fare piena chiarezza su quanto accaduto.

L’ex amministratore delegato della Juventus torna a parlare dopo un lungo silenzio. Lo fa utilizzando espressioni molto dure e proponendo la propria interpretazione di una vicenda che nel 2006 modificò radicalmente gli equilibri del calcio italiano.

Le sue parole rappresentano la posizione di uno dei principali protagonisti di quella stagione e, proprio per questo, devono essere analizzate e non ignorate, sarebbe sbagliato.

Giraudo: «Una gogna mediatica senza precedenti»

Alla domanda su cosa sia stata Calciopoli, l’ex dirigente bianconero risponde senza esitazioni:

“Una gogna mediatica senza precedenti, figlia dell’invidia di chi non ci ha battuto sul campo. Ma la vera conseguenza è stata quella di affossare il calcio italiano. A conti fatti è stato, per invertire la formula, un topolino che ha partorito una montagna”.

È un giudizio netto, destinato inevitabilmente a suscitare discussioni. Giraudo considera sproporzionate le conseguenze sportive, economiche e mediatiche rispetto a quanto sarebbe emerso al termine dei diversi procedimenti.

La Juventus fu retrocessa in Serie B, privata di due scudetti e costretta a ricostruire squadra e società. Le ripercussioni andarono però oltre il club torinese: il campionato italiano perse campioni, investimenti, prestigio internazionale e capacità di competere economicamente con gli altri grandi tornei europei.

Attribuire tutto il declino della Serie A a Calciopoli sarebbe una semplificazione. Tuttavia, è difficile negare che quella frattura abbia contribuito a indebolire l’intero sistema penalizzando non solo la Juventus. 

Il tema dei campionati e le parole di Sandulli

Il passaggio centrale dell’intervista riguarda il tema dell’alterazione dei campionati. Giraudo sostiene:

“Il topolino è la fotografia che emerge alla fine dei lunghi processi: nessun campionato alterato. Come disse Sandulli, presidente della Corte Federale, “un mondo fatto di cattive abitudini, non di illeciti classici”.

La citazione rilancia uno degli argomenti più discussi dai tifosi juventini: la distanza percepita tra alcune valutazioni emerse nel corso dei procedimenti e la gravità delle sanzioni applicate.

È proprio su questo terreno che nasce la richiesta di giustizia. Non si tratta di cancellare sentenze con un’opinione o di ignorare comportamenti ritenuti censurabili. Significa domandarsi se tutti gli elementi siano stati valutati con gli stessi criteri, se le responsabilità siano state distribuite correttamente e se il racconto pubblico abbia rappresentato la complessità della vicenda. La Juventus è stata condannata ingiustamente e in modo troppo pesante.

Giustizia non significa vendetta

Dopo vent’anni, la giustizia invocata dalla parte juventina non dovrebbe assumere la forma della ricerca della verità.

Calciopoli ha prodotto una narrazione immediata, potentissima e spesso semplificata. La rapidità del procedimento sportivo fu motivata dalla necessità di definire la composizione dei campionati, ma quella velocità continua ad alimentare dubbi e contestazioni.

Le successive intercettazioni emerse, il coinvolgimento nel dibattito di altri dirigenti e le differenti letture dei contatti con il mondo arbitrale hanno impedito alla vicenda di trovare una memoria condivisa.

Per questo servirebbe una ricostruzione storica completa, capace di distinguere i fatti provati dalle suggestioni, le responsabilità personali dal racconto mediatico e le irregolarità dalle accuse più estreme soprattutto restituendo gli scudetti al legittimo proprietario.

Il riferimento alla nuova “arbitropoli”

Giraudo collega il passato alle discussioni che attraversano il calcio attuale:

“Mi sembra si stia parlando molto di una certa “arbitropoli”. E che il telefono sia ancora caldo. O no?”

È una frase provocatoria, con la quale l’ex dirigente invita a confrontare il rigore utilizzato nel 2006 con l’atteggiamento adottato oggi davanti a nuove polemiche sul sistema arbitrale.

Il paragone richiede prudenza: epoche, circostanze e vicende non possono essere automaticamente sovrapposte. La domanda sul trattamento mediatico e istituzionale dei diversi casi, però, è legittima. Le regole devono valere per tutti e ogni indagine deve essere condotta con trasparenza, senza processi anticipati sui giornali e senza disparità di valutazione.

La credibilità del calcio dipende anche dalla capacità di applicare criteri uniformi, indipendentemente dal nome o dal peso politico delle società coinvolte.

Il ruolo degli Agnelli secondo Giraudo

Particolarmente forti sono anche le dichiarazioni dedicate a Gianni e Umberto Agnelli. Secondo Giraudo, con l’Avvocato e il Dottore ancora in vita, la vicenda avrebbe avuto uno sviluppo completamente diverso:

“Non sarebbe successo nulla di quello che è successo”.

L’ex dirigente motiva così la propria convinzione:

“Ci hanno seguiti, intercettati e spiati privatamente. Non si sarebbero mai permessi nemmeno di immaginare certe cose con Gianni e Umberto Agnelli. Sarebbe prevalso il codice di rispetto che vigeva nel capitalismo italiano”.

Sono affermazioni pesanti, che esprimono la convinzione di essere stato sottoposto a un trattamento che non sarebbe stato possibile con la precedente proprietà ancora pienamente presente.

Anche in questo caso, le parole di Giraudo costituiscono la sua ricostruzione e non possono essere considerate da sole una dimostrazione. Meritano però attenzione, soprattutto quando evocano temi delicati come intercettazioni, controlli e rapporti di potere.

Giraudo rivendica il comando della Juventus

L’ex amministratore delegato interviene anche sugli equilibri interni della società, ridimensionando la definizione di “Triade”:

“Comandavo io. Il termine triade non mi piace. Io ero a capo di un gruppo di persone, a cui va dato il merito dei risultati. Bettega, Romy Gai, Opezzi e Agricola”.

Giraudo rivendica quindi la responsabilità gestionale e, allo stesso tempo, riconosce il contributo di una struttura dirigenziale che condusse la Juventus a risultati sportivi ed economici importanti.

La precisazione riguarda anche il ruolo di Luciano Moggi:

“Gabetti e Boniperti non lo volevano. Il compromesso fu: veniva assunto senza potere di firma e rappresentanza nelle istituzioni. Come gestore del gruppo riconosco tutt’ora le sue capacità”.

Parole che propongono un’immagine differente rispetto alla rappresentazione di Moggi come unico dominatore della società e del sistema calcistico.