Gli eroi in bianconero: Raffaele PALLADINO

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
17.04.2021 10:28 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
Gli eroi in bianconero: Raffaele PALLADINO
TuttoJuve.com
© foto di Giacomo Morini

Quando ci si trova di fronte ad un ragazzo di ventitré anni che gioca con continuità in una squadra come la Juventus – scrive Giulio Sala, su “Hurrà Juventus” del febbraio 2007 – e lo fa talmente bene da risultare determinante in più di una partita, la tentazione di ricorrere a termini come rivelazione o sorpresa è insistente. Cedere al luogo comune però, oltre che poco professionale, nel caso di Raffaele Palladino sarebbe a dir poco ingeneroso: “Palla” è sì giovane, ma è tutt’altro che una scoperta e che avesse stoffa e cosa nota ormai da qualche anno. Che si tratti della Primavera della Juventus, della Salernitana o del Livorno, Raffaele ha sempre e comunque lasciato un’impronta, marchiata da gol e giocate preziose.
Certo, il ritorno a Torino rappresentava l’esame di maturità e per ora il ragazzo lo sta superando a pieni voti. Fermato da un infortunio nel precampionato, “Palla” ci ha messo un po’ a imporsi e, una volta guarito, ha dovuto attendere. Poi, contro l’Albinoleffe, con Del Piero e Trezeguet fermi ai box, è venuto il suo momento: titolare in attacco al fianco di Bojinov. Quando Buffon viene espulso però, sembra a tutti che la partita di Raffaele sia finita; per far entrare Mirante, Deschamps deve privarsi necessariamente di un giocatore in avanti e gli occhi di tutti corrono a “Palla”. Sulla lavagna luminosa però non compare il numero 20, ma il 9. A uscire è Bojo e tocca a Raffaele caricarsi la Juve sulle spalle. Lo fa talmente bene che da allora, in avanti o sulla linea di centrocampo, Raffa è titolare spesso e volentieri. I tifosi imparano ad apprezzarne il talento, la stima di Deschamps nei suoi confronti cresce di partita in partita e, con essa, la nostra legittima curiosità di scoprire come nasce un predestinato.
Così al termine dell’allenamento, seguiamo Raffaele nel suo “rifugio” torinese, il ristorante “Regina Margherita”, locale dichiaratamente partenopeo nel quale ogni giorno pranza in compagnia dell’inseparabile Mirante. Ci sediamo e proprio di fronte a noi sta appesa al muro la maglia numero 20 di “Palla”, che ordina un piatto di “Pennette alla Juve”: pomodorini basilico, scaglie di parmigiano e mozzarella. «Qui vengono anche dei giocatori del Toro – ci confida il proprietario del locale – e le mangiano anche loro».
Andiamo così, tra i profumi di Napoli emigrati in Piemonte, alla scoperta di un ragazzo genuino e cordiale che, anche con le parole, così come con i piedi, ama stupire, visto che, all’inizio della nostra chiacchierata, ci regala subito un colpo a effetto.
Allora Raffaele, partiamo dai primi calci...
«Li ho tirati con gli amici a Mugnano, nel quartiere Zio Peppe, dove sono cresciuto. In realtà, fino ai dodici anni, ho giocato per strada. Poi… si aprì una “piccola parentesi”…».
Di che tipo?
«Mia mamma andò nella mia scuola a parlare con gli insegnanti: non andavo molto bene, anzi, ero un disastro per dirla tutta. Il risultato fu che non volle più farmi giocare a calcio e… mi iscrisse a una scuola di ballo».
Ballo???
«Sì, ballo liscio: polka, mazurca, valzer... Anche lei andava in quella scuola ed era un modo per tenermi sott’occhio e per non farmi stare in mezzo alla strada».
E ti piaceva?
«Mah, me la cavavo piuttosto bene. Ballavo con una mia cugina e avremmo dovuto anche fare qualche gara, ma dopo un anno ho smesso. Io volevo giocare a pallone!».
Sarà stata dura convincere la mamma...
«In realtà ci pensò mio padre. Giocai una volta con lui e con i suoi amici e vide che, tutto sommato, ero piuttosto bravino, così mi iscrisse in una scuola calcio, gli “Amici di Mugnano”. Era la squadra del mio paese e ne conservo un ottimo ricordo. Ancora adesso a Natale, vado sempre a trovare i vecchi amici».
Certo tua madre aveva corso un bel rischio!
«Ancora oggi glielo dico: “Tu non volevi farmi giocare a calcio!” e lei ammette: “Poteva essere il più grande errore della mia vita”».
Dalla pista da ballo sei passato alla serie C in poco tempo.
«Sì, dopo tre anni nel Mugnano e vari provini fui acquistato dal Benevento. Lì rimasi per un anno e mezzo: Allievi Nazionali e Primavera il primo anno e i successivi sei mesi con la Prima Squadra. La società stava attraversando un periodo difficile e così venni lanciato con i “grandi”. Quella è stata la mia fortuna: avevo sedici anni, ero molto giovane eppure iniziai a giocare in serie C, mettendo insieme otto presenze e un gol e la Juventus mi notò, tanto che a gennaio passai in bianconero».
Hai sempre giocato in attacco?
«No, nel Mugnano ero un trequartista, mentre nel Benevento venni arretrato a centrocampo. Una volta alla Juve, fu Gasperini a trasformarmi in attaccante».
Come hai saputo che la Juve ti voleva?
«Giocai piuttosto bene nelle prime due gare, sapevo che per la terza sarebbero venuti a vedermi gli osservatori della Juve e in quella partita segnai addirittura. Quando mi dissero che mi volevano a Torino, io non ci credevo, anche perché ero un grandissimo tifoso bianconero. Da piccolo avevo la camera tappezzata di foto e di poster di Del Piero e Zidane. Ero malato della Juve! Quando ho capito che mi voleva davvero e che a gennaio sarei dovuto salire a Torino, sono rimasto sconvolto per un mese».
E tua mamma, come l’ha presa?
«Lei non voleva, perché c’erano anche altre squadre, più “in zona”, interessate a me: la Roma, il Lecce, il Bari... ma quando è arrivata la proposta della Juve, non ho potuto rifiutare. In effetti il trasferimento è stato un po’ traumatico, per lei, vista la lontananza, e per me, che mi sono trovato catapultato in una realtà completamente nuova: sei ancora giovane e cambi clima, città, ti allontani dalla famiglia… i primi due, tre mesi sono stati davvero difficili».
Oltretutto sarai stato costretto a farti piacere la scuola! Alla Juve su questo aspetto non si scherza.
«Arrivato qui mi sono subito reso conto che era dura. La società segue molto i giovani, non solo sul campo: appena arrivato a scuola dovevo firmare la presenza e, se non andavo per qualche motivo, venivo subito chiamato. A quell’epoca c’era Pietro Leonardi a controllare noi ragazzi e se sgarravi ti rimproverava immediatamente. Insomma, venendo qui ho finito anche per studiare».
Terminato il periodo con la Primavera però sei dovuto ripartire, destinazione Salerno. Più vicino a casa, ma senza la maglia bianconera.
«Quello è stato il momento più difficile: avevo diciannove anni, un’età nella quale puoi esplodere, ma anche non riuscire a sfondare. E poi un conto è far parte della Primavera della Juventus, dove trovi ragazzi della tua età, sei seguito, gli spogliatoi sono belli, tutto è perfetto, un’altra è giocare in squadre di B, dove magari gli stipendi non vengono pagati regolarmente, i campi sono brutti, ti alleni con giocatori di esperienza, molto più grandi di te, magari invidiosi della tua età e del fatto che arrivi dalla Juve... Io comunque sono stato fortunato, perché alla Salernitana sono andato con Benjamin, che era mio compagno nella Juve e stavo spesso con lui, la squadra era giovane e quindi mi sono trovato bene. In più, appena arrivato, ho subito iniziato a segnare, sin dalla Coppa Italia. Questo mi aiutato, perché i compagni di squadra mi hanno subito visto come un giocatore importante».
E un gol lo hai fatto subito anche in serie A. Partita d’esordio Livorno-Lecce, risultato 2-1 con una tua rete decisiva...
«Già, contro il mio ex allenatore Gregucci, probabilmente il tecnico cui devo di più. Lui mi avrebbe voluto al Lecce, ma la Juve decise di mandarmi a Livorno e guarda caso, proprio alla prima giornata, me lo ritrovai di fronte. Quella partita la ricordo con particolare piacere non solo per il gol, ma anche per un episodio legato a mio padre. Anni addietro avevamo fatto una scommessa: mi aveva promesso che, quando avessi segnato il mio primo gol in serie A, avrebbe smesso di fumare. Beh, a fine partita mi diede il pacchetto di sigarette e l’accendino. Io li conservo ancora e lui non ha più ricominciato».
Quest’estate il ritorno alla Juve. Un bel momento per te, nonostante il putiferio...
«Avevo parlato con Moggi e lui mi aveva detto che sarei potuto tornare alla Juventus già per questa stagione, con Capello. Poi però è scoppiato lo scandalo, è cambiato tutto e avevo il timore che non sarei potuto rientrare. In realtà mi è andata bene: se fossi tornato alla Juve con Ibrahimovic, Trezeguet, Del Piero… per me sarebbe stata dura giocare. Quanto è accaduto, in un certo senso, per i giovani è stato positivo. La Juventus si è ritrovata in rosa dei ragazzi importanti, che conoscevano già la serie B e per i quali, giocare per la Juventus, in qualsiasi serie, era comunque il massimo». 
Molti di loro arrivano vengono proprio dalla “tua” Primavera.
«Eh sì, io ho ritrovato Antonio (Mirante N.d.R.), Piccolo, Paro, Urbano, Guzman e Marchisio, che nell’ultimo periodo già si allenava con noi».
L’inizio non è stato dei migliori: quel brutto infortunio durante il ritiro ti ha un po’ frenato.
«Ero partito bene, con i tre gol fatti nella prima amichevole ad Alessandria contro una rappresentativa locale, ma nella partita dopo mi sono fatto male alla caviglia, una distorsione abbastanza grave, di secondo grado. Peccato, perché potevo mettermi in mostra a inizio stagione, un momento importante. Poi ho recuperato bene, sono rientrato, ma c’è stato un periodo durante il quale l’allenatore faceva un po’ di fatica a vedermi. Ero il sesto attaccante e il mister mi provava spesso a centrocampo, un ruolo nel quale mi trovavo a fatica».
In realtà, viste le assenze, ti è stato chiesto di giocare anche sulle fasce e non te la sei cavata affatto male. In poche partite hai ricoperto almeno tre ruoli.
«Sì, giocando sia davanti, da punta che come esterno, su entrambi i lati. Tra la fascia destra e quella sinistra preferisco quest’ultima, perché come fa Nedved, se ti accentri, hai più possibilità di calciare. Anche partire dalla destra però si può far bene, se ci si allena con una certa continuità».
La continuità serve però anche in partita e da quella con l’Albinoleffe in poi, sei riuscito a trovarla.
«Dopo quella gara il mister mi ha preso da parte e mi ha detto una cosa che non dimenticherò mai: “Raffaele, in allenamento non ti vedevo, ma se continui a fare bene come contro l’Albinoleffe, per me giocherai spesso”. È stata una dimostrazione di fiducia importante. Prima di allora non c’era mai stato un grande dialogo, ma da quella volta il rapporto è cambiato».
Dopo Bergamo sono fioccati i paragoni eccellenti e il più frequente è quello con Ibrahimovic. Lo trovi azzeccato?
«Beh, lui è un grandissimo giocatore, di livello mondiale, non è facile trovare un calciatore con la sua altezza e con la sua tecnica. Guardarlo mi diverte molto. Io non ho il suo fisico e, riguardo alle giocate, ne ha così tante in repertorio... Quella che sto cercando di imparare è l’elastico, quel colpo di esterno-interno che lui fa spesso. Ancora però non mi viene bene».
A proposito di campioni, quelli della Juventus hanno chiesto alla società dei rinforzi in vista del prossimo anno: normale ambizione che però si scontra con le aspettative di voi giovani.
«Se mi metto nei panni di un giocatore di grande livello come Del Piero o Trezeguet, mi rendo conto che sia giusto ambire a una squadra di grande livello. D’altra parte credo che per noi giovani sia importante giocare, ma se hai davanti tanti campioni diventa difficile. La cosa più giusta credo sia mantenere in rosa i giovani più interessanti e dare loro quantomeno la possibilità di crescere al fianco dei grandi giocatori. È diverso dal giocare con continuità, ma è comunque importante».
Ma quando si diventa grandi campioni? Quando questa definizione andrà bene anche per te?
«Eh, io ho appena giocato due anni a certi livelli, serve tempo! Oltretutto in Italia c’è una «politica» che non aiuta: qui a ventidue anni sei ancora giovane, mentre all’estero è diverso. Basta guardare la formazione dell’Arsenal sono tutti ‘89, ‘88, ‘87. Qui per definirti un campione devi arrivare a ventisette, ventotto anni, avere giocato magari quattro o cinque anni nella Juve, aver segnato tanto, insomma avere un curriculum importante. Io ho ancora tutto da dimostrare».
Qualcosa l’hai già dimostrata, visto che sei già un punto fermo dell’Under 21. È quasi ora di fare un pensierino anche alla Nazionale maggiore.
«Con Donadoni c’è un ottimo rapporto e questo è importante. Mi ha allenato a Livorno, mi conosce, sa che tipo di giocatore sono e che carattere ho. Se ho ricevuto una sua telefonata? Eh no, questo non te lo dico, lo tengo per me. Per me è già molto importante l’Under 21 perché è un trampolino di lancio, ma non nascondo che, ultimamente, un pensierino anche alla Nazionale maggiore l’ho fatto, visto che qualche giocatore era infortunato!».
E visto che altri non rispondono alle convocazioni… tu lo faresti mai?
«Io, mai, mai! Ci andrei pure su una gamba sola, esattamente come faccio anche per l’Under 21 o per la Juventus. Per me andare in campo è un divertimento e lo sarà sempre».
Nei due anni passati con la Primavera, Raffaele ha avuto modo di ambientarsi in una città tanto diversa da Napoli e dalla sua Mugnano e ora che è tornato a Torino continua ad apprezzarla. Il clichè di città fredda mal le si addice anche “Palla” lo conferma.
«A Napoli spesso mi chiedono: ma come fai a stare a Torino? Invece io mi trovo benissimo, perché la gente ti lascia tranquillo. Anzi uno dei difetti di noi napoletani forse è questo, siamo un po’ invadenti. E poi Torino ormai la conosco bene: è carina, il centro è molto bello, con Piazza Castello, la mia preferita, e Piazza San Carlo. Insomma non è una città caotica e ci vivo bene».
E dove la vivi? Che locali frequenti?
«Sicuramente il ristorante Regina Margherita, Antonio ed io mangiamo qui tutti i giorni! Vado spesso al cinema, al Reposi e ogni tanto frequento il Bowling Mirafiori: con Paro sfidiamo e battiamo quasi sempre Mirante e Urbano. A volte poi andiamo al Decameron, il ristorante di Rampulla, dove si mangia pizza e sushi. Altrimenti sto in casa a guardare un film o fare shopping sotto i portici del centro. Tutto, rigorosamente in compagnia di amici».
E una ragazza, non c’è?
«No, sono ancora single, diciamo che una ragazza la sto ancora cercando, perché in effetti, un po’ ti manca. Mia mamma però è gelosa e non vorrebbe mai che mi fidanzassi. Io allora le dico sempre che la mia fidanzata è lei».
Con tua madre e la tua famiglia il legame è fortissimo, mi par di capire.
«Oh sì, io riesco a stare un mese, massimo un mese e mezzo lontano da casa, poi inizia a mancarmi i familiari, il loro l’affetto, la cena insieme. Senza parlare poi dei miei nipotini. Sono zio, mia sorella ha due bimbi ed io li vizio più che posso. La cosa che mi fa più male è quando li sento per telefono e mi chiedono “Zio, quando vieni a trovarci?”. Le cose importanti, che davvero ti mancano, sono queste».

Deschamps ha molta fiducia in Raffaele e, per trovargli posto in squadra, non esita a schierarlo esterno di centrocampo, anche se le prestazioni migliori di Palla sono quelle disputate come seconda punta. Il suo primo goal ufficiale con la maglia bianconera, lo realizza il 18 novembre, contro l’Albinoleffe, salvando la Juventus dalla sconfitta; ma la sua serata di gloria è contro la Triestina, il 19 marzo 2007. Contro la squadra alabardata Raffaele segna la sua prima tripletta in carriera; alla fine della stagione, totalizza 25 presenze e 8 goal.
Logico che sia riconfermato e anche Ranieri, nuovo allenatore bianconero, lo schiera spesso a centrocampo e Palla non sempre riesce ad adattarsi. La stagione è abbastanza deludente; sono poche le partite dove riesce a mettersi in luce e sono molte, invece, quelle anonime. Infatti, nonostante le 31 presenze, mette a segno solamente 2 goal, contro la Reggina e il Parma, lasciando spesso l’impressione di una promessa mai mantenuta.
Il 28 febbraio 2008 prolunga il suo contratto con la Juventus fino al 30 giugno 2011, ma, nonostante questo rinnovo, il 3 luglio è ceduto al Genoa.
Quando torna a Torino da ex, il 13 novembre, non può essere certamente una serata come le altre: «È stato un ritorno emozionante, alla Juventus ho lasciato tante persone che mi hanno voluto bene oltre ad una società, un allenatore e dei compagni che mi stimato molto. Non sono pentito, però, di essere andato via, mi trovo molto bene al Genoa. Avevo bisogno di giocare e qui ho l’opportunità di dimostrare il mio valore».