Gli eroi in bianconero: Claudio MARCHISIO

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
19.01.2021 10:27 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
Gli eroi in bianconero: Claudio MARCHISIO
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© foto di Daniele Buffa/Image Sport

«Mille pensieri e mille immagini mi hanno accompagnato per tutta la notte. Non riesco a smettere di guardare questa fotografia e queste strisce su cui ho scritto la mia vita di uomo e di calciatore. Amo questa maglia al punto che, nonostante tutto, sono convinto che il bene della squadra venga prima. Sempre. In una giornata dura come questa, mi aggrappo forte a questo principio. Siete la parte più bella di questa meravigliosa storia, per questo motivo tra qualche giorno ci saluteremo in modo speciale. D’altronde l’8 non è altro che un infinito che ha alzato lo sguardo».

CATERINA BAFFONI, TUTTOJUVE DEL 18 AGOSTO 2018
Dopo 25 anni, entrato nel vivaio bianconero a sette. Il ragazzo che ha incarnato l’essenza di essere juventino realizzando il sogno di un bambino: giocare e vincere con la propria squadra del suo cuore. 
“Tutto ciò che sono, tutto ciò che voglio.”
Dovessi racchiudere in una frase quel che rappresenti e abbia rappresentato la Juventus per Marchisio e viceversa, probabilmente userei questa sua stessa dichiarazione.
Due colori. Una vita calcistica. Un cuore sotto un’unica maglia. Ed è per quella maglia, e per tutto ciò che ne ha simboleggiato, che l’otto bianconero ha deciso di battersi e lottare dimostrando al mondo cosa voglia dire essere parte della Juventus. E’ difficile, terribilmente difficile scandire e trovare le giuste parole per descrivere la fine di un rapporto calcistico intriso di amore e vivida passione tra una bandiera e la propria squadra. A maggior ragione, se del “cuore”. 
Una favola lunga 25 anni e che lo ha visto entrare di diritto nel vivaio bianconero a soli sette primavere. Il ragazzo che ha incarnato l’essenza dell’ essere juventino realizzando il suo personalissimo sogno: giocare e vincere con la propria squadra del cuore. 
Dopo Buffon, l’ultimo baluardo di un calcio romantico, oramai in via d’estinzione.
Alcuni dicono che sia un limite il fatto di non aver mai cambiato squadra. In realtà si tratta di un pregio che pochi al mondo si possono permettere o quanto meno comprendere. Si tratta di una scelta di vita. Una scelta d’amore.
Sì, perché anche quella di lasciare è stata una sua “scelta”, condivisibile o criticabile, palesemente dettata dal suo amore viscerale, che lo ha sempre legato a Madama e alla quale ne riconosce il bene primario. Sopra tutto e tutti. Successi conquistati sul campo da tifoso che non possono essere paragonabili ad altri calciatori. E’ questa la sua più grande vittoria, che può sembrare misera agli occhi di chi è abituato a veder cambiare maglia abitudinariamente; ma per chi ama il calcio, sa perfettamente che non è così.
Cosa diremo del Marchisio in bianconero, “c’era una volta”? Beh, no. Con lui c’è stato e si è rinnovato quel senso di appartenenza a due colori, quello  della “bandiera” nel variopinto mondo del calcio. Il giocatore che ha scelto di legare la propria carriera, la propria essenza e la propria immagine ad una sola squadra. Riuscendovi alla perfezione.
Claudio Marchisio, un simbolo che ha saputo resistere al richiamo del denaro e della gloria esercitata nel recente passato da club prestigiosi.
Esempio di fedeltà, ma di quella fedeltà che va premiata e portata a mo’ d’esempio, da illustrare e tramandare alle varie generazioni. Quella di chi è stato capace di resiste alle tentazioni e di prosegue il cammino intrapreso sin da bambino, a partire dal settore giovanile bianconero, con chi l’ha fatto crescere e diventare un campione. Dentro e fuori dal campo.
Nei contorni della nostra vita si sa, il calcio rappresenta un orlo pazzesco perché sa cucire ricordi, emozioni e affinare i pensieri. E il Principino, tutto questo, ha saputo descriverlo in modo pazzesco racchiudendo in ogni suo singolo gesto cosa e chi sia stato l’uomo, quindi il calciatore juventino. Ha dato tutto, per questa maglia. L’ha amata, tanto. Ha pianto e gioito per lei. L’ha onorata, sempre. Ma soprattutto l’ha sognata da bambino, un po’ come tutti. Eppure, la differenza è che Claudio, quella fantasia, ha saputo sostituirla con un pezzo importante di esistenza e tramutarla così in realtà.
25 anni, come condensarli in poche righe? Come racchiuderli in una notte, la notte più lunga di Claudio Marchisio, la notte prima dell’addio alla Juventus. E il comportamento dentro e fuori dal campo, lo stile non soltanto di gioco, gli attestati di stima e la sua storia....
25 anni di amore, di una maglia diventata una prima pelle e non una seconda: Marchisio e la Juventus, una delle ultime storie romantiche del calcio. Un amor cortese che ricorda le liriche e i romanzi cavallereschi e medievali, laddove la donna era messa al di sopra di tutto: un po’ come Madama e quindi la “sua” maglia bianconera.
“Il bene della maglia”, un concetto sempre più desueto di cui Marchisio si fa baluardo, rendendosi conto che in questa Juventus che viaggia veloce proiettata verso il futuro, posto per lui non ce ne sarebbe più stato. Colpa, probabilmente, di quel maledetto infortunio al ginocchio che ha deviato e indirizzato da un’altra parte la sua carriera e dal quale non si è più del tutto ripreso. E questo conta, perché la Juventus ha conosciuto il miglior Marchisio e il miglior Marchisio, oggi, non può essere aspettato da una Juventus proiettata in un’altra epoca, già nel futuro.
Ed è proprio lui a dettare legge, il tempo, oggi tiranno, freddo sovrano, ma per 25 anni dolce, favoloso e custode di un romanzo, quello tra il numero 8 e la sua Signora, giunto alla fine. Una fine probabilmente (si spera) provvisoria, perché certe strade sono destinate sempre a ricongiungersi: fianco a fianco per tutte queste stagioni, dai primi calci al pallone di quel bimbo biondo dagli occhi di ghiaccio e smilzo che quasi si perdeva dentro la larga maglia col colletto e a maniche lunghe della Vecchia Signora. Fino agli anni e alle vittorie con la Primavera e il debutto in prima squadra in una stagione che non può essere considerata normale, quella della Serie B, da cui paradossalmente tutto ebbe iniziato.
Sì, perché Marchisio ha saputo reinventarsi, costruirsi, rinnovarsi e resistere alla selezione naturale, conquistandosi un posto negli anni non indimenticabili post risalita in A, dei quali ne ha rappresentato una rara nota lieta: il primo gol su assist di Del Piero, con il 19 ancora sulle spalle, è un primo segno del destino. Ne arriveranno altri, splendidi ma non legati a delle vittorie, come quelli contro l’Inter o l’Udinese, con il numero 8, invece. Con quell’infinito che ha alzato lo sguardo.
Poi l’inizio di una nuova era e Marchisio ne è uno degli attori decisamente protagonisti. Gli anni di Conte, che coincidono con prestazioni esaltanti e prolifiche: adesso i gol contano e portano trofei, e lui è lì pronto a formare con Pirlo, Vidal e Pogba uno dei centrocampi più forti della storia bianconera: lui è quella mezzala scheggiata, che si inserisce e copre gli spazi. Imprescindibile per il futuro CT, anche negli anni di Allegri Marchisio conserva la sua importanza: complice l’addio di Pirlo, arretra il suo raggio d’azione e mette al servizio dei compagni non più l’esplosività dei primi anni, ma una sapienza tattica e un’intelligenza superiore rispetto agli altri. E nel frattempo, si erge sempre più a simbolo della Juventus: dentro e fuori dal campo, senza mai un comportamento fuori dalle righe o una parola inopportuna fuori posto. Lui, che ha rappresentato a pieno il DNA bianconero. Colui il quale i tifosi ne hanno sempre identificano lo stile Juventus, perfettamente rappresentato dal Principino italiano, piemontese e soprattutto juventino.
Poi il crack, di quel fatidico pomeriggio in un insolito Aprile del 2016: nel mentre di un risultato acquisito contro il Palermo, non si rompe solo il ginocchio di Claudio, ma probabilmente anche un equilibrio fin lì perfetto. La Juventus lo aspetta, lo ritiene ancora importante, ma il ruolo (in campo) di Marchisio è destinato a perdere di grado e centralità per una Juve che non può aspettare e sempre più proiettata nel futuro. Il percorso di ripresa infatti è lento e le ricadute non mancano. Ciononostante Marchisio resta lì, a lottare anche dalle retrovie e a sfruttare le poche occasioni che gli vengono concesse. E’ lui l’ uomo spogliatoio. Il collante fisso tra passato, presente e futuro.
Eppure, tra lacrime, i sorrisi e le esultanze in un palcoscenico che sia stato l’Allianz Stadium in una notte di Champions o un polveroso campo di provincia, dopo una sfrenata corsa tra bambini, per Marchisio e i suoi tifosi poco importa. L’amore ha varie sfumature e questo è stato capace di racchiudersi in un abbraccio indissolubile tra lui e il suo popolo bianconero.
La fascia di capitano l’ha indossata poche volte, quando i mostri sacri davanti a lui riposavano o non erano a disposizione. Ma Marchisio capitano della Juventus lo è stato da sempre, non ha avuto la necessità di simboleggiarlo con un pezzo di stoffa al braccio. Lo è stato da dentro. Sì, perché discende dagli Scirea e dai Del Piero, da chi ha cucito nella pelle il senso della Juventinità.
E posso assicurarvi che Marchisio è stato molto di più di un semplice calciatore con la fascia sul braccio. Probabilmente il suo numero, da egli stesso definito come “un otto sdraiato che guarda l’infinito” più si avvicina all’esaustività. A quell’ideale di perfezione che non esiste ma a cui ne viene data la testimonianza. Perché il pallone, e soprattutto la passione che muove i suoi tifosi, contempla dinamiche ben lontane dall’essere definitivamente esplorate. “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, chiosava Pier Paolo Pasolini. Ecco, si badi bene, è proprio la parte sacra che qui si vuol prendere in considerazione, ché di eventi profani  le cronache calcistiche ne sono fin troppo piene. 
Marchisio ha saputo dunque creare qualcosa di più col suo popolo, qualcosa capace di andare oltre il semplice “tifo” e rapporto passionale. Ha saputo creare  quel qualcosa che si scorge solo se sei con gli occhi chiusi, seduto sugli spalti dello stadio della tua squadra del cuore, in cui non puoi soltanto osservare le magie dei tuoi beniamini, ma può “sentirle”. “Non si vede bene che col cuore”: ha spiegato così il suo segreto,  il Piccolo Principe. Perché nel calcio l’essenziale è invisibile agli occhi. E chiamiamolo “caso” , o “destino” come volete ,ma lui, proprio lui, nominato da sempre e per sempre “il Principino” ha saputo creare e trasmettere tutto questo.
Strano a dirsi in un’epoca in cui l’immagine e la spettacolarizzazione la fanno da padrone. Ma sono le emozioni quelle che contano. E quelle che restano. Nonostante tutto.  
E dunque siamo “noi”, tifosi e narratori di calcio che dobbiamo unirci magari proprio così “ad occhi chiusi”  in un doveroso “grazie” a Claudio Marchisio per averci saputo regalare questa sensazione, questa emozione. Eterna e di rara contemplazione. Per questo legame indissolubile e viscerale che ha saputo coltivare e donare ad un intero popolo.
La parte vera, quella pura e nobile. Quella che si sente ad occhi chiusi. Quella senza tempo. Senza addii. 
Quella intramontabile: come la storia tra la Juventus e Claudio Marchisio.
GRAZIE, PRINCIPINO.