Gli eroi in bianconero: CINESINHO

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
28.06.2010 09:26 di Stefano Bedeschi  articolo letto 2213 volte
Gli eroi in bianconero: CINESINHO

Nato a Rio Grande (Brasile) il 28 giugno 1935. Il Modena lo preleva dal Palmeiras nell’estate del 1962. Una sola stagione con i canarini emiliani e raggiunge il Catania; società dalla quale si trasferisce alla Juventus per la stagione 1965-66.
Cinesinho diventa bianconero durante un’estate dominata da un mercato movimentatissimo e ricco di colpi di scena. Le frontiere chiuse hanno portato ad un aumento di prezzo dei pochi grossi calibri in vendita e la lotta per accaparrarseli coinvolge tutte le società, grandi o piccole che siano; così, mentre la Juventus soffia il “Cina” alla nutrita concorrenza, Altafini e Sivori prendono la strada di Napoli, dove, per loro, han costruito ponti d’oro.
Con Sivori se ne va un’era, anche se di fatto il divorzio Omar-Juventus era nell’aria da almeno un paio d’anni. E Cinesinho è l’uomo chiamato a rivestire quel fatidico numero dieci, lasciato dal “cabezon”; un compito niente agevole, non occorre essere un esperto per capirlo. Ma il “Cina”, ha già trenta primavere ed ha saggezza da vendere, capisce subito che cosa la società vuole da lui e non si tira indietro davanti alla responsabilità. Con Heriberto bisogna correre e correre, c’è poco da fare, il “movimiento” sarà discutibile, ma ha poche alternative e molti vantaggi; chiaro che ha anche il grave svantaggio di obbligare chi lo esegue la domenica a super lavoro settimanale, sotto l’occhio attento e persino impietoso di Heriberto. Ma la fatica è compensata dai risultati, che già prima dell’inizio del campionato destano speranze tra i tifosi bianconeri: la finale di Coppa Italia, nella calda notte romana, è un netto successo della Juventus sull’Inter europea e mondiale, nonché il primo, proficuo approccio di Cinesinho con il gioco juventino.
Non tutto è perfetto nel meccanismo della squadra ed è altrettanto logico che non si debba subito pretendere dal “Cina”, di dialogare ad occhi chiusi con il resto della formazione. Ci sarà tempo per curare i collegamenti tra reparto e reparto ed anche per perfezionare un certo tipo di lavoro, che Heriberto vuole far svolgere al brasiliano; il campionato che va a cominciare non rappresenta per i bianconeri che una tappa importante di riavvicinamento allo scudetto, nessuno pretende miracoli subito e questo giova, non poco, alla serenità dell’ambiente.
Ha la tendenza ad ingrassare ma, con Heriberto, non ci riesce. Sin dal primo giorno di allenamento, il “Ginnasiarca” lo tasta con i piedi, gli salta delicatamente sulla pancia, poi lo fa stendere a terra e, sollevandolo con le due mani, lo setaccia, come i contadini setacciano il grano.
«Feci tutto quello che mi diceva Heriberto», ricorda, «e vidi subito i risultati. Con lui eravamo attaccanti e difensori, andavamo in goal e salvavamo il portiere; potrà anche fare ridere, ma mi sentivo più giovane di quando giocavo a Modena oppure a Catania o, addirittura, di quando era ancora in Brasile, nel Palmeiras».
Il primo campionato di Cinesinho in bianconero è positivo, al di sopra delle previsioni più rosee. Il brasiliano ha una volontà che compensa abbondantemente la non eccelsa classe e gli consente di competere, senza complessi, con i più quotati registi nostrani; la squadra ne approfitta immediatamente per assestarsi nella parte alta della classifica, grazie ad una serie strepitosa di partite senza sconfitta, ben dodici consecutive. Il “Cina” guida la squadra con esemplare disciplina tattica e, talvolta, si scopre anche nelle vesti di rifinitore, conquistandosi le simpatie del pubblico torinese e non. A “San Siro”, dove a squadra cede nel finale al Milan, è sua la rete del vantaggio juventino e, se la rimonta rossonera si concretizza, è anche perchè il “Cina” si infortuna, un brutto strappo che lo terrà fermo per due turni.
Trentuno presenze e quattro reti segnate, di cui tre nelle ultime partite; il bilancio è più che lusinghiero, la maglia numero dieci è sua anche per l’anno dopo.
Cinesinho è definitivamente consacrato regista di talento, non ci sono sbavature nella sua manovra che è ricca di fluidità, oltre che superba sul piano dinamico; a Bergamo, prima giornata, tutti si accorgono di quanto sia importante nell’economia del gioco bianconero un punto di riferimento come lui, che dirige la manovra e, non di rado, la finalizza con imbeccate precise alle punte. L’Atalanta è trafitta due volte e sempre c’è di mezzo Cinesinho, una volta come suggeritore e l’altra come freddo esecutore.
Il seguito è tremendamente regolare, sempre su livelli di eccellenza; certo che non sempre al risultato si accomuna lo spettacolo, ma bisogna avere pazienza, il collettivo è anche sacrificio dell’estro a favore del risultato. Il “Cina” fa talora cose splendide, come a Firenze, terza giornata, 2 a 1 finale con zampata vincente di Depaoli e gran regia del brasiliano in giornata di grazia; o come a Napoli, nel fango e contro gli azzurri arrembanti, dove lotta da gladiatore propiziando, tra l’altro, il contropiede vincente di Favalli.
Ma tutto il suo campionato sarebbe da ricordare, ricco com’è di spunti di valore e di strenuo impegno. Ancora trentuno presenze alla fine, l’ultima coincidente col successo-scudetto sulla Lazio. Il secondo anno del “Cina” in bianconero ha pienamente confermato il primo, arricchendo anzi il suo curriculum di note di merito. Heriberto è, giustamente, orgoglioso di questo ultratrentenne irriducibile, che galoppa come un ragazzino ed illumina di buon senso il gioco dei compagni.
Il tempo vola, l’estate è avara di novità per i colori bianconeri, anche se la tifoseria invoca acquisti decisivi, per affrontare degnamente attrezzati la Coppa dei Campioni; Volpi mantovano e Simoni granata non sono il massimo della vita ed è chiaro che Heriberto dovrà contare sugli stessi uomini che hanno strappato lo scudetto dalle maglie nerazzurre.
Si comincia bene, i greci del Pireo nettamente battuti, caricano la Juventus anche per le fatiche campionatali e la classifica è sostanziosa, anche se non più di vertice assoluto. Cinesinho, in particolare, sembra ulteriormente migliorato nella parte di suggeritore e dal suo piede partono palloni carichi di saggezza; anche se il gioco verticalizzato non è propriamente conforme alle sue visioni di gioco, che spesso indulgono al passaggio laterale. Il pubblico, che pure non smette di apprezzare lo sgobbare perpetuo del “Cina”, si domanda se non c’è un modo più stringato e più spettacolare per vincere, giocando magari in modo più deciso negli affondi e, così, comincia a disapprovare i beniamini, non appena se ne presenta l’opportunità, sotto specie di passo falso in classifica. Qualcuno avanza l’ipotesi che, un trentatreenne come Cinesinho, sia agli sgoccioli sul piano fisico e la polemica è persino suffragata dai frequenti infortuni del brasiliano, costretto a disertare partite importanti.
Per fortuna, la squadra ha una impennata nel finale di stagione e proprio Cinesinho si rende protagonista dell’impresa più prestigiosa del torneo, vale a dire la vittoria al “San Paolo” contro gli azzurri, che finiranno secondi dietro il Milan campione. 31 marzo 1968, i bianconeri che attendono il Benfica per le semifinali di Coppa dei Campioni, si cimentano contro gli azzurri partenopei in un incontro difficilissimo. Primo tempo arrembante, Juliano ed Altafini assaltano, ma non fanno breccia nella rocca forte juventina, rinforzata dai centrocampisti e dal “Cina” in special modo. Poi, di colpo, all’inizio della ripresa, esce di prepotenza la Juventus, come svegliata da una lunga attesa sonnolenta; Depaoli infila Zoff e lo stadio ammutolisce. Un attimo ed il Napoli cerca di scatenarsi all’attacco; niente da fare, a centrocampo non si passa, è ora la Juventus che domina il gioco. E chiude il conto con un goal che ha del diabolico; è proprio Cinesinho che lo realizza, con un tiraccio assolutamente imprevedibile dall’altezza del corner, che inganna Zoff ed i difensori appostati. A nulla servirà il goal in extremis di capitan Juliano, finisce 2 a 1 per la Juventus.
Sono sprazzi, si capisce, ma neanche poi troppo isolati, se è vero che, nelle ventitre partite disputate in quel torneo, altre due volte la stoccata del “Cina” si rivela decisiva. Il campionato si chiude, il futuro è ricco di prospettive e la Juventus non vuole essere tagliata fuori dalle grandi manovre. Arrivano Anastasi, Haller, Benetti ed altri ancora di fresca fama; e parte, tra gli altri, Cinesinho, destinazione la provincia veneta, vicentina in particolare, che da sempre porta longevità pedatoria.
Una volta disse: «Il centrocampista deve lasciare i nervi a casa, nel cassetto della tavola, un centrocampista nervoso non serve alla squadra, non può ragionare».
Usciva da un calcio favoloso, coi radiocronisti dalla pazzesca parlantina, trascinati all’euforia dalle ineguagliate prodezze di Pelè, oppure Garrincha. Cinesinho soltanto quei due considerava più grandi della massa; in realtà, il “Cina” si distingueva per la sua scienza nel calciare. Su calcio piazzato il suo pallone mistificava le difese avversarie e consentiva appostamenti vittoriosi al furbo Depaoli od all’estroso Zigoni. Cinesinho pareva lento ed era velocissimo ed ubriacante.
«Io possiedo il riflesso del campione. Il mio riflesso è il tempo impiegato per direzionare il pallone. Io, come Pelè e Garrincha, ho il riflesso molto veloce. Il mio compagno smarcato riceve subito il pallone».
Tre anni di Juventus non si dimenticano, dirà e dice il gentiluomo Cinesinho.