Nesti: "Dedicato a chi non ha ancora visto l'Italia ai Mondiali"
Ci sono partite che valgono un trofeo e altre che finiscono per diventare parte della memoria collettiva di un Paese. La finale del Mondiale del 1982 tra Italia e Germania Ovest appartiene alla seconda categoria: una serata capace di fermare il tempo, svuotare le città e unire milioni di persone davanti alla televisione. Nel ricordo di Carlo Nesti, quel trionfo azzurro diventa il simbolo di un'epoca in cui il calcio riusciva a trasformarsi in un'emozione condivisa, capace di coinvolgere anche chi, almeno all'inizio, aveva deciso di restarne lontano. L'intervento del giornalista sulle colonne di Tuttomercatoweb:
Il ricordo di Nesti: l'Italia del 1982 che fermò un Paese
"Sandra aveva 27 anni, e, quella sera, aveva l'aria un po' frivola, e un po' snob, di chi voleva sfidare le convenzioni e i riti, anche se irresistibilmente gradevoli.
Le era sempre piaciuto essere "contro", fare il contrario di ciò che gli altri facevano, ed anzi, meglio ancora, "non fare" ciò che apparteneva agli altri, annegando nella sua indifferenza.
Si esibivano a Torino i Rolling Stones, e sembrava l'unica notizia per la quale valeva la pena sacrificare la propria indipendenza, e sentirsi parte integrante del grande "branco".
Alle 21,00, dopo una domenica caldissima di luglio, montò in macchina, e cercò il Corso, quel Corso, su cui, di solito, migliaia di auto si sfioravano come carrelli al supermercato.
Tirò giù i finestrini, avvertì il calore dell'asfalto salire verso il cielo, e cominciò a ridere, avendo trovato ciò che sperava di trovare: la città "totalmente" deserta.
Un clima irreale, un mantello incandescente che copriva anche i rumori, scoprendo qua e là soltanto un tenue sferragliare, ma mai sguaiato, mai ingombrante, rispettoso del silenzio.
Bianco, rosso e verde: lenzuoli di ogni genere, lindi e affumicati, lisci e sdruciti, penzolavano dai cornicioni, ricordando una causa comune, una buona ragione per tenersi per mano.
Provò a rallentare, e iniziò a udire, nitidamente, qualcosa che saldava tutto, un filo conduttore che legava gli edifici, allacciava le emozioni, e annodava i sentimenti.
Percepì, infatti, le pareti dei palazzi tramutarsi nelle sponde di un flipper sonoro, sulle quali rimbalzava un’unica voce, da balcone a balcone, da finestra a finestra.
Era una voce che fungeva da elastico, proteso nel vuoto, prima in avanti, poi all'indietro, una immensa e morbida gomma da masticare, che ti si appiccicava addosso, e non ti lasciava più.
Per un attimo smise di sorridere, ed ebbe un lungo fremito: la sua città sembrava in balia di una dittatura-fantasma, con la gente riunita in casa, immobile, ad ascoltare.
Era come se lo stesso messaggio avesse monopolizzato ogni spazio chiuso, strisciando sui soffitti degli appartamenti: un interminabile serpente di vocaboli con un gigantesco senso corale.
Quella voce arrivava da lontano, e l'eco, propagata dappertutto dal più gigantesco dei megafoni, mescolava storie di presidenti e pipe, rigori e pianti, bandiere e speranze.
Storie di vita spesa attorno ad un pallone, di secondi che passavano inesorabili, di minuti che scavavano solchi, riempiti da milioni di pensieri, liberamente inespressi.
Poi, verso le 21,10, stabilì che era meglio accelerare, spazzare via il fremito, e tornare a vivere l'impossibile, facendo urlare di godimento le gomme, in uno scenario lunare.
E cos'era mai questa follia globale, questo fenomeno paranormale al quale, d'accordo, si dovevano le strade deserte, ma che non poteva sconvolgere i suoi piani di anarchica individualista?
Ormai non riusciva a farne a meno, ed anche se aveva deciso di contrastare, ancora una volta, il delirio collettivo, moriva dalla voglia di sapere come sarebbe andata a finire.
Fu questione di un minuto, di 60 secondi di attesa, e il panorama cambiò, per quanto nulla pareva dovesse mutare, visto che tutto era sospeso, nella magia della sera.
Alle 21,11, improvvisamente, accadde ciò che non avrebbe più dimenticato, e che avrebbe raccontato al mio ritorno dalla Spagna, come in un romanzo di fantascienza.
Subì lo stesso spostamento d'aria della scossa tellurica, e sentì centinaia di pareti scuotersi, i vetri vibrare, la voce isolata sepolta dall'urlo della rivoluzione globale.
La Torino del deserto, e del silenzio, finiva in quel momento, e lasciava il posto alla Torino del tripudio, pervasa da un fremito grande quanto la città, e la sua voglia di impazzire di gioia.
Scese dall'auto, alzò lo sguardo, e vide i "desaparecidos" della domenica italiana spuntare dalle loro tane, e abbracciarsi sui terrazzi, a compimento di una rivolta istantanea.
Gridavano e si parlavano, pure a distanza di molti condomini, come se si conoscessero tutti, e come se avessero scoperto il vero Prozac, nostrano e naturale, della felicità: Paolo Rossi!
Il trionfo del 1982 come simbolo di un calcio capace di unire
Le 21,11 dell'11 luglio 1982, se qualcuno non lo avesse intuito, corrispondevano all'undicesimo minuto del secondo tempo a Madrid, finale del Mundial di calcio, l'appuntamento con la leggenda.
E la voce, che ancora oggi vola indietro nel tempo, e torna come un boomerang dentro il nostro cuore, era quella di Nando Martellini, il Dante Alighieri del neo-paradiso.
Poi ci fu il 2-0, il 3-0, e infine il 3-1, ma nulla eguagliò lo squarcio nell'immobilità, la valanga emozionale, che scoperchiava una umanità ribollente nell'attesa.
Col 2-0, ci fu chi accompagnò Tardelli nella folle corsa verso i bordi del campo, chi la ripeté in casa propria, in corridoio, memorizzandola per sempre come l'apice sublime della felicità.
Col 3-0, ci fu chi si immedesimò nello sguardo inebetito di Altobelli, che fintava, dribblava, e depositata la palla in rete, con la stessa faccia di uno di noi, quel giorno: incredulo.
Col 3-1, ci fu chi ripiombò per qualche minuto sulla poltrona, avvicinando le mani, intrecciando le dita, in preghiera, per scongiurare rimonte, alla quali non si voleva neppure pensare.
Quindi, venne il triplice fischio liberatorio dell'arbitro Coelho, e la città tornò città, riospitando masse di carne e di lamiera, di persone e di auto, per le strade, nell'orgia epocale.
Anche Sandra decise che, per una volta, assolutamente irripetibile, si poteva rinunciare ad essere snob, perché era bello lasciarsi contagiare dalla devastante epidemia mediatica.
Se devo trovare un'immagine, per fotografare cosa ha rappresentato la reazione chimica "televisione più calcio", dopo oltre 70 anni di storia della tivù, propongo il clima dello 0-0, prima dell'istante-Pablito.
Sandra non era davanti a uno schermo, e non guardava la finale, ma le bastò il deserto, e un'eco infinita, per capire quanta televisione, e quanto calcio/sport c'erano in quel momento.
Oltre 35 milioni di italiani in contemplazione: nulla, né prima, né dopo, aveva, e avrebbe ottenuto un successo di audience di simili proporzioni, 12 anni dopo le notti messicane.
E' un primato probabilmente imbattibile, perché nel frattempo l'offerta televisiva si è massicciamente diversificata, e la Woodstock, virtuale e globale, non sarebbe più realizzabile.
Ora, abbiamo telecomandi sofisticati e interattivi, e mille lucciole possono brillare nella notte, foriere di decine e decine di scenari diversi, con Internet, che fagocita giornali, radio e televisione.
Ma quello del luglio 1982 fu un evento "perfetto", anche perché tutto avvenne nel modo giusto, ed al momento giusto, come quando incontri (o credi di incontrare) la donna della tua vita.
Sì, perché nel 1982 nulla era ancora "troppo": i giocatori guadagnavano già molto, ma non troppo, e il calcio in televisione era già tanto, ma non troppo, nel teorico rispetto del buon senso.
Così, secondo me, risultava più facile diventare protagonisti del proprio tempo, per il semplice fatto che il divario fra lo spettacolo, e il fruitore dello stesso, fra giocatori e tifosi non era abissale.
Magari, con gli anni, scopriremo altri avvenimenti, in grado di creare "abbracci cosmici", e non è neppure il caso di indossare, ad ogni costo, i panni dei nostalgici a oltranza.
Però questa è storia, tappa fondamentale di un processo mediatico, che ci rende spesso testimoni a distanza di una vicenda, telepatia di stati d'animo, una volta patrimonio di pochi eletti.
Sandra, adesso, è mamma, e persino nonna, e non credo che abbia più tanta voglia di andare contro-corrente, come accade quando si iniziano, malinconicamente, a dimenticare i compleanni.
Il gusto dell'avventura non è pane per tutti i denti, e nemmeno cibo per tutti i giorni, anche perché alla fine, poi, si deve fare i conti con problemi immediati e assillanti.
Chi è nato negli anni 50, come lei, come me, ha cominciato a ragionare con una terza voce in salotto, oltre a quella ancora patriarcale del papà, o casalinga della mamma.
E per chi è venuto dopo, la presenza è diventata più marcata, all'interno di tante famiglie di genitori divisi, e senza la possibilità dell'aggregazione con i coetanei per le strade.
Anche se ne vuoi fare a meno, come è sacrosanto che sia, la televisione viene a cercarti, magari in una domenica di luglio, magari quando hai creduto di essertene sbarazzata.
Sandra prova la stessa sensazione anche oggi, in certe notti d'estate, quando domina il caldo, e quando non resta che affacciarsi al balcone, e fissare un cortile, una piccola pozza di buio.
Capita, allora, di ascoltare certi suoni uscire dalle case, e finire lì dentro, rimbalzando e saltellando altrove, nel gioco primitivo dell'eco, proprio come quella sera.
Potere della televisione, potere del calcio, potere di ciò che, anche solo per un'ora e mezza, sancisce un desiderio comune, una volta tanto, con le idee chiare su cosa volere dalla vita".
Direttore: Claudio Zuliani
Responsabile testata: Francesco Cherchi
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