SOTTOBOSCO - Amputata la storia bianconera di Baggio. Un film monco al limite del censorio

Andrea Bosco ha lavorato al “Guerin Sportivo“, alla “Gazzetta dello Sport“, al “Corriere d'Informazione”, ai Periodici Rizzoli, al “Giornale“, alla Rai e al Corriere della Sera.
22.05.2021 00:47 di Andrea Bosco   Vedi letture
SOTTOBOSCO - Amputata la storia bianconera di Baggio. Un film monco al limite del censorio

Accade anche questo. Accade sia stato presentato il film “Il Divin Codino“ dedicato a Roberto Baggio.  La vicenda, sportiva e umana, del fuoriclasse che con la sua arte fece innamorare i tifosi di qualsiasi fede. In  collaborazione con Trentino Film Commission e  con il Ministero della Cultura, l'opera fa parte di un accordo di 7 film che Mediaset sta realizzando con Netflix. Sceneggiato da Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo, prodotto da Fabula Pictures, interpretato da  Andrea Arcangeli, il film che si avvale della canzone “L'uomo dietro  al pallone“  composta da Diodato, è firmato dalla regista Letizia Lamartire.

Roberto Baggio, che come consulente ha collaborato alla realizzazione, ha tenuto a precisare alla presentazione che: “ci sono solo alcuni capitoli della mia vita, ma non voglio dimenticare tutto il resto, le altre squadre in cui ho avuto l'onore e il piacere di giocare. Si è dovuta tagliare una parte importante di quella che è stata la mia carriera“ .

Il film pretende di narrare il “lato oscuro“ della vicenda spirituale di Baggio. E ha momenti  delicati e indubbiamente poetici. Trattati da Lamartire con originale sensibilità. Peccato che la trama esamini solo tre faldoni  della vita (calcistica) di Baggio: il suo arrivo a Firenze (dal Vicenza) dopo l'infortunio, la vicenda con la Nazionale e il rapporto con il dogmatico Sacchi, gli anni al Brescia. Niente  Milan (nelle cui fila vinse uno scudetto), né Bologna: niente Inter dell'innamorato Massimo Moratti. Ma soprattutto niente Juventus: stagioni cancellate. Cancellato un Pallone d'Oro. Cancellato uno scudetto. Cancellata la Coppa Uefa che sollevò con la fascia di capitano. Cancellata una Coppa Italia. Cancellata una annata da 30 reti. “Raffaello“, come lo definì Gianni Agnelli, cancellato. Le glorie calcistiche, ma anche le vicende umane dei suoi anni a Torino. La cessione, che lui non voleva, dalla Fiorentina alla Juventus. Quel rigore che rifiutò di tirare a Firenze contro la sua ex squadra.  E ancora la rivalità con “Pinturicchio -  Del Piero che determinò la cessione al Milan di Berlusconi.

Nel film di Lamartire la parola “Juventus“ non compare. Forse la regista ha valutato che negli  anni piemontesi ci fosse poco di “spirituale“. E che poco ce ne fosse in quelli della Milano post Tangentopoli. Per non parlare di quelli (nonostante la pratica buddista di Baggio) nella godereccia Bologna. Per quanto se  ne apprezzi  la tecnica (Lamartire ha girato anche con telecamere d'epoca per restituire intatto il sapore di quegli anni) il film risulta monco. Una statua senza una gamba. La scelta di amputare la storia di Baggio del decennio nel quale ha giocato nelle tre società più amate e popolari del Paese risulta criptica:  al limite del censorio. Tra l'altro, avesse voluto Lamartire esaminare un tratto spiritual-conflittuale della carriera di Baggio, la regista avrebbe potuto porsi una domanda: perché Baggio è entrato in conflitto con quasi tutti gli allenatori che lo hanno avuto in squadra?

In ogni caso: gli uomini come Baggio quando diventano “eroi“ perdono il diritto di appartenere solo a stessi. Appartengono (e l'affetto che il popolo del calcio ha ancora per Robibaggio lo testimonia)  a tutti . La scelta di Lamartire e dei suoi collaboratori è discutibile. Si ha  difficoltà a comprendere come il karma di Roberto Baggio abbia potuto accettarla. Le emozioni che il film offre, non colmano il grande, quasi violento, vuoto sportivo. Come se Lamartire avesse condannato Baggio a fallire in un partita intima e umanissima  un altro  fondamentale, dopo quello di Pasadena, calcio di rigore.