Lunga vita al nemico
Lunga vita al nemico affinché possa assistere alla nostra vittoria.
E' facile, emozionante e doveroso in questo momento, celebrare il mito dei sette scudetti consecutivi, portando alla memoria alcuni dei momenti più indicativi dell’epopea bianconera.
Il gol di Lichsteiner, la punizione di Del Piero, le super parate di Buffon, la solidità del trio Barzagli-Bonucci-Chiellini, le incursioni vincenti di Vidal, le punizioni di Pirlo, i derby vinti all’ultimo secondo, i siluri di Pogba, i colpi vincenti di Matri, Llorente e Morata, le giocate di Tevez, il gol di Zaza al minuto 88 e quelli di Dybala e Higuain al minuto 93 sul campo della Lazio e dell’Inter.
Sono attimi ormai consegnati alla storia, destinati a essere rivisti e riproposti negli anni a venire a corredo di una storia capace di raggiungere prima la gloria, eguagliando lo storico quinquennio, per poi trasformarsi in leggenda e infine a mito.
Eppure “dentro” al mito è doveroso ritagliare il giusto spazio ai vinti, anch’essi protagonisti.
Al fine di evitare che parte della storia di questa epopea vada nel dimenticatoio, vogliamo ripercorrere e attribuire il giusto tributo agli sconfitti.
A scuola di calcio
Tra le tante meraviglie che può offrire la città di Napoli, in questi ultimi sette anni si è aggiunta una sequenza invidiabile di allenatori di calcio, capaci di riscrivere la storia del calcio mondiale.
Tutto ha inizio con l’inventore del modulo 3-5-2 Walter Mazzarri, costretto a far allenare il proprio Napoli lontano da chi vuole spiare e copiare il suo innovativo sistema di gioco. “il 3-5-2 è un motivo d’orgoglio. Dopo di me hanno cominciato ad usarlo anche altri allenatori. Conte ha vinto 3 scudetti col mio 3-5-2. Van Gaal, col mio 3-5-2 ha portato l’Olanda alla semifinale del Mondiale”.
Napoli non si accontenta dell’inventore Mazzarri è decide di puntare sul profilo di allenatore manager come Rafa Benitez.
"Rafa Benitez è il nuovo allenatore del Napoli. Un uomo di grande esperienza internazionale. Un leader". Così twitta il presidente De Laurentiis ufficializzando il salto di qualità della piazza azzurra, ormai matura per il salto nel calcio internazionale.
Eppure un inventore e un manager di esperienza internazionale, al Napoli non sono sufficienti, forse è il momento di un maestro di calcio: arriva Maurizio Sarri.
“Segneremo un’epoca come l’Olanda degli Anni 70″.
E’ un calcio spettacolo, o almeno è così che è descritto, purtroppo però non si consegna alla storia, incapace di trionfare in Italia, pur avendo in squadra un attaccante capace di segnare trentasei gol in campionato, e di primeggiare in quell’Europa dove lo score di sette sconfitte nelle ultime dieci partite europee, rende l’Olanda ancora più lontana di quanto già non lo sia dalla Campania.
La maturità, il buon senso e l’intelligenza dell’intero ambiente partenopeo (calciatori, dirigenti, tifosi e giornalisti) rimangono lontani anni luce dal Vesuvio e dintorni.
Quando perdi, non perdere la lezione, (Dalai Lama).
La leggenda del violinista sul Tevere
Per una tifoseria capace di innamorarsi di Zeman, uno degli allenatori più esonerati della storia, appare quasi scontato affidare i propri i sogni a chi in poche settimane, riesce nell’impresa di adattarsi al magico mondo giallorosso, dove esaltazione e depressione si alternano in maniera incontrollabile.
Come non innamorarsi di un allenatore che a ottobre dichiara: “Juventus-Roma mi ha fatto capire che quest’anno vinceremo lo scudetto” subito dopo una sconfitta allo stadium, dove ovviamente non manca il tradizionale appuntamento del piagnisteo arbitrale, scimmiottando il gesto del violino.
Purtroppo per Garcia e il popolo giallorosso, il violino diventa perfetto per suonare un requiem nazionale ed europeo, dove si raggiunge l’impresa di subire sette gol dal Bayern (in casa) e sei gol dal Barcellona.
Così finisce che per portare coppe e spumante negli spogliatoi della Roma, ci debba pensare la Juve, grazie alle quattro coppe Italia consecutive e al 36° tricolore.
A rendere tutto più triste, ci pensa France Football con l’ennesimo scandalo del pallone d’oro non assegnato a Totti.
Ogni volta che iniziamo a pensare di essere il centro dell’universo, l’universo si gira e dice con un’aria leggermente distratta: “Mi dispiace. Può ripetermi di nuovo il suo nome?” (Margaret Maron)
La dinastia degli special one
Andrea Stramaccioni, Walter Mazzari, Roberto Mancini, Frank De Boer, Stefano Pioli, Luciano Spalletti.
Per ognuno di loro esiste almeno una prima pagina di un giornale o un servizio di un tg sportivo che, statistiche alla mano o attraverso la “benedizione” di Moratti, cerca di spiegare e convincere che siamo davanti all’erede di Mourinho.
Ben sei eredi “certificati” dello special one, capaci di accumulare in sette anni un distacco in classifica dalla Juventus di 208 punti, l’equivalente di sessantanove vittorie e un pareggio...
A rendere il tutto ancora più memorabile, blasfemie calcistiche del tipo “un pizzico di Pirlo e tanto Roy Keane” riferito a Felipe Melo, presentazione in pompa magna per Gabigol, piazze e aeroporti gremiti per celebrare l’arrivo di Xherdan Shaqiri, “il piccoletto tutto muscoli” e il “campione del mondo” Lukas Podolski, senza dimenticare quel Kondogbia, che faceva rima con Pogba nei cori festanti neroazzurri.
Un affare, targato Fassone, così raccontato dalla gazzetta di quell’epoca. “E' stato uno dei protagonisti della trattativa per Kondogbia nuovo acquisto dell'Inter, strappato al fotofinish ai cugini del Milan. E così Marco Fassone è diventato un eroe per i tifosi nerazzurri. Il DG nerazzurro per le strade di Milano è stato travolto dall'affetto dei supporter che gli hanno chiesto autografi e selfie”.
Ovviamente è immancabile, il culto del vittimismo e quello “storico” delle polemiche arbitrali, ormai intrinseco nel dna interista.
Si vince o si perde, resta da vedere se si vince o si perde da uomini. (Al Pacino nel film Ogni maledetta domenica)
C’era una volta Milan
Dei numerosi vinti di questa epopea bianconera, quelli che suscitano più compassione sono i rossoneri, sempre più lontani da quel blasone conquistato negli anni novanta, sempre più vicini per comportamenti, reazioni, sconfitte e piagnistei, ai cugini neroazzurri, con quelle “7 coppe dei campioni” che assomigliano tanto al celebre “noi abbiamo il triplete”.
Loro, sono stati i primi “secondi” del “settebello bianconero”, capaci di non far vincere per la prima volta in carriera ad Ibrahimovic uno scudetto, perso in casa con la Fiorentina di Amauri e giustificato in “stile neroazzurro” dal famoso “gol di Muntari” andato in scena negli stessi novanta minuti del gol valido annullato a Matri che però, sembra essere evaporato come lo “stile Milan”.
Uno stile già convalescente dinanzi a scene impietose: Galliani e lo sfondo del suo cellulare, il “problema geometrico” della prospettiva sul fuorigioco, la “telenovela” cinese.
Uno stile che è stato dichiarato clinicamente morto la sera del 10 marzo 2017 quando “A fare le spese della furia dei calciatori rossoneri - riporta l'Ansa - sono stati gli arredi e i tricolori esposti nella sala hospitality dello stadio bianconero”.
Eppure alla vigilia del campionato che ha sancito il mito bianconero, buona parte della fiducia e speranza di chi sognava la fine dell’egemonia juventina, erano riposte proprio sui rossoneri, grazie alla sontuosa campagna acquisti capitanata da Fassone (si…lo stesso del “colpo” interista Kondogbia) e dallo sconosciuto Mirabelli.
Un duo capace perfino di spostare" l’uomo degli equilibri" Bonucci, subito capitano, giusto il tempo per rimanere nella storia rossonera arricchita da due eventi: il gol subito dal portiere Brignoli e il sonoro 4-0 rimediato in finale di Coppa Italia, proprio ad opera della Juve, anche grazie alle clamorose papere di quel Donnaruma che per le sue uscite (quelle con le mani e quelle verbali) si candida a diventare il simbolo di questo nuovo e triste Milan.
“Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.” (Primo Levi)
Sarebbe giusto terminare con il più classico: “Onore ai vinti”, ma l’onore con questa tipologia di vinti ha poco a che vedere.
Incapaci, di riconoscere e ammettere la bravura dell’avversario, sempre pronti a trovare scuse, complotti e giochi di potere, alla continua ricerca infantile e compassionevole di alibi.
Imbarazzanti, nel ricercare gli scudetti alternativi: quello morale, quello del pubblico, quello dell’urlo, quello della campagna acquisti, quello di agosto, quello di dicembre.
Incoerenti, dinanzi a quel VAR che doveva essere il risolutore a tutti i mali che impedivano il loro successo.
Per chi vince tanto, sarebbe anche gratificante iniziare a prepararsi nel passaggio di testimone verso qualcuno che meriti il rispetto e l’onore delle armi, peccato (per voi) che questo oggi non sia possibile.
Non ci resta che vincere (ancora, sempre di più).
Non vi resta che piangere (ancora, sempre di più).
Chi vince festeggia, chi perde spiega. (Julio Velasco)
Leonardo Labita @Leolab81
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