L'INTERVENTO - Luigi Vergallo (Università Statale di Milano): "Di alberghi popolari, di calcio ed eroi. Come il gioco del pallone ci sbatte in faccia la crisi"

L'INTERVENTO - Luigi Vergallo (Università Statale di Milano): "Di alberghi popolari, di calcio ed eroi. Come il gioco del pallone ci sbatte in faccia la crisi"TuttoJuve.com
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
sabato 4 giugno 2016, 17:20Primo piano
di Raffaella Bon
fonte di Luigi Vergallo, scrittore e ricercatore all'Università Statale di Milano

Quando noi maschietti eravamo bambini l’esistenza era più lineare. In settimana c’era la scuola, il pranzo preparato dalla mamma e poi, finalmente, qualche ora di pallone in cortile. La domenica si andava tutti allo stadio. Ricordo di aver girato con mio padre, alcuni miei zii e tanti, davvero tanti cugini, buona parte degli stadi d’Italia. Erano stadi rumorosi e dove si stava seduti direttamente sul cemento. I giocatori indossavano magliette con le righe larghe come autostrade. I fumogeni aggiungevano colori ai colori, e lo stesso lo facevano quegli striscioni enormi che coprivano tutta la curva. E poi le trombette, e decine di ragazze e di ragazzi chiassosi. Sì, ogni tanto esplodeva qualche insulto volgare. Però in televisione c’era il Drive In, per strada imperversava l’eroina e in parlamento sedeva pure una pornostar: non era lo stadio che faceva eccezione. E poi, a fare da contraltare, c’erano l’eleganza di Platini e pure quella di Gaetano Scirea; c’era l’eleganza del pubblico di Madrid - che quando si trovava di fianco ai tifosi avversari offriva noccioline e sigarette col trucco - e di tutto lo stadio Santiago Bernabeu, dove pure mio padre riusciva a portarmi. Ovunque andassi, scendendo dalle gradinate per tornare verso casa, trovavo ragazzi un poco più grandi di me che mi fermavano per propormi uno scambio di sciarpa; ma subito, intuendo la mia esitazione, si affrettavano a aggiungere “non preoccuparti, capisco!”.
Eppure… eppure mio padre guidava uno degli autobus del trasporto pubblico cittadino. E nonostante questo mi portava tutte le settimane allo stadio. Oggi, benché io abbia studiato molto, e molti anni di più rispetto ai miei genitori, raramente posso permettermi di restituire ai miei figli un pezzetto del sogno da bambino avuto in regalo. Sono passati trent’anni, eppure il calcio di oggi è molto più lontano da quello degli anni Ottanta di quanto, quello, lo fosse a sua volta dal calcio degli anni Venti: quello di Luigi Allemandi, il giocatore che viveva in una pensione insieme agli studenti, ai giornalisti e alle donne del popolo, motivo per cui fu scoperta la combine che sarebbe successivamente costata lo scudetto al Torino. O, ancora, dal calcio della fine degli anni Quaranta, quando il pompiere svedese Gunnar Nordhal accettò la lunga corte del Milan e, prima di partire, salutò la sua città più o meno così: “è per me motivo di grande malinconia lasciare la mia squadra, spero che i miei compagni capiscano che devo pensare prima di tutto alla mia famiglia, e che non posso rinunciare a un’offerta che per me equivale ad almeno due anni di vita serena”. Ma sì, forse avete ragione. I tempi cambiano, ed è giusto così: ma lasciateci almeno i nostri sogni a colori. Che ognuno faccia il tifo per quelli che crede, purché sia fatto con gioia.

Luigi Vergallo, ricercatore di Storia contemporanea alla Statale di Milano e scrittore