Il pareggio con la Lazio e la solita società "silente"…

All'esordio sulla panchina della Juventus, Zaccheroni ottiene un pareggio. Una "novità", rispetto al recente passato. Di uguale, c'è l'atteggiamento della società…
03.02.2010 11:15 di Thomas Bertacchini   vedi letture
Il pareggio con la Lazio e la solita società "silente"…
TuttoJuve.com
© foto di Filippo Gabutti

Un pareggio, così come non se ne vedeva dal 17 ottobre 2009 (anticipo con la Fiorentina): da quel momento in avanti, solo sconfitte (molte) e vittorie (poche). Un punto, abbastanza per smuovere la classifica ma inutile per tenere il passo della Roma vittoriosa col tacco di Okaka. Nonostante tutto, e con 6 sconfitte negli ultimi 9 incontri di campionato, la Juventus è ancora in zona Europa League (ad oggi sarebbe qualificata, al Cagliari manca però una gara) e guarda ancora - seppur non da vicino - alla possibilità di raggiungere quella della Champions League. Basti pensare che il posticipo di domenica prossima potrebbe regalare un successo della Fiorentina sulla Roma. Certo che se i bianconeri continuano a non vincere… Ad essere pessimisti, si può semplicemente raccontare la realtà attuale; a cercare di intravedere la luce in fondo al tunnel, si può leggere la classifica e sperare che il cambio alla guida della panchina della Juventus possa portare con sé effetti benefici dai punti di vista psicologico, atletico e tattico. Per vedere un futuro roseo, bisognerà attendere che venga fatta tabula rasa in società: sino a quel momento ogni obiettivo prestigioso resterà una semplice chimera. Roma non è stata costruita in un giorno, e per distruggere una leggenda ci sono voluti quattro anni: Calciopoli è stata la prima spallata, forte ma non definitiva. Una scelta sbagliata degli uomini cui affidare la ricostruzione, il vero colpo di grazia.

Un’invenzione di Saccani, per una volta favorevole ai colori bianconeri (recidivo in negativo, in passato), mette un rigore a disposizione di Del Piero ed apre le porte ad un successo. Mauri, e la solita disattenzione difensiva, la richiudono prontamente. Difficile trovare una squadra che giochi peggio della Juventus attuale: la Lazio è una di quelle. Una linea Maginot davanti al portiere: l’unico modo di sorprenderla era quello di aggirarla. Ma i bianconeri hanno perso l’abitudine ad utilizzare le fasce (a dire la verità, a giocare la palla…): a destra fuori causa quasi tutti per infortuni, a sinistra - partito Molinaro - Grosso (comunque squalificato) non corre, non affonda e crossa dalla mediana, De Ceglie affonda ma crossa (per ora) poco. Più dinamismo all’inizio, poi la lancetta della benzina è finita sul rosso: ce n’è poca già di per sé, la vicina gara giocata contro l’Inter (giovedì scorso) ha finito col pesare più del lecito. La mancanza di turnover (troppi giocatori assenti) non aiuta. Una contestazione continua dagli spalti verso i soliti bersagli, la stessa musica triste che accompagna la Juventus da qualche mese a questa parte.

Commenti post-partite che iniziano ad assomigliarsi tutti: c’è da poco da scrivere di diverso se le prestazioni della squadra non aiutano in tal senso. A monte, non è (stato) un problema di investimenti economici: quelli non sono mancati, e si spera non mancheranno in futuro. E’ (soltanto, purtroppo) una questione di mancanza di competenza. Il dubbio principale è cosa si deciderà di fare di questa società: impensabile continuare in questa maniera. Oltretutto, con questo silenzio. Proprietà silente, il presidente (e non solo) Blanc che parla solo per difendere le sue poltrone, Bettega che fa da frangiflutti per gli errori altrui… Ma sino a quando si dovrà andare avanti così? Dall’ex-Cobolli Gigli che andava alla ricerca dei cronisti che lo intervistassero ai giocatori sempre in prima linea a fare proclami: nel mezzo, il vuoto. La situazione è questa: ma domani? Più su, in cima alla società, sino a quando verrà lasciato così tanto potere decisionale in mano ad una persona che non riesce a distinguere un Nocerino da un Palladino? Ma se basta una semplice punzecchiatura di Maurizio Pistocchi (31 ottobre 2009) sul numero di scudetti vinti dalla precedente gestione - e riconosciuti a fasi alterne da quella attuale - per mettere in crisi Blanc, incapace di rispondergli con prontezza davanti alle telecamere, dove si vuole andare?

Quando si arriva ad ottenere un ruolo delicato in una società importante, esistono due poltrone: quella dei problemi, e quella "di chi risolve i problemi". Un vero uomo d’azienda deve essere in grado di sedersi su entrambe. Nella Juventus attuale, la prima è occupata. La seconda, è desolatamente vuota.
L’organizzazione, in ogni ambiente, è "tutto". Anche nel calcio i risultati, sia positivi che negativi, rappresentano lo specchio di una società.
Dal 2006 in avanti, il club è stato (volutamente) lasciato in balìa del mondo intero, senza che nessuno lo difendesse: dal processo sportivo (?) ai continui attacchi mediatici (carta stampata, internet e televisione), a quelli provenienti dai dirigenti delle squadre avversarie sino ad arrivare alle stilettate degli ultimi tra gli addetti ai lavori. Silenzio, silenzio totale. Neanche per difendersi in prima persona. Sino a quando si andrà avanti così? Al di là del fatto che al termine di questa stagione potrebbe anche verificarsi una (sognata, da milioni di tifosi) rivoluzione in ambito societario, sino a quando gli attuali fautori di questa situazione continueranno a tenere questo comportamento? L’input (o la concessione) della proprietà a chi la dirige in prima persona è quello di gonfiare il petto solo quando si vince una partita ed andare davanti alle telecamere a parlare di progetti, oppure quello di gestire un club di calcio tra i più gloriosi al mondo rispettando i vincoli dei bilanci di una società quotata in borsa e di coniugarli con i risultati sportivi? Perché questo era tutto quanto faceva la precedente gestione. Quella vincente, che per plusvalenza intendeva la cessione di Zidane, pagato poco e rivenduto a peso d’oro, per sostituirlo con gli acquisti di Buffon, Nedved e Thuram. Quella che dava fastidio perché era la migliore, perché era competente, perché aveva creato un futuro solido al club. E perché era legata ad Andrea Agnelli.