Enrique Omar Sivori: uno juventino vero

Storia di una leggenda del calcio mondiale, bianconero dentro e fuori dal mondo del calcio. Storia di uno juventino vero
10.04.2010 12:35 di Thomas Bertacchini   vedi letture
Enrique Omar Sivori: uno juventino vero
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Ci sono scrittori che raccontano, nero su bianco, la storia del calcio. Ci sono calciatori che indossano una maglietta bianconera e la storia la fanno, partita dopo partita, "sul campo". E se la storia è fatta di vittorie, azioni, movimenti o gesti rimasti nel ricordo generale, allora diventa leggenda. A volte ad alcune leggende si danno nomi e cognomi. E’ il caso di Enrique Omar Sivori.

L’unica maniera di far divertire quei sessanta, settanta, ottantamila spettatori che vanno a vedere le partite di calcio, è se uno si diverte. Perché se non si diverte uno, difficilmente riesce a far divertire gli spettatori…

All’inizio era un trio tutto argentino: Sivori, Angelillo, Maschio, gli "angeli dalla faccia sporca". In Sud America spopolavano. Poi, fu la volta di Sivori-Charles-Boniperti. Sbarcò in Italia nel lontano 1957, con Umberto Agnelli che lo aspettava a braccia aperte (fu strappato alla concorrenza dell’Inter). Da allora divenne "un vizio" dell’Avvocato Agnelli, una gioia per i tifosi bianconeri, un mito per i ragazzini che camminavano con i calzettoni abbassati alle caviglie. Proprio come faceva Omar: senza armatura, pronto alla sfida dei difensori avversari. Gli stinchi esposti alla luce del sole, carne da "macellai": se qualcuno lo provava a sfidare, lui rispondeva da par suo. Non era tipo che si intimidisse: a chi lo provocava, lui rispondeva in anticipo sulle intenzioni. Capitò a Grani, difensore del Catania: voleva spezzargli la gamba, gliel’aveva promesso. Senza batter ciglio, in tutta risposta, si vide recapitare un consiglio: "fai alla svelta, altrimenti lo faccio io con te". E così avvenne...

Boniperti, in cabina di regia, la mente; il gigante buono Charles la torre che (s)muoveva le pedine avversarie; Sivori l’addetto allo "scacco matto". 167 reti su 253 partite giocate in maglia bianconera. Il piede destro usato per avvicinarsi agli avversari, quello sinistro per superarli: a volte di slancio, a volte irridendoli. Il dribbling come apriscatole delle difese avversarie, il tunnel come puro divertimento. Suo, e del pubblico che lo ammirava e di cui si "cibava" per mettere in pratica quei numeri.
Sembrava piccolo e indifeso, diventava "carogna" nel momento giusto per fregare chi pensava di averlo fermato. Bastava guardarlo negli occhi per intuirne le volontà.

Le raccomandazioni sulla giusta posizione da tenere in campo fastidiose come una mosca da scacciare con il gesto di una mano: per lui esisteva solo il divertimento. E quello era roba sua. Tra i soprannomi a lui attribuiti, il più ricordato e citato è "El Cabezón" (il capoccione, per la folta capigliatura).
Anticonformista in campo e fuori: le regole erano le sue, gli altri dovevano accettarle. Non sempre andava così: 33 espulsioni subite in carriera costituiscono, ancora oggi, una fedina penale difficilmente eguagliabile.
Tre scudetti e tre coppe Italia sotto la Mole. Dopo l’ultimo tricolore, quello del 1961, e l’inizio dei cicli vincenti delle squadre milanesi, la Juventus si convinse a cambiare registro: Sivori vide l’arrivo sulla panchina bianconera di Heriberto Herrera come l’instaurazione di un regime, quello dell’ordine e della disciplina tattico-atletica, per lui inaccettabile. Emigrò a Napoli, dove - in compagnia di Josè Altafini - continuò a divertire e a divertirsi.
Aveva lasciato qualcosa, a Torino: il cuore. Bianconero.

Era stato naturalizzato italiano, e questo gli permise sia di vestire la maglia azzurra della nazionale (che indossò per nove volte segnando otto goals) che di vincere il Pallono d’Oro nel 1961 (l’anno successivo l’accoppiata scudetto-coppa Italia in bianconero), in un’epoca in cui lo si poteva assegnare soltanto ai giocatori europei. Una breve esperienza da commissario tecnico della nazionale Argentina rappresentò l’ultimo contatto diretto con il rettangolo di gioco.

Chi scrive è nato qualche anno dopo l’addio al calcio di Sivori. Cresciuto a pane e Juventus, il nome "Omar" era legato ad uno dei più grandi giocatori della storia di questo sport, amante della Vecchia Signora e da lei ricambiato. Immagini e racconti ne hanno condito la leggenda, quella gustata in diretta da chi ha avuto la fortuna di vederlo tirare giù i calzettoni prima di entrare in campo.
Enorme fu la delusione nel sentire i giudizi severi contro la Juventus nei primi anni ’90, quando Sivori si cimentò come opinionista televisivo severo e senza peli sulla lingua. Considerato alla stregua di un Boniek qualunque, il suo mito venne ridimensionato.
Dopo qualche anno capii che si trattava di un altro gesto d’amore verso la Juventus: quella che avrebbe voluto vedere sempre vincere pur non potendola più aiutare con i suoi dribbling, i suoi tunnel, i suoi goals.
Fui preso dai sensi di colpa peggiori per un tifoso: quello di non aver capito il senso delle sue parole.
Tramite articoli ed un video, a lui dedicato, provai a cercare la via del perdono. Nella speranza, prima o poi, di riuscire nell’intento.

Oggi Sivori è l’osservatore della Juventus in Sud America. E proprio "La Juventus" è il nome della sua fazenda. E lì, dall’altra parte dell’oceano, a duecento chilometri da Buenos Aires, in mezzo a tori, mucche e cavalli, ha raccolto i trofei della sua squadra prediletta. E degli anni più belli della sua vita…

Onore a te, Cabezón. Juventino vero.