Blanc, Calciopoli e il museo delle cere

17.03.2010 18:13 di Francesco Delfino   vedi letture
Blanc, Calciopoli e il museo delle cere
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In principio fu Calciopoli, autentica rivoluzione copernicana del calcio italiano, in grado di ridare etica e giustizia a un calcio malato, sotto la scure dei forcaioli assetati di giustizia, nemmeno troppo appagati da una retrocessione e dallo smantellamento della squadra più titolata d’Italia. Dalle udienze del processo penale a carico di Moggi e degli altri imputati del presunto scandalo del calcio italiano, sommessi spunti di riflessione emergono dai banchi degli stessi testimoni dell’accusa. Il colonnello Auricchio, a capo del nucleo investigativo che condusse le indagini, incalzato dai legali degli imputati, descrive i metodi investigativi adottati durante l’inchiesta da cui sono maturati i faldoni trasmessi alla procura sportiva per i successivi procedimenti disciplinari. Una sequela di non so, suppongo, non ricordo, in cui gli elementi a sostegno del sospetto e della direzione in cui indigare erano i titoli di alcuni giornali più che i fatti addebitabili, la menzione di presunzioni di estraneità ai fatti nei confronti di altre squadre del calcio italiano e tanto altro ancora. Tutti elementi che impongono una serie di valutazioni, non tanto sulla bontà dell’attività investigativa, sulla quale già si potrebbe ampiamente discutere. Ciò che viene prepotentemente all’occhio della critica è la memoria di alcuni comportamenti per così dire ambigui della stessa società Juventus. Esisteva davvero quell’insormontabile difficoltà a smontare ab origine quelle stesse accuse che oggi sembrano cadere clamorosamente o che perlomeno escono parecchio ridimensionate? Era davvero necessario ammettere una colpevolezza di cui gli stessi accusatori paiono adesso poco convinti? Interrogativi che sanno di retorica certo, ma che oggi come ieri tornano d’attualità nel mare del lassismo di una società sempre prodiga d’iniziative quando si tratta di operare sul piano del marketing e dell’accaparramento d’introiti, quanto assente sul piano della tutela mediatica e non da ultimo processuale. E’ notizia di oggi che nel nuovo stadio bianconero ci sarà spazio per un museo della gloriosa storia bianconera, spazio in cui contenere senza soluzione di continuità prestigiose vittorie e dolci ricordi. Il plenipotenziario Blanc pone l’accento sull'importanza di un brand che cresce e di un amore bianconero da coltivare nella nuova casa, e ha modo di evidenziare come la crescita del calcio italiano passi anche dalle vittorie delle rivali tanto da non negare di aver tifato Inter contro il Chelsea. Alle dichiarazioni del francese fanno da pendant le imprese della formazione nerazzurra di Mourinho, la quale non avrà un museo a San Siro, ma vivrà di ricordi forse un po’ più nitidi. Mentre i cavalli di battaglia della dirigenza bianconera, dal nuovo stadio al fair play finanziario, sembrano temi ad ampissimo respiro e lungi dal soddisfare nell'immediato la passione ela voglia di vittorie dei tifosi nell’immediato , da altre parti si celebra l’essenza del calcio, la tecnica, l’esistenza di campioni veri. Poco importa se una trattenuta su Ivanovic diventa regolare o non rilevante o se gli investimenti producano indebitamento, mettendo a repentaglio l'equilibrio finanziario di un club. Il calcio vive di un proprio contesto dimensionale e storico in cui anche i comportamenti più discutibili possono essere legittimati dalla consuetudine. Questo è oggi e questo era ieri, con l'unica variante impazzita di quell'estate in cui tutto divenne illecito e tutto risolvibile mediante la condanna aprioristica della Juventus. Quel che conta è la vittoria, anche a costo di arrivarci con investimenti folli e con poco stile. Non può essere un demerito per gli uomini di Moratti, poiché nel calcio il secondo spesso è l’ultimo dei primi. Se la Juve oggi ha un museo, non vorremmo che esso si tramutasse in contenitore di cere in cui deporre il calco del famigerato piede del retropassaggio di Grygera o un monumento alle sfuriate di Felipe Melo. Se di ricordi e di vittorie vogliamo parlare siamo fermi ai tempi della Juventus che fu, figlia di una storia che qualcuno ha voluto riscrivere e che oggi qualcuno, con la forza dei pochi che ci hanno sempre creduto, sta provando a rivisitare con serenità nelle aule di giustizia di Napoli. Non siamo ancora nel campo delle assoluzioni e del revisionismo storico definitivo, tuttavia sarebbe il caso che qualcuno, ove ancor di più sia chiamato all’uopo da prestigiosi incarichi istituzionali come la Presidenza della Juventus, iniziasse a riflettere sulla necessità di avocare a se il prestigio e la gloria di vittorie infangate che oggi sembrano poter essere clamorosamente ripulite.