Allegri, non è più la "tua" Juve e il calcio italiano è cambiato. Perché crearsi un problema con De Ligt e Chiesa?

21.09.2021 00:00 di Ivan Cardia Twitter:    vedi letture
Allegri, non è più la "tua" Juve e il calcio italiano è cambiato. Perché crearsi un problema con De Ligt e Chiesa?
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Premessa: chi scrive è un allegriano di ferro. Ante litteram, persino. Nello stucchevole dibattito fra giochisti e risultatisti, in cui per la verità lo stesso livornese pare essersi incartato, si sta dalla parte dello scopo del gioco, che è quello di fare un gol in più dell'avversario, un punto in più del resto della Serie A, mettere il muso avanti e chi se ne frega se di lunghezza o di centimetri. Di risultati, però, la Juve di Allegri ne ha fatti pochi in questa stagione. Non si tratta di emettere verdetti, né di dare ragione a chi vede la Signora già fuori dalla corsa scudetto: a fine stagione, ci mettiamo dentro una squadra che abbia otto punti di distacco a otto gare dal traguardo, figuriamoci a trentaquattro. Il punto è che però sembra esserci un equivoco di fondo, e forse conviene affrontarlo prima che dopo. 

"Dovevo fare cambi più difensivi". Questo il mea culpa di Allegri dopo l'1-1 dello Stadium col Milan. Vera autocritica o no? Lo sa solo uno degli allenatori più ironici della A. Se fosse un pensiero genuino, però, sarebbe lecito il sospetto che Max stia trattando la Juventus di oggi come se fosse la "sua", quella capace di dare la netta sensazione di poter battere chiunque e soprattutto non soffrire mai nessuno. Il problema del 2-0, del gol che chiude la partita, è annoso a Torino e soprattutto con lo stesso Allegri. La Juve del suo primo quinquennio bianconero, però, era talmente forte e solida da potersi permettere il lusso dell'1-0. Le avversarie non ci riuscivano mai, o quasi, a metterla sotto, figurarsi a rimontarla. Di più: non ci speravano neanche. La squadra che ha ritrovato in questo bis è molto lontana da quella: non ne ha la solidità, né a livello tecnico e tattico né soprattutto mentale. Non ne ha neanche la stessa qualità dal punto di vista di interpreti, per inciso. Trattarla allo stesso modo è un rischio gratuito che difficilmente pagherebbe nel lungo periodo. In più, oltre a essere cambiata la Juve, è cambiato anche il pallone italiano. Senza attardarsi sul bello e sull'utile, da Sarri in poi più squadre hanno iniziato a giocare a calcio. A costruire, in campo e fuori. Le avversarie di oggi sono molte di più rispetto al passato. Sono tornate le milanesi, le romane sono in crescita, il Napoli è sempre lì e nel frattempo è arrivata anche l'Atalanta. Quasi nessuno si difende più e basta, di sicuro nessuno ha davvero più paura di provarci. Non è un elogio dell'estetica, ma piuttosto del pragmatismo, che tanto piace proprio ad Allegri: chi non si adatta, rischia di perire, calcisticamente parlando. 

Oltre al rischio di cui sopra, c'è poi la sensazione che le ultime uscite del tecnico bianconero abbiano sollevato un problema che la Juventus non ha alcun motivo di crearsi. De Ligt in settimana è stato praticamente definito un giocatore normale, dopo il Milan uno come Chiesa s'è visto piovere addosso una staffilata tra capo e collo. Il punto, però, è che non si parla di due giovani talenti, ma di due dei migliori giocatori che la Juve ha (oggi, non domani) a disposizione. Un difensore titolare fisso in Champions da quattro anni, l'ala che ha tirato avanti la baracca Pirlo in Europa e poi ha portato l'Italia al trionfo di Wembley. Non sono ragazzini da inserire in un progetto, ma pilastri attorno a cui costruirlo. Per carità, Allegri sa come si fa. Ma anche nell'approccio, solitamente compassato con i nuovi e con i giovani, può essere utile cambiare punto di vista.