Gli eroi in bianconero: Sandro PUPPO

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
28.01.2021 10:27 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
Gli eroi in bianconero: Sandro PUPPO
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«Puppo era un tecnico adorabile – racconta Angelo Caroli – colto e ricercato sulla parola. Il giorno prima di ogni partita portava su una 1100 Fiat i suoi “puppanti” lungo tragitti collinari. Raccontava aneddoti, spiegava segreti del calcio e della vita per tenerci al riparo da tensioni e polemiche, come un efficacissimo parafulmine».

ANGELO CAROLI, “STAMPASERA” DEL 17 OTTOBRE 1986
Aveva 68 anni. Si è spento in una clinica di Piacenza, dove era ricoverato da alcuni giorni Sandro Puppo, ottimo giocatore di calcio, era stato convocato perfino nella squadra azzurra nel 1936, l’anno del successo alle Olimpiadi di Berlino. Figlio di un violinista, da bambino aveva seguito i destini artistici del padre in Cina, a Shanghai, dove cominciò a dare i primi calci a un pallone.
Appena tornato in Italia, il giovane Puppo viene ingaggiato dal Piacenza, per poi essere tesserato, in successione, dall’Inter, che allora si chiamava Ambrosiana, dal Venezia e dalla Roma. Un brutto infortunio a un ginocchio ne interrompe la carriera. L’inclinazione all’insegnamento lo porta presto alla professione di tecnico. Allena infatti una squadra turca, poi la Juventus e il Barcellona, prima di rivestire il ruolo di segretario del settore tecnico federale presso Coverciano. Torna, nel 1968, al suo vecchio amore, il Piacenza, prima di partecipare ai mondiali messicani del ‘70 in qualità di consulente federale.
Sandro Puppo segna un’epoca nella Juventus, con il lancio di un gruppo di giovanissimi pieni di speranze, chiamati «Puppanti», da Garzena a Stacchini, da Emoli a Colombo, da Donino a Mattrel, da Bartolini a Dell’Omodarme. Anche il sottoscritto debutta in serie A per suo desiderio. Era un tecnico squisito, un uomo delizioso, colto, dai toni garbati e dalla parola ricercata. La sua Juventus cerca di continuare il discorso della squadra che con Boniperti, Praest, Martino, John Hansen, Manente, Viola, Corradi e Carletto Parola raccoglie nel ‘49/50 l’eredità del Grande Torino, tragicamente scomparso nel rogo di Superga.
Quando Puppo allena il club bianconero, presidente è il dottor Umberto Agnelli, un giovane molto competente che sarebbe diventato presidente della Federcalcio e che in quegli anni (55/56 e 56/57) stava gettando le basi per ricostituire quello che sarebbe diventato uno squadrone con Boniperti, Charles e Sivori.
Quello del «puppanti» è un manipolo di «boy» con tanta buona volontà e con poca esperienza, perde molte partite ma si batte al limite delle possibilità, lasciando intendere che la strada percorsa è quella giusta e che per i successori si tratterà soltanto di raccogliere quanto è stato seminato dal «filosofo». Così lo chiamavano, per quell’aria incantata e meditativa, per quello sguardo docile e buono, per la discrezione con la quale affrontava i problemi, per gli occhiali che lo facevano sembrare più un professore universitario che un allenatore di calcio. E oggi ne piangiamo la morte.