Gli eroi in bianconero: Luciano SPINOSI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
09.05.2019 10:30 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
Gli eroi in bianconero: Luciano SPINOSI

Nasce a Roma il 9 maggio 1950. A dieci anni, è investito da una macchina, che gli causa la frattura di una gamba («Da mancino diventai destro», ama ricordare); si riprende ed è tesserato dalla Tevere Roma, che gioca in Quarta Serie. Luciano picchia che è un piacere, mangia delle bistecche da far paura, ma non ingrassa di un etto; lo chiamano Er Secco der Villaggio. «Sono sempre passato per un picchiatore, ma non era così. Certo, le mie entrate le facevo, ma non ho mai fatto male a nessuno e, soprattutto, non sono mai stato espulso per un fallaccio».

Nell'estate 1967, compie il gran balzo che lo porta dalla Serie D alla massima divisione nelle file della Roma con la quale, diciottenne, esordisce in Serie A: «Eravamo di lunedì e mister Helenio Herrera venne da me, dicendomi che la domenica successiva, nella partita contro il Pisa, mi avrebbe dato il posto da titolare. Mi disse di stare tranquillo e, forse per farmi passare un principio di tremarella, mi predisse che avrei pure segnato un goal. Fra me e me pensai che sarebbe stata una cosa assai improbabile, primo perché non sono mai stato un goleador, secondo perché, nel ruolo di terzino, non è che si abbiano molte occasioni per tirare a rete. Come fu, come non fu, fatto sta che, invece, il goal lo segnai davvero».

Dopo un triennio trascorso nella Capitale, nel 1970, in compagnia di Capello e Fausto Landini, raggiunge la Juventus e in bianconero si ferma otto anni. «Ricordo che girava voce che dovessi andare alla Juve, ma dalla società non trapelava niente. Una delle ultime partite di campionato la giocammo proprio a Torino contro i bianconeri. Mentre facevo riscaldamento, si avvicinò Boniperti. Ci salutammo e lui mi fece notare che avevo i capelli troppo lunghi e che li avrei dovuto tagliare. Lì ho capito che sarei andato alla Juve! Mi sono ambientato senza problemi, perché stavo facendo il militare a Roma e, praticamente, ero a Torino solamente pochi giorni. In questo modo, non ho sentito la nostalgia di casa e mi sono abituato alla città piemontese per gradi. Poi sono stati anni fantastici, basti pensare che qui mi sono sposato e qui sono nati i miei figli. Era un calcio diverso, io dovevo seguire il mio avversario in ogni zona del campo. Mi ricordo un episodio curioso: giocavamo al Comunale, era inverno e faceva un freddo cane. Il campo era metà al sole e metà all’ombra. A un certo punto il mio avversario (non ricordo chi era) mi dice. “Senti Luciano, io vado a giocare al sole che qui all’ombra fa freddo. Tu mi segui?” Io gli risposi: “Certo”. “Bene, allora andiamo”, disse lui. E così facemmo».

Difensore di buon temperamento a Torino è per quattro stagioni pedina fondamentale del pacchetto arretrato di una Juventus che sta diventando grandissima, poi con l'arrivo di Gentile le sue apparizioni si fanno episodiche e Spinosi, con grande professionalità, appena ventiquattrenne, vive l'amara esperienza della retrocessione al ruolo di rincalzo, dovuta anche a un gravissimo infortunio. Il 3 novembre del 1974, infatti, sul campo della Sampdoria, intervenendo di testa, Luciano ricade malamente con conseguenze disastrose. Frattura all'acetabolo del femore e forzato periodo di inattività.

Per Luciano inizia un lungo calvario: «Pensavo addirittura di non poter più giocare, ma mi buttai a capofitto nella preparazione e i primi allenamenti furono durissimi; poi, un mattino, il dolore sparì e capii di potercela fare. Più mi allenavo e più speravo, perché il muscolo si riprendeva. Purtroppo, quando mi sono ripreso, non ho più ritrovato il posto, anche se, devo riconoscerlo, Morini ha giocato sempre magnificamente. Con Ciccio ho sempre avuto un ottimo rapporto, nonostante i giornalisti ci volessero far litigare per il posto in squadra».

Spinosi è, sicuramente, un giocatore che ha ricevuto, almeno nella Juventus, molto meno di quanto avrebbe meritato: iniziò la sua carriera come terzino, costituendo con Marchetti una coppia dura e grintosa. Marcatore solido, sempre concentrato, era dotato di un bagaglio tecnico non disprezzabile che gli consentì, anni dopo nella Roma, di giocare esterno in una difesa a zona a quattro: «Me la sono sempre cavata, come terzino, spingendomi spesso in avanti, grazie anche alla mia discreta tecnica. Ma ritengo di essere, soprattutto, uno stopper. Sarà per l'alta statura che mi favorisce negli inserimenti di testa, ma è certo che al centro dell'area sono a mio agio».

Il momento del decollo sembra arrivare nella stagione 1976–77: il Trap lo vuole stopper titolare da affiancare a Gaetano Scirea, ma dopo un paio di partite un altro infortunio lo mette fuori gioco. Entra Morini ed è un trionfo; l'esplosione di Cabrini poi (Cuccureddu e Gentile non si potevano discutere come marcatori) lo relega in panchina e all'epoca era panchina davvero; una sola sostituzione, oltre al portiere e cambi davvero con il contagocce.

«Chiesi a Boniperti di andare via. Non avrei mai lasciato la Juve, ma avevo solo ventotto anni, mi sentivo giovane e avevo voglia di giocare. Restando a Torino avrei disputato pochissime partite e ne avrei sofferto tantissimo. Il presidente non mi voleva mandare via, ma vista la mia insistenza mi cedette alla Roma, come da mio desiderio».