Gli eroi in bianconero: József VIOLA

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
10.06.2019 10:30 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
Gli eroi in bianconero: József VIOLA

Jeno Karoly, l’allenatore della prima Juventus di Edoardo Agnelli, era stato allenatore del Savona. Con lui, che già insegnava calcio, c’era un giocatore magiaro, József Viola, difensore centrale, che seguì poi il tecnico nel suo viaggio a Torino. Chi lo ha visto giocare, sostiene che, dopo Monti e Parola, Viola può essere considerato il più forte centromediano nella storia bianconera, in tempi nei quali i giocatori di questo ruolo non avevano ancora l’aiuto del libero. Le scarne cronache di allora lo descrivono come un giocatore eclettico, tecnicamente molto dotato, ma amante del gioco rude, maschio.

Fisicamente molto forte pur se di taglia media e dal torace molto sviluppato, non era molto veloce nello scatto breve, ma aveva una grande resistenza alla fatica, ottimo nel gioco di testa per la perfetta scelta di tempo nello stacco, il che gli consentiva di sopperire alla statura non certo eccezionale.

Non era scorretto, ma conosceva tutte le astuzie e le malizie per provocare gli avversari e costringerli al fallo. Caratterialmente era molto difficile, sia in campo sia fuori, ma ciò permise a Viola di essere un leader della squadra. Non tollerava, da parte dei giornalisti, nessuna critica che riguardasse la sua vita privata: «Accetto solo giudizi che riguardano cosa faccio o non faccio in campo e non permetto a nessuno che mi consideri un indisciplinato». E con queste parole apostrofò un giornalista nel corridoio degli spogliatoi, aggiungendo con tono minaccioso: «Venga fuori che discutiamo da uomini!»

Viola, dopo un inizio da laterale prese al centro della difesa il posto del forte Monticane, morto per un aneurisma. In questo ruolo, l’ungherese, riuscì a dimostrare tutto il suo valore, tanto che l’allenatore Karoly utilizzò il giovane Rosetta come centravanti, lasciandogli seguire gli istinti di inizio di carriera. Il magiaro fu uno dei protagonisti della stagione 1925-26, quella del secondo scudetto juventino. I giornali dell’epoca lo ricordano come un vero gladiatore e, nella finalissima, tre giorni dopo la morte di Karoly, era stato il migliore in campo, giocando anche, se non soprattutto, per il suo allenatore appena scomparso, per il connazionale e amico che, volendolo con sé, gli aveva aperto la strada verso il calcio italiano, verso la Juventus.

La stagione 1926-27 lo vede sdoppiarsi fra la panchina e il campo (solo dieci presenze). L’anno dopo, considerato il veto della federazione all’impiego di giocatori stranieri, interrompe la sua attività, pur continuando a battersi per ottenere la cittadinanza italiana e diventa l’allenatore dell’Ambrosiana. Diventato italiano, ritorna alla Juventus come giocatore, agli ordini di George Aitken. Dal 1930-31 è all’Atalanta come giocatore-allenatore; si fermerà a Bergamo per altre due stagioni in veste di allenatore. Dalla panchina guiderà in seguito Milan, Vicenza, Lazio, Spezia e Milan, Livorno, Spal, Bologna e Como. Desta molta curiosità il fatto che, nella stagione 1938-39, fu contemporaneamente direttore tecnico dello Spezia e allenatore del Milan. Altri tempi.