Gli eroi in bianconero: Jonathan ZEBINA

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
19.07.2021 10:33 di Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Jonathan ZEBINA
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© foto di Federico De Luca


La pattuglia di “golfisti”, capitanata da Del Piero e Tacchinardi – scrive Enrica Tarchi su “Hurrà Juventus” del luglio 2004 – avrà presto un nuovo adepto. E se è vero che questo sport è un buon esercizio di concentrazione, Jonathan Zebina, ci confida che anche la nuova città gli pare perfetta per i suoi gusti: «Mi ha fatto una bellissima impressione; Torino è soleggiata, verde, tranquilla, a misura, d’uomo, insomma. Ideale per le persone come me, che amano la serenità, a cui piace uscire di casa senza avere gli occhi puntati addosso».
– E poi i campi da golf non mancano…
«Lo so, e so anche che alcuni dei miei nuovi compagni lo praticano volentieri. Ho iniziato anni fa ed è diventato una vera passione. Vivo di calcio, golf e famiglia, al massimo posso aggiungerci un cinema ogni tanto».
– Raccontaci qualcosa della tua famiglia.
«Si trasferirà a Torino con me, come ha fatto ai tempi del mio passaggio alla Roma. Papà, mamma, la mia sorellina Giulia di 14 anni e mio fratello Alexi, che ne ha 18».
– Sono sportivi anche loro?
«Mio fratello gioca a golf e penso che presto entrerà nei professionisti. Mia mamma è molto attiva, ma si dedica principalmente allo studio delle lingue straniere. Mia sorella studia e mio papà è appassionato di calcio».
– È stato lui a instradarti verso questo sport?
«No, diciamo che a calcio gioco da quando ero bambino e la via per arrivare al centro di formazione della Banlieu parigina è venuta quasi naturale. Lui a quel tempo non era un fanatico del calcio, anzi, seguiva più che altro la mia istruzione. È stato il mio impegno in questo sport a farlo appassionare e ora lo conosce benissimo».
– Parliamo degli albori della tua bella carriera.
«Come dicevo, ho iniziato a Parigi, la mia città natale, nel centro di formazione vicino a casa. I primi passi li ho mossi da attaccante, ma è durato molto poco, poi sono passato, felicemente, a fare il difensore. A 16 anni mi sono trasferito a Cannes, dove ho vissuto un’esperienza di calcio e di vita che non dimenticherò mai e che mi ha aiutato a crescere. Tre allenatori in particolare hanno segnato in positivo la mia carriera, ognuno con le sue caratteristiche. Guy Lacombe, ex tecnico del Sochaux, che sicuramente finirà in una grande squadra perché è bravissimo. Richard Bettoni, che si occupava principalmente della nostra disciplina, e Michel Troin, un padre spirituale, sempre prodigo di buoni consigli. Diciamo che sono stati per me una seconda famiglia. Giocavo a calcio, imparavo a vivere e terminavo gli studi di ragioneria».
– Durante la tua esperienza nel Cannes sei stato notato da osservatori italiani.
«Infatti nel 1998 sono stato ingaggiato dal Cagliari. Mi sono trovato molto bene in Sardegna, sia per la qualità della vita e la serenità che si respira da quelle parti, sia per gli allenatori, da Ventura in poi, che, ognuno a suo modo, mi sono stati di grande aiuto».
– Quando un giocatore vale, le big non se lo lasciano scappare. Così arriva la Roma.
«Devo ringraziare Fabio Capello e il suo secondo Italo Galbiati che mi hanno voluto fortemente nella capitale e hanno sempre creduto in me, nonostante le difficoltà che ho incontrato con i tifosi e la critica».
– Ne possiamo parlare brevemente?
«Ormai è acqua passata. Dico solo che, quando abbiamo vinto lo scudetto, ero in una squadra di grandi campioni e sono diventato il capro espiatorio di tutte le colpe, anche non mie. A volte venivo fischiato ancora prima di toccare la palla. Da allora, mio padre ha deciso di non venire più a vedermi allo stadio perché ci soffriva troppo. Così ora guarda le partite da casa».
– Ora sei qui alla Juventus, un rinforzo importante, e ritrovi l’allenatore che più di ogni altro ha creduto in te.
«E questo mi fa molto piacere, anche se so che non mi regaleranno nulla, anzi. Sono felicissimo di essere arrivato in una squadra forte come la Juventus, che altrove vedono come il nemico numero uno proprio perché abituata a vincere molto».
– Mi pare tu abbia un aneddoto da raccontare...
«L’anno scorso mi trovavo per caso a Torino il giorno della vittoria dello scudetto, ero in un albergo del centro ed ho sentito iniziare la festa in piazza San Carlo. Subito ho pensato: ”Stasera non si dorme!”. Invece dopo un’ora e mezza, il tempo di vedere un film, era già tutto finito. “Si saranno spostati?”, mi sono chiesto. Poi ho pensato che forse non era così e ho capito che qui vincere è la norma, non l’eccezione».
– Parlaci di Capello.
«È un allenatore molto bravo e carismatico. È merito suo, ripeto, se sono entrato nel giro del grande calcio e credo di averlo ripagato con l’impegno e la mentalità che mi caratterizzano. Sono uno che non molla mai, le avversità e le pressioni non fanno altro che fortificarmi e darmi una carica ancora maggiore. Ora sono qui per dimostrare ai dirigenti bianconeri che non si sono sbagliati a credere in me».
– Che impressione ti ha dato il primo approccio con loro?
«Di grande serietà e professionalità. La Juventus è una società solida, i giocatori vengono tutelati, il che significa vivere tranquillo e allenarsi bene».
– Dalla Roma alla Juventus, da Totti a Del Piero.
«Sono le due stelle della Nazionale italiana. Totti è Roma, Del Piero è la Juventus, quando pensi alla mia nuova squadra il primo volto che ti viene in mente è il suo».
– Un pensiero alla Champions League.
«È una competizione splendida, vincerla è come conquistare un Oscar. Una, due, tre... non ti stuferesti mai di alzare quella Coppa ed io, che non l’ho mai fatto, non vedo l’ora di riuscirci».
– Juventus-Roma 2003. 2-2 al Delle Alpi. Cosa ti ricorda?
«Il mio unico gol in carriera. Forse è stato un segno del destino...».

Jonathan è un difensore eclettico che può giocare sia come terzino sia come centrale difensivo. Abbastanza veloce e dotato di buona tecnica, ha l’abitudine di eccellere nella confidenza con le proprie doti e i suoi errori (ribattezzati Zebinate) fanno spesso infuriare i tifosi.
Durante prima stagione colleziona 24 presenze in Serie A e 6 in Coppa Campioni, conquistando lo scudetto. Nella stagione successiva il suo rendimento non è ottimale anche per colpa di continui problemi fisici. Inoltre, il rapporto con la dirigenza bianconera non è dei migliori a causa della sua richiesta, giudicata sproporzionata dalla società, del raddoppio dell’ingaggio. Non riesce a farsi amare nemmeno dai tifosi juventini, che gli rimproverano scarso impegno. A fine campionato, anche se con poche presenze, contribuisce alla conquista del 29° scudetto della Juventus.
Appassionato di arte, nel 2006 apre una galleria d’arte a Milano: «Ho deciso dopo una serie di eventi e di incontri. La scelta è stata un caso: passeggiando per Brera ho trovato un posto molto buio in Via Fiori Chiari, con un arredo particolare in stile anni ‘60: ma da subito ho visto la luce, un potenziale straordinario. E a fianco la lapide che ricorda che lì è vissuto Piero Manzoni, uno dei più grandi artisti italiani dello scorso secolo».
Nell’estate dello stesso anno è operato a causa di un’ernia inguinale e decide di rimanere in bianconero, nonostante la retrocessione in Serie B. Ma si ripropongono presto i problemi con la dirigenza e, nonostante affermi di essere stato costretto a restare a Torino, decide di rispettare il contratto, superando anche le ire dei tifosi, ormai contrari a concedergli nuove possibilità.
Disputa, comunque, un buon campionato che gli vale la riconferma per la stagione successiva. La Juventus conquista la Serie A ma Zebina conferma il carattere bizzoso, colpendo con una manata un addetto allo stadio durante la gara contro il Cagliari, che gli costa una squalifica di 4 turni e 15.000 euro di multa. A causa di problemi con l’allenatore Ranieri e l’ennesimo infortunio patito a gennaio, disputa solo 16 gare in campionato.
Domenica 1° marzo 2009: a poco più di tre mesi dall’intervento al tendine d’Achille del ginocchio sinistro, il difensore francese torna in campo per una gara ufficiale. Non i compagni, ma con i ragazzi della Primavera, impegnati nello scontro al vertice del campionato contro la Sampdoria. Un test vero che Zebina affronta con impegno, rimanendo in campo la bellezza di quasi 75 minuti e sfiorando anche il gol con un destro finito alto di poco.
Una gara ufficiale (dopo alcuni test amichevoli in estate) che mancava dal 17 maggio scorso quando, scherzo del destino, prese parte a Samp-Juve, ultima giornata del campionato 2007-08. A fine gara, Jonathan può esprimere tutta la sua soddisfazione: «È stata un’esperienza davvero positiva, sono molto contento di aver ritrovato il mio equilibrio fisico. Ora sto bene e questa partita con la Primavera mi ha permesso di ripartire. Oggi per me è un altro punto di partenza, inizia una nuova carriera. Questa prestazione è di ottimo auspicio per tornare presto nel gruppo e dare il mio contributo per la conquista degli obiettivi che ci siamo prefissi».
Nonostante i buoni propositi, riuscirà a scendere in campo solamente 8 volte. Non va meglio il campionato seguente: 16 presenze e un gol, il primo e unico in maglia bianconera, l’11 marzo, contro il Fulham in Europa League. Così, il 31 agosto 2010 rescinde il suo contratto con la Juventus.
Affermerà qualche anno più tardi: «Se un giocatore si presenta in ritardo due o tre volte e tu pensi di voler ancora giocare con lui, perché ne hai bisogno, allora cominciano i problemi. In Italia l’importanza di un investimento finanziario per un giocatore non è più importante della condotta dello stesso. Questa è la grande differenza con la Francia. Alla Juventus conta di più la mentalità dei soldi. Ho visto grandi giocatori eccedere, ma in questi casi si veniva subito richiamati all’ordine e se non imparavi la lezione venivi messo sul mercato. Questa è la cultura dei grandi club».