Gli eroi in bianconero: Giuseppe Oscar DAMIANI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
16.06.2019 10:30 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Gli eroi in bianconero: Giuseppe Oscar DAMIANI

È stato un ottimo giocatore e, forse, avrebbe avuto maggiore fortuna, se soltanto avesse adoperato quella diplomazia che oggi, dopo una lunga carriera come manager di calcio, gli è caratteristica e che anni fa sembrava invece fargli difetto. È stato probabilmente l’ultima ala destra dei tempi moderni, con il suo frenetico svariare sulla fascia destra del terreno di gioco. Damiani è stato, nel calcio italiano, l’ultimo interprete di un tipo di gioco offensivo che oggi tecnica e tattica non permettono e non concepiscono più.
Ala destra pronta a scattare e poi a crossare oppure a saltare al limite dell’area il difensore per poi andare al tiro, era soprannominato Flipper proprio per il suo modo di giocare che ricordava per rapidità, scatto, vivacità e imprevedibilità, la pallina di uno di quei giochi che oggi sono finiti nei depositi di rottami per far posto ai più moderni video game.

«Fu Invernizzi a chiamarmi così, quando giocavo nei ragazzi dell’Inter. Ero un peperino tutto scatti, mi fermavo e ripartivo come una molla e così arrivo, puntuale, il soprannome».

Oscar veste la maglia bianconera per due stagioni. Arrivato nell’estate del 1974 e vince subito lo scudetto, con Carlo Parola in panchina, disputando settanta incontri. Buono il numero di reti segnate: sedici in campionato, sei in Coppa Italia e due in Europa.

Di Damiani stupisce la carriera e il numero di squadre in cui ha giocato: dopo le giovanili del Brescia, dov’è nato il 15 giugno del 1950, ecco l’Inter, il Vicenza, il Napoli, di nuovo il Vicenza, quindi la Juventus, il Genoa, ancora il Napoli, il Milan, un’esperienza nel soccer con il Cosmos, il Parma e infine la Lazio. In tanto girovagare anche il tempo per rispondere a due convocazioni azzurre, due nella Nazionale B e quattro nella Giovanile.

Una carriera lunga, ricca di soddisfazioni e venata da un rimpianto: quello di non aver potuto restare più a lungo nella Juventus. Una squadra e una società che affascinò Damiani in maniera totale da spingerlo, ogni volta che l’incontrava da avversario, a dare il meglio di sé per dimostrare che la sua cessione era stata un grande errore. Damiani aveva dato ciò che doveva dare e poteva dare e la società bianconera aveva altri obiettivi, puntando ad altri giocatori.

Il rapporto fu chiaro e paritario e resta, per Damiani, sicuramente il più importante della carriera, anche se maglie come quella del Napoli e del Milan devono e possono offrire grandi emozioni a un professionista. E ai tifosi juventini che lo ricordano resta il rimpianto per il suo modo di giocare che, a volte, era persino troppo agitato ma che, difficilmente, si potrà rivedere, in tempi brevi, nei nostri stadi.

«Foresto sotto certi aspetti è Damiani detto Oscar o Flipper – scrive Caminiti – parlatore agguerrito nella fattispecie del rapporto col giornalista. Ala disposta a sgroppare e sudare, non a rischiare, fine, eccentrico, con le fatiche dell’emigrante nelle ossa e la protesta sociale nelle vene, riprese nella Juventus del collettivo un discorso di sopravvissuti, la corsa lungo l’out e il cross, il dribbling pur fine a se stesso, avendo dirimpettaio il lezioso ed estroso leccese Causio detto Brazil. Non gli credeva Vycpálek, lo osteggiavano Capello ed anche Bettega, gli era amico Furino e peranco Causio. In verità, Damiani correva molto, mai aveva corso tanto nel Napoli dove Chiappella gli dava dal pavido. Ragazzo che vive non soltanto di calcio, Damiani ha educazione di emigrante, sa soffrire, sa aspettare, sa mettersi da parte. E sa segnare goal decisivi, di piede e di testa, soprattutto di testa, perché non gioca solo coi piedi. All’appuntamento non tarda mai. È uno che ha imparato a vivere prima di imparare a giocare. Un ragazzo serio riuscirà sempre a domare, si fa per dire, un pallone di cuoio. Chi conosce i propri limiti va lontano».