Gli eroi in bianconero: Giovanni FERRARI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
06.12.2013 07:50 di Stefano Bedeschi  articolo letto 4975 volte
Gli eroi in bianconero: Giovanni FERRARI

Giovanni Ferrari, detto “Gioanin” o se preferite “Giovannin”, esordì in serie A (o prima divisione come si chiamava allora) quando non aveva ancora sedici anni, nella stagione 1923/24, nella file dell’Alessandria, allenata dall’ungherese Béela Révéezs. Le stagioni seguenti, visse in simbiosi calcistica con il grandissimo allenatore Carlo Carcano, tanto da seguirlo a Napoli nell’Internaples, la più forte squadra campana che contese all’Alba di Roma l’onore di rappresentare la Lega Sud nella finale contro la Lega Nord per il titolo italiano, oggi Scudetto, nel 1925/26. L’Alba ebbe la meglio sull’lnternaples ma i romani vennero poi battuti nettamente (7-1 e 5-0) dalla Juventus che schierava: Combi; Rosetta ed Allemandi; Grabbi, Viola e Bigatto; Munerati, Vojak I, Pastore, Hirzer e Torriani.

Tornato da Napoli per il campionato 1926/27, Ferrari rimase nell’Alessandria, allenata da Carlo Carcano, sino al giugno 1930. L’ultima partita in grigio di “Giovannin” fu ad Udine il primo giugno di quell’anno, contro la Triestina. L’anno seguente Giovanni Ferrari emigrò a Torino chiamato, nella Juventus, da Carlo Carcano allenatore dei bianconeri.

Modesto, serio, laborioso, “Giovannin” si trovò a suo agio nel grande club di Edoardo Agnelli padre di Gianni, ma diretto dal barone Mazzonis che, fra gli altri, poteva schierare il divo Orsi per un premio di 100 mila Lire, una Fiat 509 e 8.000 Lire mensili di stipendio, e Renato Cesarini, nato a Senigallia però emigrato a Buenos Aires da bambino. Il bizzarro, allegro, mattacchione Cesarini, era una magnifica mezz’ala destra capace di tutto e, con l’austero Ferrari, formò una strana, straordinaria coppia in bianconero come nella Nazionale. Renato l’impenitente, ascoltava i consigli di Giovanni e la Juventus vinse cinque scudetti consecutivi.

Nel campionato 1935/36 Giovanni Ferrari emigrò a Milano, sponda nerazzurra, chiamato dal presidente Pozzani, il popolare “Generale Po’”. Giocando a fianco di Meazza, Ferraris II°, Frossi, Attilio Demaria, Ferrara I° e Ferrara II° (questi tre ultimi di scuola argentina), “Giovannin” si aggiudicò altri due scudetti con il suo gioco infaticabile, altruista, tecnico, potente ed i suoi tanti goal: 32 nell’Ambrosiana in 5 stagioni come ne aveva fatti 67 nella Juventus.

Scaricato a Bologna, come giocatore alla fine della carriera, Ferrari andò a raccogliere l’ottavo scudetto nel 1940/41 in tempo di guerra, stabilendo un record ancora imbattuto ed uguagliato solamente da Ciro Ferrara e Giuseppe Furino, ma quest’ultimo, a differenza di Ferrari e di Ferrara, li ha vinti con una sola squadra, la Juventus.

Lo scorbutico piemontese Vittorio Pozzo, giornalista e Commissario Unico degli azzurri due volte campioni del mondo, selezionò per la prima volta Giovanni Ferrari il 9 febbraio 1930 a Roma contro la Svizzera superata (4-2) con le reti di Magnozzi, Orsi e Meazza (2): l’alessandrino giocò mezzala destra a fianco del barese Costantino. Nella Coppa del Mondo 1934, Giovanni Ferrari formò uno straordinario attacco con Guaita, Meazza, Schiavio ed Orsi all’ala sinistra, invece a Parigi nel 1938 i suoi compagni di prima linea furono Biavati, ancora Meazza, Piola e Colaussi, il triestino.

Giovanni Ferrari ha confessato: «Ho battuto Zamora nel mondiale del 1934 a Firenze, però la maggiore soddisfazione la provai l’anno precedente, a Roma, contro gli inglesi. Erano i maestri. Con un lungo tiro ingannai il portiere Hibbs; peccato che, poco dopo, Bastin abbia ottenuto il pareggio che, tuttavia, ci fece onore. Il mistero sugli inglesi, ritenuti invincibili, incominciò a svelarsi».

Quindi la lunga attività come tecnico. Giocatore/allenatore nella Juventus, poi trainer dell’Inter, ed infine l’arrivo alla Nazionale, con la quale, non riuscì ad evitare il fallimento della spedizione Mondiale in Cile, patendo molto la totale mancanza di fiducia nei suoi confronti, tanto che fu affiancato da Mazza e Spadaccini, con Pasquale a tirare i fili. Ha sempre amato insegnare ai giovani, insegnava calcio, non tecniche raffinate, lui così antico e così semplice.