Gli eroi in bianconero: Giancarlo BERCELLINO

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
09.10.2021 10:24 di Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Giancarlo BERCELLINO
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GIANNI GIACONE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1974
Un tempo, neanche poi troppo lontano in verità, il centromediano era pure chiamato centrosostegno, e il termine subito rievoca eroismo e abnegazione applicata al duro mestiere del difensore. Nel senso che veramente il centromediano era qualcosa di epico, il centro dell’universo pallonieristico, la calamita di tutte le azioni di attacco, di tutti gli arieti da goal in circolazione.
Centromediano contro centrattacco, l’uno contro l’altro e via, duelli fatti di estro e di grinta, spesso di classe; chi ha mai detto che il vigore atletico è disdicevole al “professional” dai piedi vellutati e dalla limpida impostazione del gioco? Certo, in chi difende e funge da ultimo baluardo davanti al portiere è assai più difficile intravedere il lampeggiare di classe paradisiaca, la calma olimpica dei forti. Il guizzo che ammutolisce ed esalta le folle è prerogativa dell’attaccante, ma sono sottigliezze, cose da superficie.
C’era Luisito Monti, centromediano e più che mai centrosostegno, che sciabolava con memorabili entrate spazzando via l’area che era di Combi, rarissime le indulgenze per la platea, e però classe enorme applicata a un coraggio da gladiatore: i suoi duelli con Peppino Meazza o Sindelar Cartavelina sono epopea.
E c’è stato Giancarlo Bercellino, paragone assurdo ma non impertinente, tanto diverse essendo le epoche a raffronto ma tanto vicini nello spirito i due tipi.
Bercellino esemplifica una delle ultime versioni del centromediano-sostegno, certamente la più vicina al ricordo e al cuore del supporter bianconero. Gli anni Sessanta di Bercellino sono altra cosa dagli anni Trenta di Monti, ma l’evoluzione del gioco, che travolge concezioni, schemi e perfino mentalità, lascia intatto nella sostanza il significato del ruolo, anche se gli toglie in parte drammaticità e poesia: lo stopper, adesso, può anche sbagliare, essendo che alle sue spalle è stato inventato il libero. Ma attenzione: c’è il cambiamento radicale di mentalità, si diceva, e il dramma del duello risolutivo cede il posto alla psicosi del goal preso. Sicché lo stopper, chiamato a contrare l’attaccante, resta più che mai protagonista.
L’avventura bianconera di Giancarlo Bercellino inizia un caldo pomeriggio di fine agosto del 1961. Ci sarebbero i presupposti per un debutto felice: a vent’anni, già un posto da titolare in Serie A, e per di più con la maglia scudettata e a fianco dei campioni della leggenda moderna, Sivori e Charles vale a dire.
Ma non sarà così: il debutto casalingo della Juve contro la matricola Mantova anticipa i malumori e le insoddisfazioni dell’annata bianconera, finisce 1-1 la partita da vincere nettamente, Longhi e Giagnoni annichiliscono Omar il Cabezon, neppure Charles sembra più lui, e Bercellino trova durissimo limitare i danni contro un giovincello al pari di lui, tale Sormani ancora fresco di Brasile.
E allora un esordio prematuro per un ragazzo ventenne, un anno sprecato? No, assolutamente. Berce è iellato, si fa male in più di un’occasione, ma alla fine raccoglie comunque ventuno presenze in Campionato e gettoni preziosi in Coppa dei Campioni. È una stagione di alti e bassi, per lui: momenti di vera gloria sono certamente quelli della partita di ritorno con il Real Madrid, allo stadio Bernabéu della capitale spagnola, dove lotta e vince da gladiatore sugli spagnoli furenti per aver subito da Sivori il goal dell’inattesa sconfitta.
E, viceversa, sconfortanti sono i novanta minuti di San Siro, 12 novembre 1961, Milan-Juve 5-1, con Bercellino che è opposto ad Altafini il quale fa in pratica quello che vuole, e alla fine saranno quattro reti di José nella porta di Anzolin.
No, questo Bercellino non è ancora il Berceroccia della Juve nuovamente ai vertici del calcio nazionale: il 1962-63 sarà anno di transizione, in prestito per farsi le ossa, ed anche il 1963-64 del suo ritorno alla base rappresenterà per lui un campionato di passaggio, con sole nove presenze. Il grande balzo Berce lo spicca l’anno dopo: annata chiave per lui e per molti altri, il 1964-65.
È arrivato Heriberto Herrera, i tempi invitano a un cauto ottimismo, nel senso che la Juve si sta ritrovando pian piano dopo annate balorde, ma non è ancora pronta a diventare protagonista, netto essendo ancora il divario di forze e di esperienza che separa la squadra bianconera dall’Inter.
Bercellino convince subito tutti, tecnici e tifosi, sin dai primi galoppi in famiglia: è maturato tecnicamente, e questo è importante, visto che la stazza fisica ragguardevole già garantisce più che a sufficienza. Insomma, è oramai difensore completo, stopper fatto apposta per chiudere a cerniera una difesa imperniata inoltre sul classico Castano libero e sul dinamismo di Gori, Salvadore e Leoncini.
Il campionalo conferma appieno le prime risultanze: la difesa bianconera è tra le più solide, forse la più solida in assoluto, e Bercellino assomma trenta presenze. E due goal, particolare tra i più significativi, perché foriero di sviluppi futuri interessanti. Berce, oramai detto roccia per le sue doti di inesorabile francobollatore, si ritrova, infatti, nei piedi una carica di primissimo ordine, che di tanto in tanto fa esplodere nei calci piazzati.
Punizioni, per il momento, come quella che piega il Bologna Campione d’Italia il 18 ottobre 1964, o quella che apre le marcature contro la Sampdoria, un mese dopo e sempre al Comunale torinese. Ma verranno anche i tempi del penalty. Soltanto un po’ di pazienza.
L’anno dopo, 1965-66, le presenze scendono a ventitré, ci sono di mezzo infortuni non gravi ma fastidiosi, ma la tempra da lottatore c’è, e Berce si riprende benissimo. Adesso i Bercellino bianconeri sono due, con la felice parentesi di Silvino detto Bercedue, acerbo talento gollereccio capace di schiodare parecchie partite destinate al doppio zero; lo stopper chiude la stagione crescendo, ricostituendo il tandem di ferro con Tino Castano, e insomma Berceroccia è stato pari al nome pure nella sventura di un’annata balorda. Si rifarà, con tanto di interessi, l’anno dopo.
Comincia l’annata di grazia 1966-67, esultano stuoli di tifosi della Juve tornata primattrice o almeno comprimaria, stante l’acquisita nobiltà dell’Inter europea. Bercellino è lo stopper, Castano è il libero, mai accoppiata è maggiormente sinonimo di garanzia, di sicuro affidamento. Mancano i fuoriclasse capaci di risolvere funambolicamente le partite? Pace; ci si arrangia con la difesa imperforabile, goal presi pochi e più spesso nessuno, certo che Berceroccia la fa da padrone su qualsiasi centravanti, è l’annata sì per molti bianconeri di buona volontà, ma per lui è addirittura l’annata monstre.
Il 20 novembre, nel pantano di Napoli, Berce lotta e trascina i compagni verso l’impresa numero uno della stagione, il successo esterno contro il forte Napoli del fortissimo Altafini, e il duello Berce-José è episodio sintomatico della grande stagione dello stopper bianconero.
Il 15 gennaio, con una Juve decimata dagli infortuni che arranca contro il bunker vicentino e non passa, Bercellino emula addirittura John Charles, segnando con memorabile capocciata il goal del rompighiaccio. Si scopre che i goal di Berce sono preziosi almeno come i suoi imperiosi anticipi difensivi: la verifica dello stopper edizione goal si ha nell’arroventato finale di stagione, quando la squadra accusa qualche battuta a vuoto proprio nel momento in cui si intravede la possibilità di aggancio alla vetta.
23 aprile, Comunale che pare tutto un unico fischio impietoso all’indirizzo della squadra che lotta ma non morde contro il Venezia catenacciaro e contropiedista. Le radioline, beffardamente, raccontano dell’Inter che non ce la fa a superare la Lazio proprio mentre i veneziani stanno per portare a compimento l’impresa di espugnare il Comunale.
A otto minuti dalla fine, la svolta. Rigore pro Juve, netto: tira tu, io no, la solita storia, i bianconeri sono senza un rigorista, e già diverse volte hanno pagato caro questo limite, fallendo penalty decisivi. Prova Bercellino: botta centrale ma micidiale, goal. 1-1, ma non è finita. 40’: crossa Favalli dal fondo, palla altissima per tutti, ma no, arriva Bercellino al vertice opposto dell’area, e sbatte dentro. È il goal vittoria che elettrizza l’ambiente e propizia il sorpasso finale. Ma Berce sarà ancora decisivo, e proprio in extremis.
Primo giugno, ultima di campionato, Juve-Lazio 0-0 a metà gara, anche l’Inter fa 0-0 e sarà decisivo l’ultimo spezzone di partita per assegnare lo scudetto. Berce, contuso, passa all’attacco e, dopo una manciata di minuti, la sua capocciata fa saltare l’ultra difesa laziale. Superfluo commentare.
L’annata del tredicesimo scudetto non resta un fatto episodico: Bercellino la fa seguire da un’altra pure ad altissimo livello, anche più ricca di soddisfazioni personali. Il 1967-68 è l’anno della Coppa Campioni e della Nazionale: appuntamenti che lo stopper bianconero onora nel migliore dei modi. La Juve di Coppa, che fa dimenticare certe distrazioni concesse in campionato, rispolvera il miglior Bercellino: la sua vena lo addita come difensore di livello internazionale, il rigore che trasforma in “Zona Cesarini” contro l’Eintracht schiude alla Juve le porte dello spareggio per accedere alle semifinali.
Ed è naturale che anche la Nazionale finisca per accorgersi di lui. Per la verità, Bercellino già aveva giocato in maglia azzurra a Firenze, nel 1964, contro il Galles (4-1), ma era stata una presenza sporadica, da rimpiazzo del titolare Guarneri impegnato con l’Inter in Coppa. Adesso, la musica è diversa: Bercellino contribuisce in misura notevole alla conquista della Coppa Europa per Nazioni, con quattro presenze (Cipro, Svizzera, Bulgaria e URSS), e sarebbe stopper pure nella finalissima se non fosse fermato proprio contro i sovietici, nella semifinale, dall’ennesimo infortunio.
Quella stessa iella che impedisce a Berceroccia di ricoprire per parecchio il ruolo di stopper bianconero: il 1968-69 segna per lui il canto del cigno. Dopo un eccellente inizio, infortuni a catena bloccano la sua stagione, e rendono indispensabile l’avvicendamento. Con 154 presenze in campionato, nove reti e una manciata di gettoni di presenza in campo internazionale, Berceroccia da Gattinara non si dimentica. Squadra da sempre ricca di grandissimi centromediani, la Juve non smentisce la tradizione con Giancarlo Bercellino: un posto di primo piano, tra i grandi specialisti del ruolo, gli spetta di diritto.