Gli eroi in bianconero: Giampiero BONIPERTI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
04.07.2013 09:53 di Stefano Bedeschi  articolo letto 7895 volte
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Gli eroi in bianconero: Giampiero BONIPERTI

Nasce a Barengo (Novara) il 4 luglio 1928. La Juventus lo preleva dal Momo, squadra dilettantistica del Novarese, nell’immediato secondo dopoguerra e con i mai traditi colori bianconeri, nell’arco di 15 stagioni, disputa 460 partite (444 di campionato, 13 di Coppa Italia e 3 nell’ambito della Coppa dei Campioni) realizzando 179 goal (178 in campionato e 1 in Coppa Italia).

Racconta del suo trasferimento in bianconero: «Le trattative furono brevi; io avevo firmato il cartellino per il Momo ma, sentimentalmente, il mio cuore era per la squadra del mio paese, il Barengo, e desideravo che, nel passaggio alla Juventus, anche quella società avesse qualche guadagno. Andò a finire così: prezzo di acquisto sessantamila lire; trentamila furono per il Momo e trenta per il Barengo, in scarpe, maglie e reti, di cui avevano bisogno. Io, mi accontentai dell’onore. Furono gli amici a leggermi la Juve del Quinquennio come se fosse un romanzo d’avventure. Il fenomeno di casa, però, era Gino, mio fratello. Solo che fumava come un turco. Sarebbe diventato un fuoriclasse. Ha fatto il radiologo. Me l’ha portato via un tumore».

Soprannominato dai suoi avversari “Marisa”, a causa dei suoi boccoli biondi, Boniperti è un centravanti mobilissimo, astuto, dalla tecnica sopraffina e dall’innato senso del goal, Boniperti (che nella seconda parte della carriera, ridimensionato il raggio d’azione, fornirà sempre maggior apporto al centrocampo), nel 1947/48, a meno di vent'anni, con 27 reti, si aggiudica la classifica dei marcatori con due goals di vantaggio su Valentino Mazzola capitano del mitico “Grande Torino”.

Da calciatore lega il suo nome agli scudetti 1950 (non nascondendo mai la preferenza per questa squadra, da lui ritenuta la più bella) 1952, 1958, 1960 e 1961 ed alla Coppa Italia nel 1959 e nel 1960. «Ho avuto tante offerte. Inter, Milan, Roma, il “Grande Torino”. Era stato Valentino Mazzola a fare il mio nome a Ferruccio Novo. Il presidente mi ricevette nel suo ufficio: “commendatore”, gli dissi, “sono della Juve, non posso”».

È diventata leggenda la storia dei premi che Gianni Agnelli gli dava per ogni rete segnata; gli veniva regalata una mucca, che lui andava a prendere direttamente nei poderi della famiglia Agnelli. Il fattore, ad un certo punto, si lamentò, dicendo che Giampiero gli portava via le mucche più belle e, per giunta, gravide.

Al termine del campionato 1960/61, disputa la sua ultima partita: è il 10 giugno 1961, ed è un’occasione piuttosto triste per la storia del calcio; gli avversari sono, infatti, i ragazzini dell’Inter, fra i quali Sandro Mazzola, figlio dello scomparso rivale granata Valentino, polemicamente mandati in campo dalla società nerazzurra ed è forse proprio questo il motivo che induce Boniperti a chiudere con il calcio. «Sono per i tagli netti. Mi tolsi le scarpe e le diedi al magazziniere. Mai più messe. Odio le pantomime fra vecchie glorie».

Charles disse: «La perdita di Boniperti, dal punto di vista tecnico, aveva nuociuto in modo basilare alla squadra, essendo venuto a mancare il cervello, il pilastro del centrocampo, l’uomo che dirige e coordina il lavoro dei compagni, l’uomo indispensabile per una squadra che voglia giocare un calcio moderno a livello nazionale ed internazionale».

Boniperti, con la maglia azzurra, partecipa alle spedizioni mondiali del 1950 in Brasile e del 1954 in Svizzera, colleziona 38 presenze e 8 goal. Un gettone e 2 reti con la rappresentativa B. Il 21 ottobre 1953, l’olandese Lotsy lo seleziona per la gara in programma a “Wembley” fra l’Inghilterra ed il Resto d’Europa, organizzata per festeggiare il novantesimo anniversario della “Football Association”. Boniperti, l’unico italiano in campo, al fianco dei vari Nordahl, Vukas, Kubala e Zebec, è autore di una prestazione da favola che corona con due splendidi goals: finisce 4-4, ma il venticinquenne biondo di Barengo è unanimemente riconosciuto come il migliore in campo.

Uno dei tanti aneddoti. «Ludovico Tubaro. Veniva dal Toro, giocava nel Legnano. Un tronco di stopper. Una domenica, mi entra a catapulta sulla caviglia e rischia di spezzarmela. Esco, mi medicano, rientro. Lo aspetto. Palla sopra la testa e gran botta, gran goal. Lo cerco e gli faccio il gesto dell’ombrello: “Tubaro, tiè”. Mi ha inseguito fin sotto la doccia. Un giorno, che ero ancora europarlamentare, squilla il telefonino. Era lui. Quasi mezzo secolo dopo. Quel pomeriggio, l’avrei ammazzato. Quel giorno, l’avrei abbracciato».

Dopo un decennio trascorso nei quadri dirigenziali, Boniperti il 13 luglio 1971, assume la presidenza della Juventus e la squadra, dopo anni non troppo brillanti torna a volare. Sotto la sua regia, infatti, la squadra bianconera tiranneggia l’Italia, l’Europa ed il Mondo: arrivano scudetti e soprattutto quelle Coppe Europee che in casa Juventus avevano sempre fatto soffrire. «Certo era meglio giocare. Sul campo mi sentivo me stesso, ero forse più vero. Qui, dietro la scrivania, è anche una schermaglia psicologica. Si può dire e non dire, si vorrebbe dire e non si può dire. Il calcio è una materia sempre più difficile».

Quando la Juventus di Parola perse lo scudetto con il Torino, nel campionato 1975/76 Boniperti si presentò a Villar Perosa, per discutere dei contratti con i giocatori. Nella propria borsa, oltre ai contratti, aveva anche un ritaglio di giornale, con la formazione scesa in campo a Perugia giornata di campionato. Sedici maggio 1976, la Juventus perde per 1-0 ed il Torino, pareggiando in casa contro il Cesena, può festeggiare il tricolore. Ai giocatori che, mano a mano, entravano nella sua stanza, Boniperti diceva: «Tu c’eri a Perugia ...»

Nessuno ebbe certo il coraggio di rilanciare sul reingaggio. Lui faceva l’interesse della società, ovviamente, ma stimolava i giocatori nell’orgoglio e nel portafoglio.

Rimane in carica fino all’avvento della Triade composta da Moggi, Girando e Bettega; più di trenta anni dietro una scrivania e tante, tantissime vittorie.

 

IL RACCONTO DI CAMINITI:

Era un giorno del 1946. Giampiero non ha ancora diciotto anni. Una gomitata in allenamento di Parola gli fa da viatico. Gli lascia il segno su un sopracciglio. Giampiero non si smonta, ci vuol altro. A Borel, allenatore ad intermittenza della Juventus, il ragazzo piace. È buttato nella mischia in un match del campionato 1946/47, in casa contro il Milan. La Juventus perde 2-1, ed illustri tecnici non apprezzano il biondino di Barengo.

Intanto gli si da credito, e il ragazzo sparisce per un po’ dalla prima squadra di una formazione abbastanza avventurosa (Sentimenti IV°, Foni, Varglien II°, Depetrini, Parola, Locatelli, Magni, Piola, Astorri, Candiani, Lipizer) soprattutto in attacco.

Viene riproposto quando è già estate, quel campionato a venti non finiva mai, gioca altre cinque volte, l’esperienza gli è servita, si svela il suo stile originale, nasce la sua intesa con Muccinelli a Livorno, il 29 giugno 1947, è un pareggio, 2-2, Muccinelli e Boniperti danno spettacolo.

Presidente della Juventus è Dusio. La famiglia Agnelli è per il momento in disparte. Ma nessun momento dura a lungo. Gianni sta crescendo, è un rampollo pieno di voglie anche calcistiche, è un intenditore finissimo.

I fondamentali di Giampiero sono puri. Forse perché fin dagli anni della crescita ha corso e battagliato con la palla anche nei cortili, ad esempio in quello del “Collegio De Filippi” di Arona dove ha frequentato come allievo “interno” le medie. Non è che Giampiero Boniperti ami parlare dell’infanzia, o della sua adolescenza, non ama per l’esattezza parlare il nostro laconico biondino, si applica subito nei fatti, si suda in campo ben presto la pagnotta di calciatore vincente, quando la Juventus lo acquista, Boniperti è già adulto come calciatore.

Anche questo colpisce del ragazzo diciottenne, la sua serietà sorridente, ma riservata, pudica, nei mesi trascorsi a meditare il futuro, dopo lo sfortunato esordio casalingo col Milan, egli rinforza il carattere allenandosi duro. Gli da una mano, un giovanotto boemo, che una fame impietosa ha trascinato lontano dalla sua bella cupa magica città di Praga, Vycpalek; è un amico vero, per il giovane Giampiero.

Sono i giorni tempestosi della gloria del Torino, una squadra che Ferruccio Novo, con furbizia e buon senso, ha formato proprio negli anni durissimi della guerra; e che ora vince tutto, tranne soffrire nel derby, quando la Juventus gli rende la vita difficile. La prima Juventus di Boniperti è una squadra valorosa, ancorché incompleta; ha tempo per completarsi, e parteciperà il destino. Un destino atroce che attende l’aereo del Torino di ritorno da una spedizione di pace.

Da quasi due anni rispetto a quell’ingiusta data del 4 maggio 1949, la famiglia Agnelli è rientrata alla base; l’assemblea dei soci ha ratificato il ritorno del figlio di Edoardo Agnelli, Gianni, nella famiglia, per la storia il 22 luglio 1947. E l’occhio di Gianni Agnelli ha subito notato il calciatore nuovo, senza ghiribizzi o stranezze, gli consentirà di arricchirsi da campione costruendogli attorno, anche e specialmente per onorare la città e il ricordo dello squadrone scomparso nel sangue, un capolavoro di squadra.

Boniperti se l’è meritato nel più lungo campionato della storia, 1947/48, a ventuno squadre, ogni domenica una riposa, si attacca a settembre e si finisce a luglio, una maratona massacrante, qui si forma un campione, qui mette le ossa, comincia la favola di Boniperti, 40 partite e 27 goal, capocannoniere davanti al suo stesso idolo, l’imperversante formidabile mastino, pure lui biondo, capitan Valentino Mazzola.

Un giorno ammetterà di non amare troppo allenarsi, tanto che lui e i compagni si stancheranno presto non dico del bizzoso Chalmers incompetente ma del pur bizzoso ma talentuoso, stratega e stregone, Jesse Carver, che li ha capeggiati a vincere lo scudetto più meraviglioso, nel campionato 1949/50.

Molti hanno scritto che è la più bella Juventus mai esistita (Viola, Bertuccelli, Manente, Mari, Parola, Piccinini, Muccinelli, Martino, Boniperti, John Hansen, Præst). Forse è un’esagerazione. Certo, prudenza e audacia, fantasia e concretezza, sono nel suo bagaglio, come in quello di Giampiero, che segna goal divini, col suo piede trentotto, che è flessuoso e acrobatico, che è l’erede in tutto del suo maestro “Farfallino” Borel. Boniperti detto “Boni”. Gli avversari, ad esempio quel matto totale di Lorenzi, gli appioppano nomignoli irrispettosi, come “Marisa”. In realtà, non si era mai visto un calciatore così riservato e così rispettoso fuori campo, quanto in campo è abile opportunista e sagace tattico.

I giorni passeranno, in Nazionale proverà ogni emozione, letizia e tristezza, anche forti amarezze. Ne sarà capitano, la Juventus gli verrà cambiata dieci volte attorno, minaccerà di sfaldarsi non appena Gianni Agnelli dovrà lasciarne la presidenza, si vedrà crescere attorno, Giampiero Boniperti, molti satelliti anche insidiosi. Come calciatore, lo distingue la sua preveggenza. C’è la storia vera delle vacche gravide. L’avvocato Gianni, giovane e generoso non si immaginava scommettendo con Boniperti, che il biondino si sarebbe scelte quelle gravide. Boniperti, figlio di un podestà, nasce con l’istinto dell’agricoltura, col senso del risparmio nel sangue.

Nella difficile Juventus di Omar Sivori e John Charles, Boniperti la farà da regista con inimitabile puntiglio nei servizi e nel piazzamento. Scriveranno che in campo dirigeva anche gli arbitri. Aveva un enorme carisma, questo sì, rappresentava in toto la Juventus, come essa era stata negli anni antichi e come continuava a essere anche col suo esempio.

Si può affermare che Boniperti capitano suggellasse passato e futuro; è nato con lui il calciatore come professionista, la stessa attività di calciatore assume contorni più precisi, una sua distinzione. Il calciatore forte e malizioso nella lotta, che non tira mai indietro il piede, e disponibile per utili consigli comportamentali, fuori, con i compagni, molti dei quali sperperano i dorati guadagni.

Giampiero Combi si era ritirato dopo aver conquistato il titolo di campione del mondo. Boniperti decide di saltare il fosso l’indomani dello scudetto 1960/61. Lascia campo libero all’idolo nuovo Omar Enrique Sivori. Esce senza dichiarazioni roboanti, com’è nel suo stile di uomo, di fare precedere a poche meditate parole, tanti fatti succosi. Sarebbe sparito dai giornali per un pezzo, prima di ricomparire, convocato dall’Avvocato al capezzale della Juventus. Per farla rinascere, per rinascere insieme, rivivendo anche da presidente la sua favola di invincibile. Del più scudettato presidente d’Italia, il campione redivivo anche dietro una scrivania.