Gli eroi in bianconero: Dario BONETTI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
05.08.2021 10:25 di Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Dario BONETTI
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Gli addetti ai lavori, tra i quali abbondano i saccenti, i competentoni, gli pseudo tecnici, i quali sanno tutto loro – scrive Vladimiro Caminiti su “Hurrà Juventus” del settembre 1989 – hanno salutato come si deve la notizia dell’acquisto da parte della Juventus dello stopper Dario Bonetti, classe 1961, preciso: terzino, stopper. Al nostro scrivano sfuggono le ragioni di quest’accoglienza scettica, come se Boniperti avesse ingaggiato un pinco pallino, mentre si tratta di un difensore araldico. Ma tant’è, così va la vita, e per quel che si può, ripariamo in questa sede alle… dimenticanze. Scrive Oscar Wilde che il peggiore difetto dell’uomo è la superficialità. Dario Bonetti ha una storia alle spalle ricca di vicissitudini. Lo abbiamo visto cresce e affermarsi: lo abbiamo seguito nella Sampdoria e nella Roma, nonché nel Milan, imparando a studiarne il carattere, lo stile «difficile», per tanto che non si intendono di caratteri, in realtà uno stile spontaneo. Dario è un bresciano di umili origini che gioca per vocazione. Nel calcio, come nella vita, è portato a esprimersi istintivamente. Lega con chi sa conquistarlo alla maniera che usano i saggi, i calciatori di professione sono naturalmente diffidenti, Dario non fa eccezione: «Boniperti mi ha chiamato perché voleva conoscermi. Gli ho detto che se mi avesse preso non se ne sarebbe pentito. Ho voglia di riscatto. A Milano e Verona le cose non mi sono andate bene. Non dico che siano stati quattro anni persi, ma certamente ho smarrito la strada maestra del successo, e le ragioni sono tante. Principalmente ragioni fisiche, ho sofferto di infortuni che mi hanno impedito di giocare regolarmente. Poi ho avuto quella disavventura di Milano. Difesi il mio maestro Liedholm, Liedholm uomo, da attacchi alla persona che non mi sembrarono giusti. La mia sembrò una ribellione. Non me ne sono mai pentito. A Liedholm debbo tutto come calciatore, e così gli espressi la mia riconoscenza».

Dario è un difensore molto dotato dal punto di vista fisico, ma di una lentezza esasperante. Le doti tecniche che possiede sono, in realtà, il suo maggior difetto, perché è solito voler uscire dall’area con la palla al piede causando, più volte, problemi alla squadra.
Stagione in chiaroscuro, nonostante Zoff lo schieri praticamente sempre da titolare come stopper o, all’occorrenza anche come libero. Conquista la Coppa Italia e la Coppa Uefa, con il grande rammarico di non aver potuto disputare la finale di ritorno della coppa europea, causa squalifica.
«Vedere i compagni che si allenano, che sgambano sul campo e contano le ore che li separano dalla gara di ritorno di Coppa Uefa, mi fa crescere dentro un’ansia incredibile. Un’ansia distruttiva, perché mi rendo conto di non potere fare nulla per il collettivo. Credetemi, chi sta soffrendo di più è proprio il sottoscritto. A tutto ciò si aggiunga il fatto che Zoff ha dovuto rivedere la formazione in funzione di un libero che non c’è. Voglio dire senza il sottoscritto, con Tricella non completamente recuperato e ancora in forse, e Fortunato ancora ingessato, il nostro allenatore sarà costretto con molta probabilità ad arretrare Aleinikov nel ruolo di battitore. Non voglia polemizzare e per questo evito commenti sull’arbitraggio della partita di andata. Dico soltanto che dopo innumerevoli scontri, spintoni, calci e gomitate un capro espiatorio ci voleva. Ho pagato per un fallo che da ammonizione non era; lo era piuttosto la situazione che si era venuta a creare. Sono entrato sulla palla davanti all’uomo, ma il giocatore fiorentino, non mi ricordo neppure chi fosse, ha simulato bene, accentuando la caduta. L’arbitro ci è cascato ed eccomi qua in borghese. Domani partirò con i miei compagni per Avellino. Me ne starò a bordo campo a soffrire. Pagherei qualunque cifra per scendere in campo in pantaloncini corti. Mi consolo pensando che questo periodo di riposo forzata mi servirà per curare la pubalgia che mi perseguita ormai da due mesi».
Nonostante le prestigiose vittorie, Zoff viene sostituito da Maifredi dal suo gioco champagne: la difesa bianconera fa acqua da tutte la parti, nonostante l’acquisto di Julio Cesar, e Bonetti è presto sostituito da Luppi o da De Marchi. Il difensore bresciano accusa il colpo.
«Mai come in questo periodo mi sono sentito criticato. E dire che di momenti difficili ne ho vissuti nella mia carriera. Se penso alle partite che hanno preceduto l’inizio del campionato, mi viene una grandissima rabbia. E non parliamo della Supercoppa contro il Napoli: una partita stregata, irripetibile. Per la Juve si è trattato di un incidente di percorso ma, per me, la punizione è stata tremenda: messo a digiuno a pane e acqua. La mia coscienza è a posto ma non il mio spirito, che scalpita nella speranza di un riscatto. Voglio recuperare in fretta il posto perduto».
Non sarà così e nell’estate del 1991, in coincidenza con il ritorno del Trap, lascia la Juventus, destinazione Verona, dopo 63 partite e 5 gol. Il suo è un addio al veleno.
«Dico soltanto che ho giocato pochissimo e non sono mai riuscito a disputare due partite di seguito. Ho avuto poche possibilità di mettermi in luce. I tifosi bianconeri devono giudicarmi per le gare disputate nella stagione 1989-90, quando vincemmo Coppa Italia e Coppa Uefa. Con Maifredi il rapporto sembrava inizialmente ottimo poi qualcosa si è rotto. È facile il colloquio tra allenatore e giocatore quando le cose vanno bene. È certamente più difficile attuare un comportamento del genere quando, invece, le cose non vanno per il verso giusto. Maifredi parlava tanto e a sproposito, non ha capito che la squadra era debole in ogni reparto, non adatta ai suoi schemi di gioco che si sono rivelati mediocri e perdenti. Ma se Maifredi ha le sue colpe, anche gli altri devono prendersi le loro brave responsabilità. Non faccio nomi ma a qualcuno piaceva essere particolarmente coccolato a tal punto che poi, nel momento cruciale della stagione che poteva dare una svolta al nostro campionato, si è comportato da vigliacco. Ha tradito tutti, dai suoi compagni, ai tifosi e ai dirigenti. È stata, comunque, un’esperienza positiva, perché ho potuto conoscere il volto peggiore del calcio».