Gli eroi in bianconero: Cristiano ZANETTI

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
10.04.2021 10:30 di Stefano Bedeschi   Vedi letture
Gli eroi in bianconero: Cristiano ZANETTI
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GIULIO SALA, “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 2006
Cristiano Zanetti: non chiamatelo mediano. Il termine non gli si addice e sicuramente, per dirla con il suo toscano, non gli garba. Anche se correndo dietro agli avversari si è guadagnato un nome di battaglia, «Martello», e per quanto negli anni il ruolo sia stato rivalutato dalla critica, esaltato dai moduli di gioco e perfino nobilitato dalle canzoni, il ragazzo arriva alla Juventus con ambizioni che non si sposano con la figura del faticatore, di quello che passa la vita “a recuperar palloni”, come insegna Ligabue.
Zanetti ha le idee chiare: a ventinove anni è nel pieno della maturità calcistica, conosce i suoi talenti e ha una dannata voglia di mostrarli ai suoi nuovi tifosi. «Mi piacerebbe tornare ai «vecchi tempi», a gestire di più l’azione, a dettare il passaggio. Negli ultimi anni all’Inter ho cercato di mettermi al servizio dei compagni, facendo un lavoro magari meno vistoso, ma utile per la squadra e di conseguenza ho tralasciato un po’ la costruzione del gioco, la fase offensiva… Credo sia ora di tornare nel vivo della manovra».
Come esordio non c’è male: spirito battagliero e voglia di cominciare la nuova avventura. L’aria di casa fa evidentemente bene a Cristiano; lo incontriamo a Massa, nel suo stabilimento balneare, un luogo d’incanto: «Il mio babbo aveva un negozio di alimentari, ma questo è sempre stato il suo sogno. I primi soldi guadagnati come calciatore li ho investiti qui».
La gente affolla la spiaggia, ma Zanetti non ama mettersi in mostra e così ci sediamo su uno sdraio ai bordi della piscina, ancora deserta. Dall’altro lato della vasca un ragazzo sta trasportando una pesante cassa d’acqua: «Guarda mio fratello come lavora! – lo provoca Cristiano – Lui è Giuseppe, mio fratello minore, ma non fa il calciatore, al massimo qualche tiro a calcetto. Ho anche una sorella più piccola, Giulia. Appena ho un attimo di tempo torno da loro, dalla mia famiglia. A casa sto bene e poi questo è un posto meraviglioso: il mare di fronte, le montagne a due passi... Non so immaginare di meglio».
Cristiano è cresciuto qui, con la riviera della Versilia a rapire gli occhi e le Alpi Apuane appena dietro, a guardargli le spalle; qui ha tirato i primi calci nel Poggioletto, prima di essere notato, a soli undici anni, dalla Fiorentina. «Mi hanno comprato subito. A quei tempi giocavo più avanti, dietro le punte, ma solo per i primi tempi. Poi, già a quattordici, quindici anni, sono diventato “un centrale” a tutti gli effetti. Il fatto è che a quei tempi il rifinitore stava un po’ sparendo. Tutti giocavano con il 4-4-2 e così mi sono dovuto adattare».
E Cristiano si adatta talmente bene che, dopo sette anni di trafila nelle giovanili viola, esordisce in prima squadra ed entra nel calcio che conta. Un anno in prestito a Venezia, uno a Reggio Emilia, poi l’Inter nota il ragazzo e ne acquista il cartellino. La carriera di Zanetti inizia a prendere quota: una parentesi a Cagliari e poi l’approdo nella capitale, sponda giallorossa.
Dopo essere cresciuto in un’isola felice come Massa, arrivare a Roma, per un ragazzo di ventitré anni è un bel cambiamento: «Eh sì, è una realtà un po’ diversa, come Milano del resto. In ogni caso io sono un tipo piuttosto riservato, non amo fare vita mondana o uscire per locali, ristorante a parte, visto che non so cucinare. I vecchi amici di tanto in tanto mi venivano a trovare, ma stavamo a casa il più delle volte, quindi non ho avvertito molto la differenza».
Vita morigerata e tanti chilometri di corsa, in allenamento come in partita: così Cristiano nei due anni romani conquista uno scudetto e gli elogi della critica: «Non so se come rendimento quelle siano state le mie migliori stagioni, ma sicuramente mi sono tolto delle belle soddisfazioni. Sono entrato nel giro della Nazionale e questo mi ha poi permesso di disputare Mondiali ed Europei. Anche il tipo di gioco che facevamo, con gli attaccanti esterni che dovevano spesso rientrare, mi permetteva di mettermi in mostra. Basti dire che, prima dell’arrivo di Emerson, giocavo a fianco di Tommasi e, in fondo, il regista ero io».
Gli anni all’Inter sono stati un po’ diversi da questo punto di vista. «Beh, a Milano ci sono sempre stati grandi attaccanti e per mantenere il giusto equilibrio e non scoprirsi in difesa, i centrocampisti dovevano sacrificarsi di più. Oh, sia chiaro: uso il termine «sacrificarsi» perché è ormai nel gergo comune, ma in realtà non mi è mai pesato correre anche per gli altri. Anzi, devo dire che mi è servito: ora credo di essere più smaliziato nel recuperare il pallone, nei compiti di marcatura, anche se a volte ho dovuto rinunciare alla «gloria» personale. Prima comunque viene la squadra: io il calcio l’ho sempre inteso così».
Bene, perché alla Juve la si pensa nello stesso modo... «Per forza, altrimenti non avrebbe vinto tanto. In Nazionale ho conosciuto molti dei nuovi compagni e mi hanno sempre detto che alla Juve si lavora tanto; l’idea mi piace, perché se c’è da faticare non sono certo uno che si tira indietro. E poi ho sempre guardato alla Juve come la squadra da battere e ora che ne faccio parte voglio che gli avversari continuino a vederci così. Questa è una grande società e ora sta attraversando una fase di ricostruzione. Le scelte fatte dimostrano la volontà di puntare su una struttura giovane e questo è molto stimolante. Non vedo l’ora di iniziare a fare sul serio».
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Sarà protagonista della promozione in serie A della truppa bianconera, segnando anche due reti contro Treviso e Triestina. «Avevo scelto di andarmene da Milano non per qualche problema con la società, ma perché avevo ambizioni che all’Inter sembravano irrealizzabili. Volevo di più ed ho scelto la Juventus, perché sapevo che qui avrei trovato quello cercavo. Poi, è successo quello che è successo e ricominciare da zero non è stato uno scherzo. Ma non ho mai avuto rimpianti. Mai. Lo dico con il cuore, qui sono felice. Sono nel posto giusto al momento giusto».
Inizialmente considerato come riserva, si conquista la fiducia dell’allenatore Claudio Ranieri e, complice anche lo scarso rendimento degli altri suoi compagni di reparto a inizio stagione, fa sua la maglia da titolare nel centrocampo bianconero, dimostrando di saper unire le sue grandi doti di interditore a un’ottima visione di gioco, che lo rende capace di alcuni spettacolari assist dalla distanza per gli attaccanti bianconeri. Il suo rendimento è talmente elevato che Donadoni, commissario tecnico della Nazionale, lo chiama per gli Europei del 2008. Cristiano, però, rifiuta la convocazione per concentrarsi meglio sulla sua esperienza juventina.
«Credo che alla fine il terzo posto che abbiamo conquistato sia giusto. Certo, nessuno ci ha regalato niente, non abbiamo avuto sconti. E se in tre o quattro occasioni, tipo Reggio Calabria e Napoli, non fossimo stati penalizzati ingiustamente, forse qualcosa di più avremmo potuto ottenerlo. Secondo molti è stato uno dei miei anni migliori? Credo di non aver compiuto nulla di eroico. Semplicemente quello che in altre stagioni sembrava normale, quest’anno p sembrato eccezionale. Tutto qui. Dal punto di vista fisico, invece, la mia è stata una stagione fortunata ed io mi sono tolto la soddisfazione di dimostrare quanto valgo. Con i giornalisti, per esempio. Tutti gli anni, a inizio campionato, per loro parto sempre come riserva di qualcuno».
La stagione 2008-09 deve essere quella della consacrazione per il Martello bianconero ma, a causa della distrazione muscolare alla coscia destra rimediata nell’amichevole di Dortmund, debutta in squadra solamente il 10 dicembre in Juve-Bate, ultima gara del girone eliminatorio della Coppa dei Campioni. Un altro grave infortunio, questa volta alla coscia sinistra, lo costringe a fermarsi per quasi tutta la parte rimanente della stagione.
Il bilancio è sicuramente negativo: «Sono stato condizionato da un infortunio patito ad agosto, peggiorato per la troppa fretta di rientrare. Per questo mi auguro di avere una condizione fisica mi permetta di esprimermi al meglio, io sono pronto a giocarmi tutte le mie carte rispettando tutti. Nel 2010 scade il contratto? Ci vedremo presto con i dirigenti per discuterne, la mia speranza è quella di rimanere qui e vincere qualcosa di importante con questa maglia».
Invece, il 10 agosto 2009, si trasferisce ufficialmente alla Fiorentina, terminando così la sua avventura in bianconero.