Gli eroi in bianconero: Carlo PAROLA

Pionieri, capitani coraggiosi, protagonisti, meteore, delusioni; tutti i calciatori che hanno indossato la nostra gloriosa maglia
20.09.2021 10:30 di Stefano Bedeschi   vedi letture
Gli eroi in bianconero: Carlo PAROLA
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La sua consacrazione definitiva avvenne quando la famiglia Panini decise di utilizzare una fotografia di Carletto che effettua in perfetto stile una rovesciata, come simbolo del proprio album di figurine. Per tutti i bambini italiani, Parola diventò quello della rovesciata.

SERGIO DI BATTISTA, DA “LA STORIA DELLA JUVENTUS” DI PERUCCA, ROMEO E COLOMBERO
Nel Louvre del calcio è immortalato il suo capolavoro: la rovesciata. È una delle immagini più famose nella iconografia del pallone, fissata per caso da un fotografo fiorentino che impellenti necessità avevano spinto nella trincea che una volta esisteva dietro le porte. La sagoma di Parola si staglia nella lieve foschia di una fredda domenica di sole. Sospeso nel vuoto, sorretto da invisibili fili, le braccia distese ad accompagnare, quasi a offrirlo alla platea, un gesto stilisticamente perfetto, la gamba sinistra piegata a sveltire il movimento, la destra tesa come una lancia: il pallone, colpito di pieno collo, vola via. Gli è vicino Egisto Pandolfini detto «motorino», che sta frenando la sua corsa, resa ormai vana dalla prodezza dell’avversario. Sullo sfondo si riconoscono il mediano Giacomo Mari e più indietro un altro attaccante della Fiorentina, il calvo Sperotto.
Era il gennaio del 1950. Parola aveva già 29 anni e stava per vincere il primo scudetto di una carriera non sempre pari alla classe, Della sua rovesciata si parlava ormai da un pezzo, da quando l’aveva esibita la prima volta a San Sito nella partita contro l’Austria, sotto gli occhi di giornalisti, tecnici, dirigenti accorsi da tutta Europa per vedere cosa restasse, dopo i disastri della guerra, dei campioni del mondo e della famosa scuola danubiana. Da allora quell’estroso esercizio acrobatico era diventato il suo grande numero, un colpo a effetto. «La sua battuta melodrammatica, il suo do di piede» scrisse Bruno Roghi. E lui, taciturno, quasi a schermirsi: «No, una disperata azione di salvataggio». Sarebbe comunque rimasta nella memoria dei gesti epici, come la sforbiciata di Caligaris, il gol a invito di Meazza, il passo doppio di Biavati.
Era un asso autentico, un vero «classico», uno dei maggiori prodotti in assoluto del nostro calcio. E stato per anni il giocatore più popolare della squadra più popolare d’Italia, il più famoso del mondo, con quelli del Grande Torino. Secondo maestro Brera – che lo vedeva troppo isolato in difesa – sarebbe stato un grandissimo centromediano metodista. «Si sentiva attaccante, dovette trasformarsi in difensore. Elegantissimo di stile, batteva pulito con i due piedi, aveva doti acrobatiche eccezionali. Non era un grande incontrista, non rischiava molto il tackle. I suoi diretti avversari segnavano un po’ troppo, questo sì».
Sentite Nordahl, che fu uno di quelli: «Giocare contro di lui era esaltante: non si poteva fare a meno di eguagliarlo in bravura». E un altro critico, Ettore Barra: «È il nostro più grande centromediano sistemista, il più grande d’Europa, ma al sistema è giunto senza entusiasmo. Avrebbe anche potuto essere il miglior centromediano metodista». Erano i tempi del grande dibattito tra metodo e sistema, delle infinite discussioni sulla fantasia di una tattica di gioco e sulla pragmatica disciplina dell’altra. Lui metteva tutti d’accordo. «I metodisti superstiti ringraziano Parola per non averli dimenticati» scriveva il poeta Roghi. «Talvolta evade, parte a lunghe falcate come se andasse a prendere una boccata d’aria, C’è sempre un calcolo nel suo gioco, nulla viene fatto a caso, in ogni azione di difesa c’è sempre urto spunto di iniziativa, un invito al compagno, una proposta». Non era l’uomo dei corpo a corpo, delle giornate tempestose, ma, si diceva, dell’estro, della manovra che supera l’avversario in prontezza e intelligenza.
La sua storici personale è, in un certo modo esemplare: da dipendente Fiat a campione d’Italia della Juve, non è capitato a molti nonostante i noti legami tra quella e questa. C’è poi qualche sfumatura in stile gozzaniano che non guasta, a uso degli agiografi. La perdita del padre quando è ancora un bambino, gli entusiasmi per il ciclismo e i motori (un giorno, già campione celebre, chiederà invano di partecipare alla Mille Miglia, al volante, come Ascari). Poi il trasferimento a Cuneo dove non c’è il velodromo e alla bicicletta è preferibile il pallone, i primi calci in periferia, la prima squadretta che fa accorrere ammiratori dai dintorni. Alla Fiat entra poco dopo aver finito le elementari, in tempi ancora lontani dalla scuola dell’obbligo.
Aiuto meccanico: il suo contributo, in quella famigliola mutilata dal destino, è un salario di 250 lire al mese. Fa parte della squadra dopolavoristica e in una partita di allenamento contro la Juventus gli capita di affrontare Borel. Deve cavarsela bene perché gli offrono di passare in bianconero e chi ne caldeggia l’acquisto è nientemeno che Caligaris. La trattativa non è così facile come potrebbe sembrare. Il presidente del Gruppo Sportivo Fiat è, per vocazione solo in apparenza contraddittoria, torinista e vorrebbe Parola in maglia granata. Risponde no. Deve intervenire, con una spicciativa telefonata, il giovane Gianni Agnelli.
Così Parola diventa l’anello ideale tra due epoche juventine. Arrivato pochi mesi dopo l’addio di Monti, ha tra i compagni Gabetto che lo informa sui segreti della rovesciata e poi, negli spogliatoi, gli regala due dita di brillantina; più tardi, già famoso, dovrà vedersela con un nuovo arrivato, un biondino di Barengo, tal Boniperti, che al primo allenamento gli farà un tunnel, ricambiato con un’entrata dura sulla caviglia perché impari subito, il ragazzino, a rispettare i grandi.
Giocò la prima partita in serie A sull’erba di casa, lui torinese, a Torino contro il Novara. Aveva come compagni di linea Depetrini e Varglien I, la Juventus vinse con un gol dell’altro Varglien. Sul giornale si lesse che il «giovane Pirola» aveva fatto un discreto debutto. Poi, nel commento del martedì un autorevole critico azzardò un giudizio più impegnativo scrivendo che «a dispetto di chi lo riteneva intempestivo, Caligaris ha mostrato una volta ancora di saper misurare i tempi: il debutto del giovane Parola è stato veramente confortevole e ha detto chiaramente come la Juventus stia preparando un nuovo, grande centromediano».
Diventò titolare due campionati più tardi al centro di un trio che vecchi tifosi ricordano – spesso capita alle formazioni del calcio – come una filastrocca infantile o il refrain di una canzone della gioventù, un’occasione di nostalgia: Depetrini, Parola, Locatelli. Con Parola il gioco della Juve aveva ritrovato una caratteristica che era tipica ai tempi di Monti: sapeva «servire lungo» e furono quei lanci e quei rifornimenti a permettere agli attaccanti di segnare tanti gol in una stagione che comunque non fu vittoriosa. A dominare la scena si era infatti presentata una nuova squadra: il Torino.
I campioni granata Parola li ebbe come avversari in campionato e come compagni in Nazionale, dove Vittorio Pozzo a volte gli preferiva Rigamonti, che aveva meno classe ma più grinta. Nacque l’idea che quel grandissimo «classico» non fosse altrettanto grande come incontrista, non amasse molto rischiare con il tackle, non fosse abbastanza «cattivo». Spesso le buscava. «Il limite di Parola – è l’opinione di Boniperti – era solo di una certa fragilità ossea, o forse di pura sfortuna, per cui l’avevo definito il Coppi del calcio». Di 10 partite in Nazionale la metà furono sconfitte, l’ultima – quella del mesto e precoce addio – in Brasile ai mondiali del 1950 quando la Svezia eliminò gli azzurri. Parola finì infortunato per un calcio di Jeppson. Con un altro centravanti svedese, Gunnar Nordahl, aveva avuto una brutta storia pochi mesi prima in campionato, una grigia domenica di febbraio. Quell’incredibile pomeriggio del 7 a 1 contro il Milan a Torino. I nervi a fior di pelle per lo straripare dei milanisti e la sfortuna degli juventini (proprio Parola aveva centrato un palo quando la squadra era in vantaggio), un’entrata scorretta, un calcio di ripicca: «Mi espulsi io, prima ancora che l’arbitro mi cacciasse». Commento di Gianni Agnelli che quel giorno soffriva in tribuna: «È l’unica cattiva azione di tutta la sua vita».
Questo era Parola, detto anche «Carletto l’europeo» per la più inutile, accademica ma anche famosa delle sue partite, quella del 1947 a Glasgow tra la Gran Bretagna e una rappresentativa che allineava incautamente le grandi stelle del calcio continentale. Era finita 6 a 1 per i britannici, due gol del centravanti Lawton, un autogol di Parola. Poi, al di là del risultato e delle apparenze, quei commenti che avrebbero celebrato una leggenda. «Ce Soir»: «Fortunatamente c’era Parola. Un Parola che ha fatto una partita straordinaria in condizioni delicatissime, in mezzo a una difesa quasi sempre scardinata e spremuta all’estremo. L’italiano sopportò validamente il confronto con i suoi più valenti avversari e ciò era più che una prodezza». Di analogo tenore i commenti dei giornali inglesi. Non poco per l’ex aiuto-meccanico del Gruppo Sportivo Fiat.
«Per me fu un grande onore e così penso, per il calcio italiano. Le altre nazioni europee indugiavano nel riprendere i contatti con noi: la guerra aveva lasciato il segno anche nello sport. I selezionatori mi videro all’opera a San Siro nella mia seconda prova in azzurro. L’11 novembre 1945 a Zurigo avevo esordito contro la Svizzera: il primo dicembre dell’anno successivo Pozzo mi confermò contro l’Austria che battemmo per 3-2. Io giocai abbastanza bene, feci una delle mie rovesciate, ma in quell’occasione ci fu una grandissima partita da parte di Maroso che avrebbe meritato di giocare nella selezione europea. Scelsero soltanto me cosi partii tutto solo per l’Olanda. Ci allenammo a Rotterdam, dove conobbi Wilkes, asso del calcio locale, e poi Nordahl, Præst e così via dicendo. Il 7 maggio giocammo a Glasgow in uno scenario indimenticabile. Gli stadi sudamericani dovevamo ancora scoprirli e quelli italiani erano piuttosto piccoli: Glasgow, invece, conteneva 150.000 spettatori, una cosa impressionante, cosi come restò indimenticabile quella partita contro i campioni britannici. Ricordo che nello stesso anno, la Juventus andò a giocare in Svezia contro una squadra di cui non ricordo il nome. Ricordo bene, invece, il nome di un’ala sinistra che ci fece impazzire: si chiamava Liedholm, era giovanissimo, due anni dopo sarebbe venuto in Italia assieme ad altri fuoriclasse del suo paese. “Però”, commentammo alla fine dell’incontro “quell’ala non stonerebbe in Italia”. Più avanti ci fu l’invasione straniera, arrivarono in tanti, anche per la Juventus. Nordahl fu ingaggiato dalla Juventus, se non che venne poi smistato al Milan in cambio di Pløger. Peccato, perché i nostri 2 scudetti potevano essere con lui almeno 5. Perché fu Nordahl successivamente ad indicare alla sua società i nomi di Liedholm e di Gren e a farli venire in Italia dopo avere constatato di persona che nel nostro paese si stava bene. Pensate se quei tre fossero finiti alla Juventus: un attacco composto da Boniperti, Gren, Nordahl, Liedholm e Præst avrebbe fatto almeno 150 goal!».