Moggi: “La Juventus faceva paura a tutti. Non stavo simpatico alla Roma e Baldini…”
Luciano Moggi ha parlato a La Nazione soffermandosi su Calciopoli e a 20 anni di distanza dallo scoppio dell'inchiesta ha raccontato come sono andate le cose: "La Juve faceva paura a tutti per quanto era forte, ma non c'è traccia di reati del club in Calciopoli. Mai abbiamo chiesto di vincere una gara, altri lo hanno fatto. Prevenuti? Tanto. Tanto. Il mio avvocato disse: l’indagato è meglio sceglierlo che cercarlo. Loro lo scelsero".
Ci sono delle verità non dette su Calciopoli?
"Sono quelle nascoste da chi doveva indagare. Quando fu squalificato Ibrahimovic per tre giornate nel 2005, avrebbe dovuto saltare Milan-Juventus. Facemmo ricorso per la terza gara, il Milan sapeva già tutto. Meani (addetto agli arbitri dei rossoneri, ndr) chiamò il designatore Bergamo che gli rispose: “Tranquillo, troveranno la porta chiusa“. E così fu. Altra verità non detta: il 30 aprile 2005 prima di Fiorentina-Milan l’arbitro De Santis ricevette la telefonata di Meani che gli disse di non ammonire Nesta, perché i rossoneri erano in lotta con noi per lo scudetto. E infatti non ci furono cartellini “gialli“. Imposi il silenzio stampa ai miei e l’arbitro chiamò Meani dicendo: “Solo io potevo far stare in silenzio stampa la Juve“. Quando ci furono queste telefonate dov’erano gli intercettatori? Invece io mi lamentai con Bergamo per una partita persa a Palermo su rigore e si cominciò a parlare delle "griglie" di Moggi".
C'è stato un mandante?
"Non ero molto simpatico alla Roma e Baldini era molto amico dell’investigatore, Auricchio. Quella inchiesta faceva comodo ai rivali per far fuori la Juventus. Paparesta chiuso in spogliatoio? Andrebbe chiuso che sparse quella voce, era solo gossip. Le schede svizzere agli arbitri? Quando cercai di prendere Stankovic l’Inter me lo soffiò, ed ebbi la sensazione che qualcuno mi seguisse. Volevo difendermi con queste schede, non avevo bisogno delle sim per vincere. Con gli arbitri parlavano tutti".
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