Heysel, il ricordo di Carlo Nesti: "Fra un anno, 29 maggio Giornata della Memoria"

Heysel, il ricordo di Carlo Nesti: "Fra un anno, 29 maggio Giornata della Memoria"TuttoJuve.com
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di Redazione TuttoJuve
Carlo Nesti ricorda la tragedia dell’Heysel e sostiene la Giornata della Memoria: un racconto diretto di una delle pagine più drammatiche del calcio.

A oltre quarant'anni dalla tragedia dell'Heysel, il ricordo di quella drammatica serata del 29 maggio 1985 continua a rappresentare una ferita aperta nella storia del calcio europeo. Carlo Nesti, intervenendo su Tuttomercatoweb, ha accolto con favore il percorso che porterà all'istituzione della Giornata della Memoria dedicata alle vittime dell'Heysel, iniziativa promossa dall'onorevole Fabrizio Comba e ormai vicina a diventare ufficialmente legge dello Stato.

Nel suo intervento, il giornalista ripercorre le emozioni e le immagini vissute in prima persona da inviato Rai a Bruxelles per la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, una serata destinata a trasformarsi in una delle pagine più tragiche dello sport mondiale.

"Fra un anno, 29 maggio Giornata della Memoria"

"È stata una grande volata, e, per un niente, la Giornata della Memoria dei Caduti dell' Heysel non è diventata, definitivamente, Legge dello Stato. Manca solo la pubblicazione sul Gazzettino Ufficiale, e l'iniziativa dell'onorevole Fabrizio Comba (Fratelli d'Italia) diventerà realtà. Nel mio libro autobiografico "La vita è rotonda", ho ricordato così quel tragico giorno: l'Hiroshima del calcio.

Per tanto tempo, almeno fino ai 30 anni, riesco a conservare una purezza d’animo, che rende il lavoro leggero come una piuma, e quindi svolto senza fatica. Riesco a rigirare fra le mani il pallone, e, in generale, il mondo del calcio, come un giocattolo. Anzi: come “il Giocattolo”, con la “G” maiuscola, una affascinante e spassosa appendice dell’infanzia.

Dentro un recinto ideale, colloco figurine, prati, porte, tacchetti, stadi, spogliatoi, penne, taccuini, rotative, microfoni, telefoni e transistor. Metto insieme le campane della domenica, le code ai botteghini, le attese sulle gradinate, e i fischi di inizio contemporanei. Tutte le partite, rigorosamente, alla stessa ora del pomeriggio.

Guai a modificare l’equilibrio! Un romanzo popolare, che suggerisce il quesito: ma come saranno riusciti, nei secoli scorsi, a fare a meno del calcio? E una domanda, tuttavia, carica tanto di romanticismo, quanto di superficialità, perché più il calcio conquista le folle, e più si cala nella società, con i suoi chiaroscuri.

Il racconto di una notte che cambiò il calcio

Il 29 maggio 1985, a Bruxelles, sono inviato della Rai per il TG1 e per la radio, in occasione della finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool. La mia terza finale bianconera, da giornalista, dopo l’Amburgo nel 1983, e il Porto nel 1984. Parto con il solito, squisito compagno di viaggio: Beppe Barletti, inviato da Torino per il TG2.

La Grand Place di Bruxelles si svuota nell'ora di pranzo, e propone un colpo d'occhio indimenticabile: migliaia di lattine vuote di birra hanno lastricato interamente il pavimento stradale. E' il segno mattutino lasciato, dagli hooligans: un’orda barbarica di ultras inglesi, che saccheggia i bar, nelle prove generali per lo “spettacolo” della sera.

Nel pomeriggio, quando noi giornalisti saliamo sul pullman, che ci porta al decrepito Stadio Heysel, un’altra scena spiega il loro stato di eccitazione, ubriachi e drogati. Salgono sulle collinette che circondano l'impianto, e, al nostro passaggio, abbassano i pantaloni, mostrano i genitali, e orinano disinvoltamente, con un volgare gesto di sfida.

La polizia belga continua a tenere lo stesso contegno del giorno prima: agli inglesi è concesso tutto, mentre gli italiani vengono perquisiti, minacciati e derisi. I connazionali sembrano tornati quelli “usati”, negli anni 50, nelle miniere del Belgio, cittadini del mondo di Serie C, braccia straniere da lavori forzati, fino all'olocausto di Marcinelles.

Il servizio d'ordine, vergognoso responsabile aggiunto della tragedia, ha 2 obbiettivi: proteggere i belgi, e chiudere un occhio, in caso di scontri fra inglesi e italiani. In sostanza, gli ultras si eliminino a vicenda, ed è questo equivoco, che rende colpevolmente inesistente l'intervento della polizia in curva Z, sulla sinistra della tribuna.

Sì, la curva Z: l’ultima curva, la curva della morte. Lì non ci sono ultras inglesi e ultras italiani, bensì feroci hooligans, già ben noti alle polizie di tutta Europa, al fianco di gente comune, venuta dall’Italia: padri, madri, figli, famiglie indifese, e desiderose solo di assistere a una partita di calcio. In mezzo, a dividerli, un ridicolo cordone di pochi poliziotti.

Io sono con Enrico Ameri, per raccontare, via radio, la partita. Noto che la curva finisce in un punto, in cui non è possibile, dalla nostra postazione, scorgere se esistono uscite di sicurezza. Due ore prima dell’incontro, cominciano le cariche degli inglesi contro gli italiani, che indietreggiano, terrorizzati, sparendo in una zona d’ombra.

Non lo posso ancora sapere, ma quella macabra zona d’ombra è lo spartiacque fra la vita e la morte, e anche fra il mio passato e il mio futuro, fra il calcio-fiaba e il calcio-strazio. La compressione dei tifosi verso l'esterno, con conseguente decesso di 39 persone calpestate e soffocate, determina la carneficina: è l'omicidio di massa impunito di Caino contro Abele.

I tifosi sfuggiti al massacro, infatti, si riversano sul terreno di gioco, picchiati dalla polizia belga, come invasori di campo. Chi può scavalca le barriere, per mettersi in salvo, ed entra in tribuna-stampa. Senza ancora i cellulari, e con poche cabine telefoniche a disposizione, allungo il microfono a chi vuol far sapere a casa di essere vivo.

Arrivano, presso di me, come i soldati feriti di una guerra improvvisa, inimmaginabile, bestiale. Hanno facce stravolte, braccia insanguinate, camicie strappate. Chi ha avuto la fortuna di rompere il muretto è volato di sotto, si è fratturato in più parti, ma si è salvato. Chi non ci è riuscito, è rimasto schiacciato, e non è più riuscito a respirare.

Gaetano Scirea e Phil Neal, i 2 capitani, salgono nella cabina dello speaker, per tranquillizzare i tifosi. Dicono che giocheranno lo stesso. Giocheranno per loro. Che effetto, mentre scrivo, pensare che anche Gaetano, poco più di 4 anni dopo, non ci sarà più, lasciandoci in un modo, se possibile, ancora peggiore, fra le fiamme della benzina!

Quando rievoco quella finale, penso che si doveva disputare per evitare altri scontri e altri morti, ma che non doveva assegnare nulla, con immediata restituzione del trofeo all’Uefa. E penso ad una sorta di Hiroshima del pallone: la “bomba atomica” del teppismo calcistico, che esplode, e dopo la quale, inevitabilmente, nulla sarà più come prima".