DE SCIGLIO: "Con Allegri un gran rapporto allenatore-giocatore, ma non sono il suo figlioccio: non mi ha mai favorito. Ho sfiorato la depressione"

21.06.2022 14:00 di  Alessandra Stefanelli   vedi letture
DE SCIGLIO: "Con Allegri un gran rapporto allenatore-giocatore, ma non sono il suo figlioccio: non mi ha mai favorito. Ho sfiorato la depressione"
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Il difensore della Juventus Mattia De Sciglio si è raccontato nel corso di una lunga lettera a Cronache di Spogliatoio: "Il rapporto con Allegri? Non sono il suo figlioccio. Il nostro è uno dei rapporti allenatore-giocatore più iconici degli ultimi anni, ma lui non mi ha mai favorito. Certo, ciò che è vero, è che tra noi è nato un legame speciale. Lui mi ha fatto esordire, lui mi ha visto cadere, lui mi ha visto rialzarmi. Credo che Allegri, come tutte le persone che mi hanno voluto analizzare per quello che sono, si sia sempre accorto che voglio far trasparire un ragazzo genuino. Semplice, educato, disponibile. Il nostro rapporto di confidenza, spesso enfatizzato, ha creato una fiducia reciproca. Pretende tanto da me, e sono uno di quello che massacra di più perché mi vuole bene e conosce le mie qualità. Lavora molto sulla comunicazione con il gruppo e con il singolo. Mi stuzzica, e ormai ne nascono dei botta e risposta. Ci divertiamo. A lui piace dare nomignoli a tutti i calciatori, e quando vuole colpirmi nell’orgoglio mi chiama «Mangia e dormi». Sì, dice che sostanzialmente io mi alleno, mangio e dormo. Stop. Però mister, una cosa te la devo raccontare io adesso. Anche noi ti prendiamo in giro. Sai che imitiamo il tuo modo di parlare in toscano, e qualche volta ci siamo ritrovati a doverti tradurre. Quando ci sono le riunioni tecniche e ci sono nuovi giocatori stranieri, spesso ci chiedono: «Ma cos’ha detto?». Perché già è difficile capire l’italiano dall’inglese, figuriamoci comprendere il livornese!".

Sul bel gioco: "In tanti si mettono negli occhi il bel calcio, guardano Guardiola e puntano il dito. Secondo me, Pep è una cosa a sé, unico nelle sue idee e nel modo di sistemare la squadra, di inventarsi i ruoli per certi elementi. La gente si è messa in testa che tutte le grandi devono giocare bene. Non voglio prendere le difese di Allegri, è il mio pensiero, ma è una contraddizione. In Italia si tende a guardare il risultato, poi però si parla del bel gioco. E tante volte, le due cose non vanno di pari passo. Ogni partita è una storia: a volte giochi meglio, perché te lo permette l’avversario, altre no. Dipende dagli spazi che ti concedono, da tante componenti".

Sui problemi fisici: "Nessuno ti prepara al baratro. Ho iniziato ad avere problemi fisici che mi hanno condizionato, trascorrendo un anno e mezzo con un minutaggio al ribasso e incostante. Non ho avuto problemi gravi, tutti stop di qualche settimana: tornavo, e dopo due partite mi fermavo nuovamente. Non avendo continuità, faticavo nel mantenere un certo livello di prestazione".

Sulle critiche ricevute: "Sono iniziate le critiche della stampa e dei tifosi. Mi hanno ferito, facevano male. Non me le aspettavo, ma non è questo il punto. A ferirmi è stato l’accanimento. Ero passato dal paradiso all’inferno. Mi mancavano di rispetto solo per poter dire che avevo giocato da schifo. Mi arrabbiavo. Secondo me il rispetto deve essere alla base della vita: accetto di sentirmi dire che non ho giocato bene, non oltre. Si era creata un’immagine distorta, e anche quando facevo delle partite positive, saltava fuori un pretesto per attaccarmi. Se c’era un mezzo errore, veniva sottolineato con vigore. Mi chiedevo: «Perché?». Non sono mai stato uno sopra le righe, che si fa vedere in giro per Milano a far serata. Ero lo stesso ragazzo che sputava sangue e andava in campo anche se non era al 100%. Se potevo dare il 70%, lo spremevo fino in fondo. Mi sono chiuso in casa. Vivevo in un vortice di pensieri negativi, dove mi sentivo in difetto anche nell’andare a cena con la mia fidanzata a metà settimana, oppure portare fuori mia madre. Mi sentivo sbagliato nel farmi vedere fuori. Preoccupato del giudizio delle persone. Ero preso alla sprovvista da una situazione anormale. Non sono riuscito a gestirla nel modo giusto e mi ha portato a una chiusura interiore. Mi mancava la felicità. Faticavo a sorridere. Sono un ragazzo solare, che cerca compagnia e scherza sempre. Mi ero trasformato nella mia nemesi. Chiuso, in casa, a pensare che godersi la vita fosse un eccesso che per niente al mondo mi potevo permettere. A pensare che forse, sentirmi sensibile e fragile, fosse un lusso per questo mondo".

Sul mental coach: "Mi ha detto che ho sfiorato la depressione, uno stato in cui nessuno si accorge di entrare. Ho imparato a lavorare con la testa attraverso un lungo percorso che mi ha permesso di capire chi sono veramente, e che se sono arrivato a certi livelli è perché me lo merito. La fortuna te la vai anche a cercare. Le cose accadono per un motivo. La determinazione nel raggiungere gli obiettivi che mi ero posto da bambino mi ha portato dove sono. Dedicavo giornalmente del tempo per lavorare con la mente. Nel nostro primo incontro, avevo gli occhi spenti. Il mio carattere pacifico è stato interpretato in maniera sbagliata da tante persone, come se mi mancasse la personalità. Anche a 20 anni, subire senza reagire era visto come assenza di grinta. No, sono semplicemente io. Mi faccio troppi problemi a mandare a cagare la gente e vivermela serenamente".

Chiosa sul Milan: "Dopo qualche mese (post Europeo, ndr.), comunico alla società che non avrei rinnovato il contratto in scadenza. Una scelta sofferta, ma erano successe troppe cose e necessitavo di cambiare ambiente. Pensavo che il club avrebbe potuto tutelarmi maggiormente, avevo immagazzinato troppo rancore. A gennaio leggo: «De Sciglio non rinnova perché ha già firmato con la Juventus». Rimango colpito, perché io non avevo ancora sentito nessuno. Erano voci messe in giro dai giornalisti, e i tifosi sono stati condizionati. Purtroppo, nel nostro Paese, è una pratica comune. Il mio presunto accordo è diventato l’ennesimo pretesto per attaccarmi e criticarmi con ancora più cattiveria. Ad aggravare la situazione, gli infortuni di Montolivo e Abate fecero cadere la fascia di capitano sul mio braccio. Le mancanze di rispetto erano all’ordine del giorno".